Art. 21 - "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione ..."
Art. 33- "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento ..."
"Se il vescovo in quanto vescovo parla, con autorità ecclesiastica, di Fede e Morale ciò non significa che non possa parlare, senza autorità ecclesiastica, di storia o morale sociale."
1°) Fede e Morale presuppongono storia e politica (che è ‘morale sociale’ e non ha nulla a che vedere con la ‘partitica’). Scindere Fede da politica è l’essenza del cattolicesimo liberale. Inoltre, i fatti storici sono alla base della Fede cattolica; ad esempio, se la nascita, morte e resurrezione di Gesù non fossero fatti storici, crollerebbe la nostra Fede. Gesù è nato sotto Tiberio ed è morto sotto Ponzio Pilato. Così lo sterminazionismo sta alla base della religione olocaustica, che vuole rimpiazzare l’Olocausto di Cristo, Redentore dell’uomo, con quello del popolo ebraico.
2°) Non si può restaurare la Fede integrale senza restaurare la vita sociale o ‘politica’ (“Restaurare omnia in Christo”, era il motto di san Pio X) ed avere una conoscenza della storia che sia basata su fatti e non su miti, specialmente se questi sono strumenti per proporre una nuova concezione teologica (olocausto degli ebrei) e scardinare quella cattolica tradizionale (Olocausto di Cristo).
3°) L’olocausto è stato il trampolino di lancio per la nuova dottrina del concilio Vaticano II sul deicidio (“Nostra aetate”), la riforma di Paolo VI della preghiera del Venerdì Santo (NOM, 1970), la teoria de “l’Antica Alleanza mai revocata” di Giovanni Paolo II a Magonza (1981). Inoltre la “Teologia del silenzio di Dio” è nata proprio grazie alle riflessioni sull’olocausto, come è presentato dagli “sterminazionisti”. Alcuni teologi (seguendo le tracce di Hans Jonas e Giovanni Battista Metz) negano la Provvidenza, la Bontà di Dio e mettono in dubbio la sua esistenza, proprio a partire dal fatto che Dio ha permesso l’olocausto. L’olocausto è per il giudaismo talmudico un ‘assoluto meta-storico’, un atto sacrificale con valore salvifico. Dopo la distruzione del Tempio (70 d. C.), l’esegesi rabbinica ha rimpiazzato la Fede mosaica nel Messia personale con quella del “messia collettivo”, che è il popolo ebraico. Il cristianesimo non può accettare questa sacralizzazione dell’olocausto ebraico, pena il rinnegamento della propria identità e Fede: l’unico Olocausto è il Sacrificio di Cristo. Ammettere un altro “olocausto” salvifico e ‘meta-storico’ a fianco di quello di Gesù, sarebbe un atto di apostasia. Purtroppo la nuova teologia giudaizzante del concilio e post-concilio ha preso piede in ambiente cattolico progressista, speriamo non inquini anche quello legato alla Tradizione. È, pertanto, dovere del Pastore ammonire i fedeli.
4°) Non mi sembra un peccato, né una trasgressione esprimere la propria opinione sulla validità storica della vasta letteratura che riguarda la ‘rivisitazione’ (non ‘negazione’) delle tesi olocaustiche, iniziate da Gromiko in funzione filo-sovietica nel 1948. Molti storici, anche israeliti, sostengono che non vi è certezza storica di un piano programmato dal III Reich germanico di sterminare il popolo ebraico tramite camere a gas. Certamente vi sono state deportazioni nei campi di concentramento, ove molti israeliti vennero uccisi. Ora uccidere un innocente è un crimine e un peccato grave contro il quinto comandamento. Monsignor Richard Williamson lo ha espresso chiaramente nel corso dell’intervista, non ha detto nulla di contrario alla Fede e alla Morale, ha solo esposto una sua opinione che non discredita la dottrina cattolica integrale. Se il vescovo in quanto vescovo parla, con autorità ecclesiastica, di Fede e Morale ciò non significa che non possa parlare, senza autorità ecclesiastica, di storia o morale sociale. Inoltre se le posizioni o meglio opinioni di monsignor Williamson sull’olocausto non riflettono quelle della FSSPX, allora mi domando e dico: se in questo caso specifico per la Fraternità è lecito parlare di storia o politica, perché non lo è per monsignor Williamson?
5°) È perlomeno ingenuo illudersi che un piccolo “mea culpa” (con la morte di Giovanni Paolo II, si sperava che fossero finiti) possa placare l’ira e l’odio verso Cristo e la sua Chiesa del giudaismo. Infatti il rabbino capo di Roma ha detto subito che le scuse di monsignor Fellay (il quale ha parlato solo di “inopportunità”) sono del tutto insufficienti e improprie. Onde bisogna rivedere le vecchie posizioni teologiche anti-israelitiche che come diceva Jules Isaac (sminuendo l’olocausto), negano la libertà religiosa, l’ecumenismo, la negazione del deicidio, l’opportunità della Messa detta di san Pio V, come ha ribadito il rabbinato italiano nel 2007. Di Segni, quindi, chiede alla FSPX di non limitarsi a far tacere il singolo vescovo “negazionista” (che in realtà negazionista non è), ma di chiarire il proprio pensiero sulla dottrina del Vaticano II e del post concilio sull’ebraismo. Il problema vero, secondo Di Segni, è la posizione teologica della FSSPX sull’ebraismo, e sino a che non si fa chiarezza (ossia non si accetta il nuovo corso, dacché la posizione di monsignor Lefebvre sull’ecumenismo e il deicidio sono chiare), la questione resta aperta. Non ci si può illudere di calmare un leone che ci vuol sbranare, dandogli una polpetta di carne. Di Segni ci accuserà né più né meno di antisemitismo, come ha fatto con monsignor Williamson.
