domenica 30 novembre 2008

ASSALTO A INTERNET: A BRUXELLES IL COLPO DI MANO E' STATO DOPPIO

Il 28 novembre scorso il colpo di mano è stato doppio a Bruxelles. Giornali e agenzie hanno diffuso la notizia della vergognosa “decisione quadro” che sarebbe stata varata dai “ministri della Giustizia dell’UE” (assente però il nostro Alfano) e che obbligherebbe i Parlamenti sovrani degli Stati Europei a varare entro due anni leggi per punire col carcere “da 1 o 3 anni” non solo chi “incita” all’odio razziale, ma anche “chi condona o nega atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, in base alla definizione della Corte Penale internazionale e del Tribunale di Norimberga”.
Ma oltre a questo provvedimento i “ministri della giustizia dell’UE” hanno deciso – Quali ministri? Quanti assenti? – una “nuova strategia della Commissione UE per rafforzare la lotta contro la criminalità informatica”, fondata sull’istituzione di “squadre di pattugliamento online e più collaborazione tra forze di polizia”. I crimini da perseguire non sono solo i classici fishing (induzione subdola a fornire i propri dati, ad esempio bancari, per rubare soldi dai conti correnti), spamming (invio illecito di messaggi in grande quantità via email, qualora non graditi ai destinatari), e pedopornografia – reati per cui tutti i paesi europei hanno a disposizione già leggi di contenimento e punizione - ma anche la “pubblicazione di contenuti illegali”.
Se si combina questo dispositivo a quelli contenuti nell’altra “decisione quadro” sopra ricordata, è chiaro l’intento di Barrot: la polizia informatica dovrà dare la caccia, oltre che ai pedopornografi, anche a chiunque voglia discutere liberamente, ad esempio, dei “genocidi” della storia. Sono da notare fra l’altro due appendici anch’esse inquietanti: la prima è la messa a punto di una “piattaforma” affidata all’Europol – tramite fondo già approvato – in base alla quale investigare e agire. La seconda è l’istauranda collaborazione “tra polizia e settore privato” nella caccia ai “cyber criminali”: chiunque abbia esperienze di internet e siti web, sa bene che alcuni grandi server già operano forme di censura occulta o indiretta nei confronti di web politically uncorrect, che offrono cioè contenuti diversi da quelli spesso omologati sulle grandi reti massmediatiche televisive o a stampa.
Questo nuovo provvedimento europeo, non si sa quanto effettivamente meditato da tutti i governi nazionali – tranne forse quello francese vista la nazionalità di Barrot e il turno di presidenza attuale, affidato appunto a Parigi – porta sicuramente acqua al mulino di tutti coloro che in Italia e nel resto dell’Europa vogliono mettere il bavaglio a internet proprio sui contenuti del cosiddetto revisionismo storiografico (vedi il progetto Ruben): la rete, che è anche formidabile strumento sia di diffamazione permanente e "anonima" sia di controllo di quel che pensano i cittadini “qualunque” di quale che sia paese, è comunque un grande spazio di libertà di parola e di opinione per tutti, indipendentemente dalle proprie opinioni politiche e ideologiche: la nuova iniziativa di Barrot suona perciò molto pericolosa, e c’è da augurarsi che i diversi parlamenti nazionali intervengano per contrastarla ovvero delimitarla rigorosamente ai veri crimini informatici, pena una deriva decisionista targata Bruxelles sempre più dannosa e lesiva sia delle libertà dei cittadini dell'Unione sia delle sovranità nazionali.

Claudio Moffa

giovedì 27 novembre 2008

MEMORIE, SCUOLA E INTERNET



di Claudio Moffa


L’attacco è concentrico, e bisogna capire bene quel che sta succedendo, che non riguarda solo il prof. Roberto Valvo a cui abbiamo già espresso la nostra solidarietà e che invitiamo tutti a esprimergli: il fatto è che oltre al caso principale della scuola di Via Ripetta, che ripete in forma aggravata la vicenda del prof. Pallavidini del gennaio-febbraio del 2007 (www.claudiomoffa.it: una nostra solidarietà che pagammo con un primo attacco al master teramano), sono emersi nelle ultime due settimane almeno due altri casi che – nonostante la loro diversità – finiscono tutti per portare acqua al mulino del nuovo assalto liberticida del dogmatismo “olocaustico” agli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana.