6°) Se Gesù Cristo non avesse fatto delle prediche inopportune: (“voi che avete per padre il diavolo”, Gv, VIII, 48), sarebbe morto a letto e non avrebbe fatto la volontà del Padre. San Paolo raccomanda di “predicare opportunamente e inopportunamente”. San Tommaso nella Somma Teologica scrive che “bisogna predicare la verità agli ebrei, senza aver paura di urtarli, come Gesù il quale insegnava pubblicamente la verità che essi odiavano e li rimproverava dei loro vizi, senza timore di offenderli” (S. Th., III, q. 42, a. 2). Gli Apostoli erano ‘felici di patire persecuzioni’ da parte del sinedrio perché predicavano Cristo crocifisso dai Sommi Sacerdoti e non temevano il discredito, anzi lo amavano.
7°) Il cardinal Bagnasco è stato più fermo e corretto, egli ha parlato di campagna orchestrata dai media. Non ha ri-scomunicato nessuno.
8°) Spero che questa faccenda non porti a nuove fratture. Forse una maggior fermezza dottrinale e una vera carità fraterna avrebbero salvato ciò che una certa durezza di cuore e una debolezza teologico-storico-politica sembrano aver compromesso. Il responsabile non mi sembra essere monsignor Williamson: padre Reginaldo Garrigou-Lagrange scriveva che: “I liberali sono larghi in dottrina, perché non credono fermamente, e spietati in pratica, perché non amano veramente”.
9°) Finalmente anche Benedetto XVI è intervenuto (questa mattina) a difesa, purtroppo, dell’olocausto e ha precisato che la normalizzazione dei rapporti con i “tradizionalisti” dipende dalla loro piena accettazione del Vaticano II. Forse tutta questa vicenda è servita a togliere ogni equivoco, i cattolici legati alla Tradizione sappiano che se non accettano “Nostra aetae” e il ‘giudeo-cristianesimo’ post-conciliare, per loro non c’è posto.
10°) Che Dio ci conceda il coraggio - in questo triste tempo di ‘apostasia universale’ - di mantenere la Fede nell’Olocausto di Cristo, unico vero Salvatore dell’uomo.
C’è un chiasso alquanto sconcertante che reclama la testa del Vescovo Richard Williamson, il prelato della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX) che dubita dell’esistenza delle camere a gas omicide ad Auschwitz-Birkenau, e la cui scomunica, insieme a quella dei suoi tre confratelli vescovi, è stata tolta da Papa Benedetto XVI.
Contro questo vescovo, e più in generale contro il revisionismo della seconda guerra mondiale, è stato operato un travisamento equivalente alla falsa testimonianza. Persone ignoranti, che non hanno mai letto un testo revisionista,[2] hanno inventato fantasie sfrenate sull’indole dei revisionisti e su quello in cui credono.[3] L’Arcivescovo Marcel Lefebvre, il fondatore della FSSPX che fu nemico implacabile del giudaismo,[4] viene raffigurato come un prelato concentrato esclusivamente sul ripristino della vecchia Messa in latino, come se il solo ripristino, separato da tutti i mali che ci assediano, fosse una panacea. Questo è un errore che Mons. Lefebvre non assecondò mai. Egli pose invece l’accento sulla Regalità di Cristo nella nostra cultura e nella nostra società. Come può sopravvivere una tale Regalità quando una truffa gigantesca come quella delle [presunte] camere a gas omicide incatena la mente di milioni di cristiani?
Una parte considerevole del movimento cattolico tradizionalista è costituita da borghesi reazionari e da esteti preoccupati quasi esclusivamente dei cerimoniali e di apparire in buona luce agli occhi del Vaticano e del mondo, in modo da avere a propria disposizione una bella liturgia, con musiche, incensi, campane e candele adeguati. L’insegnamento radicale di Cristo non rientra nella loro mentalità, e oso dire che con Lui si sentirebbero in imbarazzo, se Egli si trovasse oggi tra loro, poiché aveva la tendenza, nelle grandi occasioni, a pronunciare sgradevoli verità sul giudaismo farisaico, cosa che oggi sarebbe vista, da coloro che sono impegnati a fare pressioni sul Vaticano (e dai media sionisti!), come un comportamento da maleducati.
Che il Vescovo Williamson neghi oppure no l’esistenza di camere a gas di esecuzione ad Auschwitz-Birkenau non dovrebbe condizionare in alcun modo la sua presenza nella Chiesa di Cristo, o il suo diritto a poter parlare, insegnare e pubblicare, non più di quanto i cattolici neocon, che negano il recente massacro israeliano di 1.300 palestinesi, inclusi 400 bambini, alcuni dei quali bruciati dal gas tossico a base di fosforo (ironia delle ironie), perdano la propria presenza all’interno della gerarchia o nelle loro chiese locali, a causa della loro abbietta negazione dell’olocausto perpetrato dagli israeliani contro gli arabi.
Dio dice: “Le mie vie non sono le vostre vie”, ma molti dei detrattori di Richard Williamson immaginano Dio come se lo immagina il Talmud, come un assistente del dominante Sinedrio, il tribunale rabbinico di fronte al quale si pretende che tutti noi ci inginocchiamo, inghiottendo le sue scandalose menzogne in modo da farci trattare da bravi piccoli boyscout.
Ognuno è libero di rifiutare o di accogliere le opinioni del Vescovo Williamson, ma tutti noi dovremmo difendere il suo diritto a esprimerle, specialmente alla luce del fatto che qualche sopravvissuto dell’Olocausto sembra ritenere che la propria sofferenza per mano dei nazisti (reale o immaginaria) gli dia il permesso di massacrare impunemente gli abitanti indigeni della Palestina.[5] Se le coraggiose osservazioni del Vescovo Williamson, per quanto inopportune, ci portano a riflettere due volte sull’alibi del genocidio israeliano, allora le persone di buona volontà dovranno sentirsi rincuorate. Assistiamo invece al triste spettacolo di maestrine cattoliche benpensanti freneticamente indaffarate a cercare di allisciare le piume scompigliate di rabbini i cui artigli sono ancora freschi del sangue di Gaza.[6] L’Olocausto è l’ultima religione di stato presa davvero sul serio in un Occidente altrimenti incredulo. Auschwitz ha sostituito la Resurrezione come evento ontologico centrale della nostra storia, una sostituzione che è facile da dimostrare: nessuno va in prigione se nega la Resurrezione, mentre invece gli storici revisionisti scontano lunghe pene detentive per aver dubitato dell’icona delle camere a gas omicide; tra questi prigionieri politici c’è Germar Rudolf, il brillante candidato al dottorato in chimica al Max Planck Institute.
Lungi dall’esaltare il cristianesimo, come il Vaticano immagina, la religione dell’Olocausto è la sua antagonista mortale nei cuori e nelle menti del genere umano. La tipica “lezione suprema dell’Olocausto”, impartita nelle sinagoghe e dedicata all’idolo dei Sei Milioni – che viene spacciata sotto forma di “musei di storia dell’Olocausto” - insegna che la fede cristiana storica, fissata nel Vangelo di Giovanni e realizzata dalla chiesa antica e medioevale, ha inevitabilmente favorito il “fanatismo malvagio” che ha “spianato la strada alle gasazioni di massa di Auschwitz”.
Nonostante i roboanti anatemi della stampa prostituita e dei prelati della “nuova chiesa”, come può un vero pastore sottomettersi a questa falsa religione e alla sua Neo-Lingua orwelliana dell’”Olocausto”, che nella sua essenza rappresenta la calunnia funesta e perpetua contro Gesù Cristo e i suoi discepoli autentici?
Continui a parlare, Vescovo Williamson, le vittime del falso Israele vogliono che lei dia voce al tormento degli oppressi e alla schiavitù dei liberi.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2009/01/speak-on-bishop-williamson.html [2] Come ad esempio le Lectures on the Holocaust [Conferenze sull’Olocausto] di Germar Rudolf, disponibili all’indirizzo seguente: http://www.vho.org/dl/ENG/loth.pdf [3] Ecco un esempio: http://www.remnantnewspaper.com/Archives/2009-0131-ferrara-triumph_and_tribulation.htm [4]http://ncronline3.org/drupal/?q=node/3180 [5]http://www.irishtimes.com/newspaper/opinion/2009/0106/1230936698370.html?via=mr [6]http://www.haaretz.com/hasen/spages/1059124.html
A sinistra. Aldo Bernardini, il "marxista-leninista"che si è dichiarato a favore della "mobilitazione" "antifascista" contro il prof. Faurisson a Teramo (18 maggio 2007).
A destra. Riccardo Pacifici, il presidente della Comunità ebraica che si è profuso in una campagna di solidarietà con Israele durante la guerra di Gaza: ha svelato recentemente di essere il “promotore della protesta organizzata dalla Comunità (ebraica, ndr) nella città di Teramo” contro il prof. Robert Faurisson (18 maggio 2007)
Quello seguente è un estratto da un articolo dello Spiegel (DerSpiegel, n°4/2009, p. 33)[1]:
“Un fatto vero, accaduto vicino Regensburg, in Germania, lo scorso Novembre in occasione della consacrazione dei diaconi, nel giorno di Tutti i Santi, potrebbe danneggiare le relazioni già tese tra i cattolici e gli ebrei.
Monsignor Williamson, consacrato vescovo da Monsignor Lefebvre - fondatore della Fraternità S. Pio X – era giunto, proseguendo l’opera del fondatore, a Zeitkofen, dove la detta fraternità dirige un seminario, in un palazzo barocco.
Il giorno di Tutti i Santi era lì un convertito svedese, Sten Sandmark, che doveva essere consacrato diacono. La conversione di Sandmark dalla chiesa protestante alla Fraternità S. Pio X aveva suscitato scandalo in Svezia. Perciò si trovava lì il giornalista televisivo Ali Fegan, di Stoccolma, per registrare l’evento per la televisione svedese. Dopo la consacrazione, Fegan ha intervistato Monsignor Williamson e altre persone nella cappella del palazzo.
Nel corso dell’intervista si è giunti a parlare dei crimini nazisti. Lo spezzone mostra come Williamson si sia fermato un attimo e abbia poi detto di non credere che sei milioni di ebrei vennero gasati nelle camere a gas. Quindi, alla domanda: “Così, non vi furono camere a gas?”, il vescovo ha replicato: “La penso così, le camere a gas non sono mai esistite, sì”.
Su questa questione, ha detto, sta con i “revisionisti”, che ritengono che “morirono nei campi nazisti da duecento a trecento mila ebrei. Ma nessuno di loro è stato ucciso con il gas nelle camere a gas”.
Quindi il prelato si è dilungato sulle impossibilità tecniche, sull’altezza dei camini e sulle porte inadatte, poiché non erano a tenuta di gas, ma che vengono ancora oggi mostrate “ai turisti” a Auschwitz-Birkenau.
“Se questo non è antisemitismo”, ha rincarato la dose l’intervistatore svedese, “allora cos’è?”. Il vescovo Williamson: “L’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c’è qualcosa di vero, non può essere cattivo. Non sono interessato alla parola “antisemitismo””.
Il documentario di un’ora è andato in onda alla televisione svedese (SVT1) mercoledì 21 gennaio 2009, come parte di un programma intitolato “Uppdrag granskning” (Il dovere della revisione).