In effetti, risale al 10 novembre un primo episodio inquietante: quello di alcune insegnanti di Villafranca “colpevoli” di non aver portato i loro alunni alla messa di commemorazione del 4 novembre. Apriti cielo: accuse di vilipendio alla bandiera (reato che non esiste più), di scarso patriottismo, di aver fatto questa scelta per non offendere gli immigrati (cosa smentita: e in effetti cosa c’entrano gli immigrati?) e minacce di obbligare il prossimo anno tutti i ragazzi di tutte le scuole italiane ad ascoltare le lezioni di Ufficiali dell’esercito su cosa fu la guerra del 15-18: non un gigantesco massacro che è costato più di mezzo milione di morti solo in Italia, ma il mero completamento del Risorgimento, una pagina tutta e solo positiva della storia italiana. Accenno qui in forma telegrafica qualche contro-considerazione: dalla condanna di Benedetto XV dell’ “inutile strage”, al significato strategico di una guerra che aveva fra i suoi obbiettivi principali la disgregazione e spartizione - “focolare ebraico” in Palestina incluso - dell’Impero Ottomano; all’ipotesi che probabilmente l’Italia avrebbe potuto conseguire l’estensione dei suoi confini anche senza entrare in guerra; al fatto infine che il giudizio negativo sulla guerra del 1915-18 non vuol dire affatto sostenere oggi che i confini attuali siano da cambiare: gli Schutzen con i loro ridicoli pantaloncini e la loro cultura retriva di montagna non sono altro che una nuova forma di esaltazione ipernazionalista. E tuttavia, nonostante quanto appena detto, l’offesa non per gli immigrati ma per gli italiani tedescofoni dell’Alto Adige, resta quando si commemora in modo trionfalista, a 90 anni dall’evento, la “Vittoria” del 4 novembre. Non c’è bisogno di essere leghisti o di sinistra per pensarlo.

Ma non è questo il punto, ognuno è libero di avere e sostenere le posizioni che crede.

Le questioni sono altre: da una parte la pretesa che tutte le scuole debbano assistere alla celebrazione laica e/o alla messa del 4 novembre costituisce una imposizione dall’alto, lesiva di sensibilità diverse dalle reminescenze fasciste di AN: a cominciare da quella cattolica, come dimostrano le reazioni di Pax Christi e altre associazioni religiose agli attacchi governativi contro le insegnanti di Villafranca. Peraltro la scelta delle maestre era assolutamente legittima perché la celebrazione religiosa non era stata decisa collegialmente – come da normativa vigente, sia pure in odore di incostituzionalità per la sua pretesa di imporre un punto di vista collegiale al singolo docente - dal Consiglio di Istituto.

Dall’altra le polemiche sull’episodio di Villafranca portano sicuramente acqua al mulino del dogmatismo olocaustico che pretende di mettere il bavaglio a storici, cittadini, politici, perché grazie al nuovo caso può ben sperare di guadagnare a sé una fetta importante del mondo politico italiano, e in particolare dell’area governativa: AN, appunto. Il rischio è in effetti una sorta di multi-totalitarismo piramidale: al vertice, dominante, la “memoria” di Auschwitz con la sua sacralizzazione non solo delle sofferenze e delle stragi di ebrei nella II guerra mondiale ma – come emerge dalla presentazione di Ariel Toaff del suo ultimo libro, Ebraismo virtuale – di tutta la storia degli ebrei. Poi le altre “memorie” minori, ognuna riserva di un’area ideologica: le foibe, il terrorismo, il 4 novembre. Un “mercato” politico delle memorie (le leggi istitutive devono essere approvate dal Parlamento) ai danni del popolo bue che deve passare le sue stagioni da una celebrazione a un’altra, sempre prono alla “religione” di turno. L’alternativa giusta dovrebbe essere una scuola veramente libera e plurale, dove si studi la storia invece di celebrare ricorrenze religiose, nel rispetto del principio della laicità dello Stato: laicità che tale è se rispetta le singole idee di docenti e studenti, ivi comprese quelle ideologizzate e religiose. Ma ecco a questo punto il secondo atto della tragedia: l’email offensivo di Luigi Tosti che circola in questi giorni su internet.