Il Consiglio Centrale degli ebrei in Germania è stato informato qualche tempo fa e chiede l’apetura di un’inchiesta legale che appuri se Williamson abbia commesso un reato. Negare l’Olocausto in Germania è un crimine. [1]http://globalfire.tv/nj/09en/religion/church_for_revisionism.htm
[19.58.30] Angela Lano scrive:INFORMAZIONE IMBAVAGLIATA: FACEBOOK ha disattivato l'account di Infopal Cari amici, colleghi, lettori, FACEBOOK ha disattivato l'account di Infopal. Evidentemente, davamo fastidio con centinaia e centinaia di contatti, gruppi di pressione e discussione vari. Vi preghiamo di inviare email di protesta a warning@facebook.com chiedendo la riattivazione dell'account "Infopal". Grazie. La redazione di www.Infopal.it
C'è solo una risposta da dare: disiscriversi tutti da questo marchingegno.
È inutile pietire (protestando presso warning@facebook.com) di fronte a cotanta perfidia e malafede. Prima inventano il giochino per far vedere che c'è la "democrazia" bla bla, poi se uno si ritaglia uno "spazio" (600 "amici" in pochi giorni) loro te lo tolgono. Del resto, quello "spazio" è loro, quindi ne fanno quel che vogliono...
Se si ritiene che questo tipo di strumenti sia utile, esiste una sola soluzione: progettare un altro "Facebook", indipendente, al di fuori del loro controllo. Si dirà: e dove sono i soldi? Bene, che si frughino le tasche questi "arabi", che son buoni solo a produrre tonnellate di "dichiarazioni"!
E invece vedo cose strane, che anche Aljazeera ha il suo spazio su Facebook, segno che si "fidano" o che fanno i "finti tonti".
Sarebbe interessante sentire la scusa della disattivazione dell'account di Infopal: "antisemitismo"?
La questione dell'apertura degli archivi è un cavallo di battaglia degli storici progressisti e laici che ha come bersagli, di solito, gli archivi militari e civili di Stato e quelli del Vaticano: perché non la si pone anche nei confronti del cosiddetto Olocausto? Pubblichiamo qui di seguito un articolo tratto dal blog di Andrea Carancini, un sito ricco di documenti e riflessioni utili alla ricerca storica sul cosiddetto Olocausto
DiThomasKues[1) Circa un anno e mezzo fa, sul n°140 del bollettino Smith’s Report, il professor Arthur Butz ha pubblicato un breve articolo sull’”apertura”, parziale e sottoposta a severe restrizioni, degli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania, che contengono milioni di dossier sui prigionieri dei campi di concentramento, dossier catturati dagli Alleati alla fine della guerra. Butz ha osservato che tale archivio era in realtà rimasto aperto ai ricercatori fino al 1977, quando venne improvvisamente chiuso al pubblico.
Recentemente, i giornali inglesi hanno riferito la storia di Eugene Black, un ebreo “sopravvissuto dell’Olocausto” che vive a Leeds. Black ha fatto la scioccante scoperta che le sue due sorelle, che per sessant’anni aveva creduto che fossero state gasate ad Auschwitz nel Maggio del 1944, furono in realtà uccise diversi mesi dopo, quando l’aviazione alleata bombardò una fabbrica vicino Buchenwald. La scoperta è stata resa possibile grazie agli archivi di Arolsen, a cui Black ha avuto parzialmente accesso grazie al fatto di essere un “sopravvissuto”. Tranne per le persone come Black, gli archivi sono aperti solo a certi ricercatori accreditati. Le informazioni sulle persone ancora vive non verranno divulgate, a quanto si è detto per motivi di privacy. Come Butz fa notare, questa pratica potrebbe portare ad una situazione da “paradosso del Comma 22”[2], in cui il ricercatore deve documentare che la persona il cui destino egli, o ella, vuole indagare più da vicino, è morto (almeno da un punto di vista legale, come può essere stato il caso delle sorelle di Black).
Possiamo presumere che il signor Black sarà sicuramente un’eccezione. Per cominciare, in Germania vivono pochi ebrei, e non saranno in molti ad andare all’estero a visitare un archivio. C’è anche il fatto che la maggior parte degli ebrei “sanno” quello che è accaduto a questo o a quel parente. Semplicemente non avranno una gran motivazione a esaminare le carte. Infine, gli ebrei che come Black scoprissero che certi parenti non sono stati gasati ma sono morti o sono sopravvissuti in qualche altro luogo, potrebbero esimersi dal disturbo di mettere al corrente la stampa, o lo Yad Vashem, delle loro scoperte.
E’ stato detto molte volte negli anni scorsi che i documenti di Arolsen dovranno essere scansionati e resi consultabili con un database. Secondo l’articolo su Eugene Black, pubblicato sul Telegraph del 23 Agosto 2008, questo archivio dedicato esclusivamente ai profughi di guerra dispone di più di 20 milioni di pagine.
Cosa potrebbero fare, allora, i ricercatori dotati di spirito critico, se questo database ancora non completo venisse reso disponibile al pubblico esame? Prima di tutto, bisogna aspettarsi che la documentazione conservata ad Arolsen sia lungi dall’essere esaustiva. La documentazione restante, catturata dall’Armata Rossa nel periodo 1944-45, è probabilmente nascosta negli archivi dell’ex Unione Sovietica.
Il mio suggerimento è che i ricercatori revisionisti, se ne avessero la possibilità, dovrebbero concentrarsi su quelle persone di cui sia stata documentata la deportazione nei tre “campi di puro sterminio” dell’Aktion Reinhardt: Belżec, Sobibór e Treblinka. La tesi ufficiale è che il 99% degli ebrei inviati in questi campi vennero uccisi lì entro poche ore dall’arrivo. Tra il Marzo e il Luglio del 1943, diciannove trasporti ferroviari che contenevano un totale di 34.313 ebrei olandesi vennero inviati dal campo di concentramento di Westerbork a Sobibór. Questi trasporti – a differenza dei presunti stermini di Sobibór – sono ben documentati. Secondo le stime dello storico ortodosso Jules Schelvis, circa 1.000 deportati vennero trasferiti da Sobibór nei campi di lavoro di Lublino e della regione di Włodawa, di cui la maggior parte morì lì. Un altro piccolo gruppo venne selezionato per lavorare all’interno del campo di Sobibór. Il resto, almeno 33.000 persone, vennero presuntamente uccise in camere a gas che utilizzavano gas di scarico. Solo 16 dei 34.313 deportati sono stati registrati alla fine della guerra come ancora in vita. Un altro caso che potrebbe essere approfondito riguarda quattro trasporti di ebrei francesi a Sobibór, che ebbero luogo nel Marzo del 1943. La tesi ufficiale è che tutti i 4.000 ebrei francesi appartenenti a quei trasporti siano stati gasati, senza eccezione, a Sobibór.
Ma se fosse possibile dimostrare, con una ricerca d’archivio, che la maggioranza, o almeno un gran numero di questi ebrei olandesi o francesi furono condotti in qualche altra località dopo la loro deportazione a Sobibór, questo confuterebbe in modo efficace l’ipotesi del campo di sterminio ufficialmente accreditata, poiché non c’è ragione di credere che questi ebrei occidentali fossero trattati alla fin fine in modo diverso dagli ebrei polacchi che costituirono la massa dei deportati nei campi Reinhardt, e visto che nessun testimone ha affermato che in tali campi avvennero selezioni su vasta scala. Il verdetto del processo riguardante il campo di Sobibór del 1966 crollerebbe all’istante, e l’intera storiografia ufficiale sui campi Reinhardt crollerebbe con esso.
La possibilità che accada una cosa del genere può essere considerata come un’indicazione attendibile che gli archivi di Arolsen rimarranno chiusi ad occhi indiscreti. Solo qualche sorta di sconvolgimento potrebbe cambiare la situazione. Fino ad allora, casi eccezionali come quelli del signor Black continueranno ad attirare la nostra curiosità.
Alcuni mesi fa, siamo rimasti due o tre mesi fermi per la nostra tradizionale password che non funzionava e per il codice html di base "impazzito". Poi improvvisamente la riattivazione, senza alcun nostro intervento. Adesso il counter ci è saltato a quota minima 34322, ultima nostra registrazione su carta. Abbiamo avuto circa 2500 ingressi al mese dall'interruzione a l'altro ieri. Anche senza il counter comunque, potremo continuare a lavorare. Presto un articolo.
....Fin qui tutto normale ed anzi – come diceva Mao, che di contadini se ne intendeva - fioriscano i “cento fiori” del dibattito storiografico. Ma è invece follia pura quella che anima il progetto di un deputato europeo ed ex candidato alla Presidenza francese, Philippe De Villier, di ottenere dal Parlamento di Parigi una legge che stabilisca che quello della Vandea fu il primo “genocidio” della storia....
Non è la prima volta che mi capita. Guardate queste due prime schermate di google / cerca "claudio moffa" datate 2 gennaio 2009, browser Mozilla. La prima è delle ore 9,25 e riporta 19.200 pagine in italiano per "claudio moffa". La seconda è di appena un quarto d'ora dopo, e "claudio moffa" è calato a 5.760 pagine. Che è successo nell'intervallo? E' successo evidentemente che qualcuno dall'esterno (un hacker) o all'interno di google è intervenuto per cambiare il numero delle pagine attribuite. Sicuramente il mio non è il solo caso, ma nel caso specifico che mi riguarda, due sono gli aspetti che mi vien di mettere in rilievo: nella permanenza della voce c'è la costruzione artificiosa della prima schermata, con l'articolo di un piccolo infame, il Buffa Dimitri mediocre pataccaro di Informazione corretta, e poi quello di uno sconosciutissimo blog aetna o simili, che con le loro calcolate menzogne stanno lì da circa 2 anni, senza essere scavalcati nella lista delle strisce di google da altri successivi, ben più rilevanti e più diffusi mediaticamente: convegni, iniziative del master, articoli prodotti da "claudio moffa". Nella mutazione nel tempo delle pagine attribuite, non ci sono solo gli improvvisi crolli delle pagine attribuite, ma anche la distillazione di piccole diminuzioni o piccoli aumenti, secondo giorni "cattivi" o "buoni": capita così che invito l'inviato de il Messaggero Eric Salerno al master, per mia libera scelta dovuta a stima per la sua professionalità, e ricevo un par de cento di pagine in più; poi però (il "però" è secondo la logica perversa dei censori) pubblico un articolo su Giustizia giusta sul caso Stolz - cliccato quasi 400 volte - e riscendo di un paio di cento. Intervengo sulla crisi di Gaza e - il peccato è mortale! - il crollo ... Che fare?
LIBERTA' DI OPINIONE E DECISIONE-QUADRO 2008/913/GAI
di Francesco Mario Agnoli
magistrato
L'Appello di Blois
Facendo seguito ad un appello del 2006, sottoscritto da un migliaio di storici di tutta Europa e a un libro (dello stesso anno) di René Rémond, Quand l'Etat se méle de l'histoire, a fine ottobre2008 l'associazioneLiberté pour l'Histoire e lo storico Pierre Nora de l'Academiefrançaise hanno lanciato un nuovo appello, detto “di Blois”per porre frenoalla tendenza di un crescente numero di Paesi europeia creare delle “verità di Stato”, punendo con rilevanti sanzioni penali chi nonvi si adegua e le mette in dubbio. Vi si legge fra l'altro “L'Histoire ne doit pas être l'esclave de l'actualité ni s'écrire sous la dictée de mémoires concurrentes. Dans un Etat libre, il n'appartient à aucune autorité politique de définir la vérité historique et de restreindre la liberté de l'historien sous la menace de sanctions pénales (...). Aux responsables politiques, nous demandons de prendre conscience que, s'il leur appartient d'entretenir la mémoire collective, ils ne doivent pas instituer, par la loi et pour le passé, des vérités d'Etat dont l'application judiciaire peut entraîner des conséquences graves pour le métier d'historien et la liberté intellectuelle en général. En démocratie, la liberté pour l'Histoire est la liberté de tous”.