Luigi Tosti è il giudice che ha chiesto o di togliere dalle aule dei Tribunali il crocifisso, oppure di mettergli accanto la menorah ebraica: come se peraltro fossero solo gli ebrei a essere eventualmente offesi dalla presenza del crocifisso e non anche i musulmani, ormai oggi la seconda religione italiana. E’ vicino al gruppo Axteismo di Luigi Cascioli che predica la non esistenza di Gesù Cristo (il verbo è esatto: infatti questo gruppo non rivendica semplicemente la libertà di ateismo in Italia – principio inattaccabile - ma ha toni inquisitori tali da pretendere che tutti credano all’ateismo e rinneghino la loro religione): una querelle polemica che risale a saggi e libri di più vecchia data, ma che è diventata martellamento mediatico sulla rete internet dopo la vicenda Faurisson di Teramo. Come dire, tu metti in discussione il dogma dell’Olocausto (6 milioni, piano preordinato di sterminio etc.) e noi ti mettiamo in croce non più Gesù Cristo, ma la sua “esistenza”. Problema storiografico affascinante, ma vista la situazione, soprattutto pendant laicista-ebraico all’ormai sempre più diffusa coscienza che della Shoah se ne può e se ne deve parlare liberamente: come del resto ammise uno dei firmatari dell’appello antiFaurisson, Nicola Tranfaglia, in una trasmissione con Faurisson su Sky dopo la vicenda teramana.

Al proposito è da ricordare che si è palesemente schierata contro la visione religiosa dell’Olocausto – percepibile come una sorta di Anticristo che trasforma l’intero popolo ebraico in un incriticabile Messia - non solo una fetta importante del mondo intellettuale cattolico, ma la stessa rivista dei Gesuiti, voce autorevole della Chiesa cattolica, che nell’estate del 2007 pubblicò un editoriale in cui, con riferimento esplicito alle Università e dunque al caso teramano, si pronunciava a favore della libertà di insegnamento e di opinione anche su queste tematiche “scottanti”. E’ da allora che il gruppo Axteismo si è scatenato.

Ma cosa fa in questi giorni Luigi Tosti, mentre rimbalzano sui media contemporaneamente i casi di Villafranca, del prof. Valvo e quello degli striscioni del gruppo di destra di Maurizio Boccacci, staccati da un intervento dei Carabinieri anche perché (almeno secondo titolo dei giornali) “contro Israele”? Tosti, sotto processo per il suo rifiuto di fare il giudice con il crocifisso alle spalle, diffonde via internet un appello per la “derattizzazione” (sic) delle aule dei Tribunali, prive cioè, appunto, del crocifisso. Una volgarità piena di livore anticristiano, che è spiegabile solo all’interno di uno scontro “fra religioni” di ataviche radici (1): il carattere (presuntamente) “leggendario” del Cristo non toglie nulla alla straordinaria positività etica della sua figura e della sua vicenda, e non solo per i cristiani ma per tutta l’umanità. Cristo è colui che ha detribalizzato la religione dell’Antico Testamento, trasformando un dio spesso sadico e violento – un dio tribale appunto – in un ente misericordioso e caritatevole, che attraverso suo “figlio” ha predicato la fratellanza fra tutti i popoli del multietnico impero romano e del mondo allora conosciuto, al di là del ghetto dell’appartenenza religiosa per discendenza (biologica) materna. Anche senza arrivare alle teorizzazioni estreme di un Marcione sulla contrapposizione netta fra Vecchio e Nuovo Testamento, questo è un dato di fatto storico della (pur fosse) “leggenda” di Gesù Cristo.


Ma di nuovo non è la discussione sui contenuti il punto principale: il vero problema è che il termine “derattizzazione” offende sicuramente i cristiani. L’insulto gira su internet: dopo AN, anche la Chiesa verrà coinvolta nel progetto di “regolazione” della rete informatica, voluto dai pasdaran del dogma olocaustico? La Chiesa si rimangerà il suo atto di coraggio e di vera laicità, quando ha rivendicato attraverso Civiltà Cattolica la libertà di discutere della Shoah in termini storiografici?