Iniziativa partita dalla Francia, sia per lo spirito di libertà che da sempre contraddistingue gli intellettuali francesi (non altrettanto la suaclasse politica), sia perché la situazione è particolarmente grave in quel paese, che, dopo avere previsto, con la legge Gayssot (13 luglio 1990), severe punizioni carcerarie per chiunque metta in dubbio il genocidio ebraico, ha fatto altrettantocon quello armeno (viceversa in Turchia è reato parlare di genocidio) e per la definizione della schiavitù quale “crimine contro l'umanità”. Adesso tuttaviala minaccia incombe su tutti i paesi europei, inclusi quelli, come l'Inghilterra e (in parte) l'Italia, che fino ad oggihanno continuato a credere cheuno dei primi diritti umaninonché inalienabile fondamento della democrazia sia la libertà di pensiero e di espressione. Difatti a nemmeno un mese di distanza dall'Appello di Blois ilConsiglio d'Europa, con la sensibilitàche lo distingue per le esigenze e le richieste provenientidalla società civile, si è affrettato a trarre dal cassetto, dovegiaceva datempo grazie ai dubbi di qualche governo,una decisione-quadro, la2008/913/GAI del 28 novembre 2008, che, sotto pretesto della lotta al razzismo e alla xenofobia, sembra mirare ad estendere la situazione francese a tutti gli Stati membri dell'Ue.
Istigazione all'odio e genocidio
Naturalmente esiste la possibilità che il sospetto sia frutto di eccessiva sensibilità perla tutela del diritto alla libertà di opinione, che negli ultimi anni appare sempre menogradito a governi che pure si definiscono democratici, e che invece a muovere il Consiglio sia unicamentel'intento di contrastare la violenza razzista e l'odio xenofobo, il che però non esclude che, al di là delle buone intenzioni (notoriamente numerose sulla strada dell'inferno), lo strumento sceltorisulti non adeguato allo scopo perseguito e viceversa rischioso per beni irrinunciabili. Pericolo tanto più consistente se si considera che alcuni dei paesi destinatari (Francia intesta, ma non solo)hanno già leggi che stabiliscono veritàdi Stato e puniscono chi vi attenti. Ora, se esiste qualcosa di certo e indiscutibile è l'incompatibilità di qualunque verità di Stato, soprattutto se affidata alla protezione giudiziaria,con la libertà di opinione. Dal momento che sono in gioco valori fondamentali e che le decisioni-quadro, pur vincolantiquanto al risultato da ottenere, non hanno efficacia diretta e fanno salva la competenza degli Stati membri quanto alla forma e ai mezzi (art. 34 lettera b) del Trattato sull'Unioneeuropea), è indispensabileaccertare se la decisione-quadro2008/913comportirischi per questa fondamentale libertà democratica in modo che il suo recepimento nelle leggi dei singoli Stati avvengain termini idonei non a concretizzarli, ma adesorcizzarli.
Non resta, quindi, che passare all'esame dei punti più qualificanti, iniziando dall'art. 1 e dalla constatazione chele fattispecie di cui alle lettere a) e b)non meritano censure. Uno Stato che aspiri a qualificarsi “civile”non può, difatti, consentire“a) l’istigazione pubblica alla violenza o all’odio nei confronti di un gruppo di persone, o di un suo membro, definito in riferimento alla razza, al colore, alla religione, all’ascendenza o all’origine nazionale o etnica; b) la perpetrazione di uno degli atti di cui alla lettera a) mediante la diffusione e la distribuzione pubblica di scritti, immagini o altro materiale”.
I problemi cominciano con la lettera c), che indica come meritevoli di sanzione penale “l’apologia, la negazione o la minimizzazione grossolana dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, quali definiti agli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, dirette pubblicamente contro un gruppo di persone, o un membro di tale gruppo, definito in riferimento alla razza, al colore, alla religione, all’ascendenza o all’origine nazionale o etnica, quando i comportamenti siano posti in essere in modo atto a istigare alla violenza o all’odio nei confronti di tale gruppo o di un suo membro”. Se, difatti, può ritenersi che nell'apologia di criminisia in qualche misura implicito l'invito a ripeterli,nessuna conseguenza del genere può essere logicamente fatta discenderedalla loro “negazione o minimizzazione” (grossolana o no che sia).Negare, ad esempio,la gassificazione degli ebrei nei lager di Auschwitz e Treblinka non significa in alcunmodo istigare alla violenza e all'odio neiloro confronti. E' perfettamente possibile rispettareebrei edarmeni e tuttavia essere convinti che nazisti egiovani turchi non ne abbiano programmato il genocidio o che siano esagerate le cifre, ufficiali od ufficiose, delle vittime. Il che del resto è riconosciuto dalla stessadecisione-quadro, che, difatti, esige qualcosa di più, condizionandola punibilità della negazione e della minimizzazione grossolana e della stessa apologia al fatto che tali “comportamenti siano posti in essere in modo atto a istigare alla violenza o all’odio nei confronti di tale gruppo o di un suo membro”. Ma, se così è, l'intero contenuto della lettera c), ben lungi dal dare luogo ad“una normativa chiara ed esaustiva per lottare contro il razzismo e la xenofobia”, è privo disenso e superfluo, e, di conseguenza, fonte di confusione,in quanto le condottedescritte, se attuate in modo da istigarealla violenza o all'odio,rientrano a pieno titolo fra quelle genericamente individuate alle lettere a) e b). In altri termini, una distinzione introdotta dove non vi è ragione di distinguere agevola interpretazioni che attribuiscanoin ogni caso, in conformità del resto alla vulgata corrente, al ”negazionismo” natura di incitamento all'odio razziale.