Ed ecco il caso del Liceo Artistico di via Ripetta scoppiato il 13 novembre scorso: è incredibile soprattutto la assoluta inconsistenza del “reato” contestato – ancora di più che nel caso Pallavidini – e la rapidità con cui la macchina repressiva è scattata: secondo le cronache giornalistiche, pur faziose, risulta infatti che il professor Valvo, nel Consiglio di Istituto, abbia interloquito e detto qualche cosa a proposito della necessità di prove sull’Olocausto, e abbia espresso la necessità di affrontare la questione di Auschwitz in modo non religioso ma storico e contestualizzato – foibe, Katyn, etc. – e questo dopo un intervento di un suo collega dichiaratosi ebreo che aveva accompagnato 3 o 4 studenti del Liceo in pellegrinaggio nel lager nazista. Una discussione dunque seria, posata, senza peraltro studenti come nel caso – comunque anch’esso allucinante – del prof. Renato Pallavidini.

Non solo, ma ci sono altri tre particolari inquietanti che fanno pensare ad un vero e proprio processo inquisitorio, quella nuova “inquisizione ebraica” di cui ha scritto una volta Sergio Romano sul Corriere della Sera: il primo è che la Preside Strani risulta essersi recata a fare un esposto ai CC immediatamente senza nemmeno convocare preliminarmente – come da prassi e normativa vigente – il docente da sottoporre a eventuale inchiesta disciplinare. Basandosi sul solo verbale del Consiglio, ancora da approvare? Redatto correttamente, il verbale, con il controllo preventivo delle due “parti in causa”?

Il secondo aspetto inquietante è – o meglio sarebbe, visto che per ora si tratta solo di voci – che il prof. Valvo non sa neppure di cosa sia stato accusato dalla Preside nell’esposto ai CC: la Preside è un ufficiale pubblico, e dunque la sua scuola deve registrare il suo esposto come atto documentale a disposizione di tutti i docenti della scuola, e dunque del prof. Valvo. Lo ha fatto? O si vuole impedire al docente di sapere cosa mai avrebbe detto, nell’esprimere le sue argomentate posizioni? E come fa dunque a difendersi, in primo luogo sul luogo di lavoro?


Il terzo aspetto inquietante è che sia la Preside che il collega intervenuto in Consiglio di classe sono nuovi, sono cioè arrivati proprio quest’anno nell’Istituto di via Ripetta. Il prof. Valvo è docente del liceo artistico da molti anni: si direbbe proprio una sfortuna il fatto che oltre ad acquisire fra i suoi colleghi di Istituto un nuovo arrivato che – senza alcun rispetto, e dichiarandosi ebreo – lo ha subito accusato di “antisemitismo”, abbia anche perso, nello stesso inizio anno, la vecchia Preside del Liceo artistico trasferitasi altrove. Come coincidenza sfortunata era stata la presenza nell’aula del docente torinese, nel gennaio 2007, di una studentessa ebrea.


Ecco dunque il “piattino” pronto per le nuovi leggi liberticide in Italia. Non solo quella su internet proposta da un parlamentare di centrodestra – Ruben - ma anche quella contro la libertà di insegnamento nelle scuole e nelle università, da affossare nello scadenzario ossessivo di ossessive “memorie” e da perfezionare con il divieto di parola – attraverso una legge che scimmiotti la Gayssot-.Fabius francese – per i “negazionisti”: tutti i cosiddetti “negazionisti”, chi nega veramente (ma poi: che male c’è a negare, se si sta discutendo di storia? E che male ci sarebbe a confutare un dogma religioso?) e chi chiede metodologie corrette e confronto libero per affrontare di volta in volta la complessità di quale che sia evento storico; o chi, più banalmente ma con piena ragione, chiede la fine dell’uso dell’ “Olocausto” a scopi politici e economici: l’occupazione della Palestina in violazione di centinaia di risoluzioni dell’ONU e la rapina dei “risarcimenti” etnicamente selezionati, come se i deportati italiani nei lager nazisti dopo l’8 settembre (2) o i sopravvissuti di Hiroshima non meritassero analoghi provvedimenti.