Negazionismo “grossolano” e libertà di opinione
La lunga gestazione della decisione-quadro e i contrastiche l'hanno tenuta a lungo nel cassetto, contribuiscono ad aggravare il timore che l'intento sia di accontentare le lobbiesche da tempo premono per estendere a tutti gli Stati dell'Unione leggi che puniscanoil puro e semplicenegazionismo (in particolaredel genocidio ebraico) in quanto tale, come del resto già avviene in Francia, Belgio, Germania, Austria, Spagna ecc., offrendo unanticipatovia libera europeo al varo dileggi che vadano in questa direzione. D'altro canto sarebbe proprio questa la via più semplice e rapida per raggiungereuno dei fini espressamente indicati nei considerando 3,4 e 5, cioè “una nuova azione legislativa che soddisfi la necessità di ravvicinare maggiormente le disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri e di superare gli ostacoli che si frappongono a un’efficace cooperazione giudiziaria, dovuti principalmente alle divergenze fra gli ordinamenti giuridici degli Stati membri (...) per fare in modo che gli stessi comportamenti costituiscano reati in tutti gli Stati membri e che siano previste pene efficaci, proporzionate e dissuasive per le persone fisiche e giuridiche che hanno commesso simili reati o ne sono responsabili”.
L'indagine sugli intentinon sarebbe completa se si trascurasse che il risultato pratico della criminalizzazione del “semplice” negazionismopuò essere conseguito anche in presenza di norme che apparentemente esigano perla sua sanzionabilità penale il concorso di ulteriori requisiti, ma che, attraverso l'impiego di termini estranei alla puntualità del linguaggio giuridico che proprio per la loro imprecisione lascino spazio all'interpretazione creativa dei giudici.vengano formulate in modo da rendere possibile in via giudiziaria il risultatonon pienamente conseguito in sede normativa.E' il caso dell'aggettivo, “grossolana”, utilizzato per caratterizzare,ai fini della punibilità, negazione e minimizzazione (in realtà una interpretazione letterale - anche se è difficile intendere la ratio di una diversità di disciplina – consentirebbe di riferire il requisito della grossolanità solo a quest'ultima, perché per rapportarlo anche al negazionismo si sarebbe dovutousare il plurale e scrivere “grossolane”). Questa singolare “grossolanità”, comunque di ardua e quindi arbitraria individuazione, potrebbe servire in sede processuale, in particolare quando manchi l'estremo della istigazione alla violenza o all'odio, per superare l'ostacolodella libertà di opinione e di espressione, dirittocostituzionalmente garantito e fatto salvo, oltre chenei “considerando” 14 e 15,nell'art. 7 della decisione-quadro, di cui si riporta il testo: “1. L’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i fondamentali principi giuridici sanciti dall’articolo 6 del trattato sull’Unione europea, tra cui la libertà di espressione e di associazione, non è modificato per effetto della presente decisione quadro. 2. La presente decisione quadro non ha l’effetto di imporre agli Stati membri di prendere misure che siano in contrasto con i principi fondamentali riguardanti la libertà di associazione e la libertà di espressione, in particolare la libertà di stampa e la libertà di espressione in altri mezzi di comunicazione, quali risultano dalle tradizioni costituzionali o dalle norme che disciplinano i diritti e le responsabilità della stampa o di altri mezzi di comunicazione, nonché le relative garanzie procedurali, quando tali norme riguardano la determinazione o la limitazione della responsabilità”. Tuttavia, la conferma in via di principio di tali fondamentali libertà,in concreto non chiude la stradaad una giurisprudenza cherifiutidignità di manifestazione del pensieroa negazioni o minimizzazioni “grossolane” o che i giudici, non necessariamente esperti di analisi storicae condizionati dalla vulgata mass-mediale, si sentano autorizzati a ritenere tali pur se (per limitarsi al genocidio ebraico) in realtà le tesi negazioniste dei vari Rassinier, Barnes. Faurisson, Zundel, Irving possono essere infondate o addirittura volutamente false, ma certo non grossolane.
Icrimini dell'Asse e eccidi impuniti
Analoghe considerazioni valgono per la previsione di cui alla lettera d: “ l’apologia, la negazione o la minimizzazione grossolana dei crimini definiti all’articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale, allegato all’accordo di Londra dell’8 agosto 1945, dirette pubblicamente contro un gruppo di persone, o un membro di tale gruppo, definito in riferimento alla razza, al colore, alla religione, all’ascendenza o all’origine nazionale o etnica, quando i comportamenti siano posti in essere in modo atto a istigare alla violenza o all’odio nei confronti di tale gruppo o di un suo membro”. Le norme in questione sono quelle a suo tempo varate dalla Potenze vincitrici“per il giudizio e la punizione dei grandi criminali di guerra dei paesi europei dell’Asse”, cioè di“tutti coloro che, agendo per conto dei Paesi Europei dell’Asse, avranno commesso sia individualmente, sia quali membri di una organizzazione, uno dei delitti” indicati nell'art. 6 e precisamente: ” a) Crimini contro la pace: vale a dire la progettazione, la preparazione, lo scatenamento e la continuazione di una guerra d’aggressione, o d’una guerra in violazione di trattati, assicurazioni o accordi internazionali, ovvero la partecipazione a un piano concertato o a un complotto per commettere una delle precedenti azioni; b) Crimini di guerra: vale a dire la violazione delle leggi e degli usi di guerra. Queste violazioni includono, senza esserne limitate, l’assassinio; il maltrattamento o la deportazione per lavori forzati, o per qualsiasi altro scopo, delle popolazioni civili dei territori occupati o che vi si trovano; l’assassinio o il maltrattamento di prigionieri di guerra o di naufraghi; l’esecuzione di ostaggi; il saccheggio di beni pubblici o privati; la distruzione ingiustificata di città e di villaggi, ovvero le devastazioni non giustificate da esigenze d’ordine militare; c) Crimini contro l’umanità: vale a dire l’assassino, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione e qualsiasi altro atto inumano commesso ai danni di una qualsiasi popolazione civile, prima e durante la guerra, ovvero le persecuzioni per motivi politici, razziali o religiosi, quando tali atti o persecuzioni - abbiano costituito o meno una violazione del diritto interno del Paese dove sono state perpetrate - siano state commesse nell’esecuzione di uno dei crimini rientranti nella competenza del Tribunale, o in connessione con uno di siffatti crimini”.
Se non vi è nulla da aggiungere in ordine alle questioni poste dalle disposizioni di cuialla lettera c) dell'art. 1,qualche problema comporta l'individuazionedell'intera platea dei reatiche per effetto del richiamo di cui alla lettera d) dovrebbero rientrare nell'ambitodi applicazione della decisione-quadro.Al propositoè stato acutamente osservato (A dir bene di Carlo Magno si andrà in galera di Mauro Mellini) che in mancanza di espressiriferimenti al riguardosi potranno liberamente e tranquillamente negare o minimizzarei più immani (se non altro quanto a numero delle vittime) eccidi del secolo XX e, forse dell'interastoria umana: quelli di milionidi kulaki in Russia e Ucraina e di intellettuali e contadini in Cina ad opera di quei regimi comunisti. In realtà si può osservare in contrario chel'art. 6 dello Statuto del Tribunale internazionale militare (vulgo Tribunale di Norimberga), richiamato dall'art 1 lettera d) della decisione-quadro, includenella categoriadei crimini contro l'umanità gli atti inumani ai danni di una qualsiasi popolazione civile e le persecuzioni per “motivi politici”, oltre che “razziali e religiosi”, nelle qualicategoriepossono certamente rientrare, in quanto anche politicamente motivati, gli stermini russi e cinesi.Senza dubbio per giungere al risultato della punibilità della loro apologia, negazione o minimizzazione grossolana occorre attribuireal rinviodella decisione-quadro il valore di richiamo oggettivoa tutte le figure criminose comunque indicate nell'art. 6 in questione, considerando dinatura solo processuale, in quanto richiesto dallo Statuto unicamenteai fini della determinazione della competenzadel Tribunale militarea giudicarne, ilrequisito della loro commissione “nell’esecuzione di uno dei crimini rientranti nella competenza del Tribunale, o in connessione con uno di siffatti crimini”. Sitratterebbe – sembra – di una interpretazione perfettamentecompatibile con le normali regole dell'ermeneutica giuridica.
La competenza giurisdizionale
Infine, pur se nonstrettamente connessocon i rilievi fin qui svolti (ma unlegame evidentementeesiste), va segnalato l'art. 9, del qualeper comodità di lettura si riporta il testo: “1. Ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie per stabilire la propria competenza giurisdizionale in relazione ai comportamenti di cui agli articoli 1 e 2 qualora essi siano stati posti in essere: a) interamente o in parte sul suo territorio; o b) da uno dei suoi cittadini; o c) a vantaggio di una persona giuridica avente la sede sociale sul suo territorio. 2. Nello stabilire la propria competenza giurisdizionale ai sensi del paragrafo 1, lettera a), ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie per garantire che essa si estenda ai casi in cui il comportamento è posto in essere mediante un sistema di informazione e: a) l’autore pone in essere il comportamento allorché è fisicamente presente sul suo territorio, a prescindere dal fatto che il comportamento implichi o no l’uso di materiale ospitato su un sistema di informazione situato sul suo territorio; b) il comportamento implica l’uso di materiale ospitato su un sistema di informazione situato sul suo territorio, a prescindere dal fatto che l’autore ponga in essere o no il comportamento allorché è fisicamente presente sul suo territorio”. E' evidente la volontà politica di allargareal massimo la potenzialità incriminatricedellenuove normefino a coinvolgereanchechi neghi o minimizzi, operando nel territorio di Stati che non attribuiscono rilievo penale a tali comportamenti. Infine l'accenno ai “sistemi d'informazione” prelude necessariamentea massicci interventi di controllo su internet.
Libertà di pensiero, libertà di stampa, libertà di insegnamento e di ricerca. Quali cause si vogliano individuare, è un dato di fatto che questi principii - nonostante gli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione - sono oggi a rischio anche in Italia: in questo blog vogliamo non solo denunciare e raccogliere denunce su eventi e casi espressione di questa pericolosa tendenza per la nostra democrazia, ma anche ospitare i pareri di quanti a partire dal loro specifico professionale - sui mezzi di informazione, nei Tribunali, nelle scuole o nelle università - vogliano portare un contributo allo sviluppo del dibattito su questa cruciale questione della nostra epoca. Modalità del dibattito: a tutto campo, senza steccati partitici o ideologici di nessun tipo, convinti che questa battaglia riguardi tutti i cittadini italiani, quale che sia il loro orientamento politico. Obbiettivo strategico, l'abolizione dei reati di opinione nel nostro codice penale, e del mandato di cattura europeo a livello internazionale. Obbiettivo immediato, impedire una eventuale introduzione in Italia di leggi liberticide, o il peggioramento delle norme oggi esistenti.