In effetti, la tecnica principale dell’attacco tentato in questi giorni è proprio questa: mescolare - a fini di artificioso clima emergenziale - cose repellenti a esternazioni e riflessioni piene di dignità e buon senso: lo striscione contro Israele (!!) e contro i banchieri (!!), e le canzoncine farneticanti su you-tube; il piccolo e sconosciuto blog antisemita e l’intellettuale, il naziskin picchiatore e il cittadino “qualunque” con le sue idee, giuste o sbagliate che siano. Tutti al rogo-gogna mediatica dei soliti professionisti dell’ informazione “corretta”: come il Messaggero, già propositore nel gennaio scorso di un servizio a più voci sulla cosiddetta “lista di proscrizione” (toh, i tre intervenuti erano tutti di ebrei: uno fece finta di non sapere che quella “lista” era nient’altro che il copia-incolla di un appello della Comunità ebraica contro le Università inglesi da lui stesso redatto, l’altra mentì sul fatto che quell’appello lo aveva firmato, la terza ricucì il tutto in un articolo allarmistico) che scatenò il caso del blog di Munzi (3); e che oggi si ripete, il quotidiano romano, con una altra mezza pagina dove a stessa giornalista infila tutti gli ingredienti utili per tentare di ledere l’immagine del professore romano, mettendolo – lui cattolico! - assieme ai militanti di estrema destra, alle canzonette dei Fosse 99 e al comunque diverso caso del blogger reatino.

Non si deve pronunciare più invano il nome della Shoa: ieri in aula, oggi in Consiglio di Istituto o nel corridoio di scuola, domani chissà, anche al bar e sull’autobus. E’ democrazia questa? Che dicono i colleghi Losurdo e D’Orsi che parteciparono al convegno La storia imbavagliata di Teramo?


Tutto questo richiederebbe una reazione, sapendo bene però che essa sarà possibile solo se si ha coscienza degli ostacoli concreti al suo sviluppo: il primo è che il movimento è stato diviso nell’ultimo anno grazie soprattutto alla polemica di certo laicismo estremista e assolutamente mediocre nei confronti della componente cattolica che reagì ai fatti di Teramo. Un mezzo suicidio, ovvero una calcolata provocazione.

Il secondo ostacolo è costituito dal silenzio dei firmatari dell’appello contro il disegno di legge Mastella di due anni fa. Anzi di peggio, capita di sentir dire da Marcello Flores intervistato da Inviato speciale quanto segue: “non è che siamo contrari a una legge contro il revisionismo, ma ….”, proseguendo poi – Flores - con una argomentazione che sembra suonare più o meno così: fateci dire a noi, storici progressisti doc, chi va punito o no e allora sì che verrà difesa la “libertà”: della casta. Una soluzione insomma elitario-lobbistica tipica di certo postsessantossismo (Flores lo ricordo nell’Aula I di Lettere occupata nel 1968) che dispensa la sua “democrazia” dall’alto del suo snobismo, “gauchiste” ovviamente.


La frase di Flores non stupisce: è la stessa linea doppia di tutti coloro che teoricamente e fattivamente pretendono di tappare la bocca ai negazionisti, inalberando nello stesso tempo – per quanto possa sembrare assurdo - il principio della “libertà” di ricerca storica, di insegnamento, di opinione: Pierre Nora in Francia (www.andreacarancini.blogspot.com); i “compagni” PD teramani che hanno verbalizzato la chiusura del master Enrico Mattei, mai citando Faurisson pur nominato in assemblea ripetutamente, e anzi rivendicando, nero su bianco l’impegno per la “la libertà di insegnamento”; la preside del liceo Ripetta che fa l’esposto ai CC e poi dice in Consiglio “qui tutti hanno la libertà di parola”.

Alla faccia! Attenti, la nuova linea dell’attacco liberticida sarà questa,: non manganellare e ammanettare con chiarezza fascista, ma presentarsi come veri “democratici” dalla lingua biforcuta per favorire lo sterminio intellettuale, o la reclusione in qualche “riserva” internet, dei pellerossa “negazionisti”. Anche quando non lo sono, magari per mera incompetenza professionale.

Gli storici e gli intellettuali comunque contano oggettivamente poco, soprattutto se dopo essersi fatti belli con qualche dichiarazione altisonante in tempi di tregua, o di guerra della Shoah all’estero (l’arresto di Irving) tacciono poi quando il temibile avversario è contiguo geograficamente e temporalmente. Allora se la fanno sotto. La vera partita è dunque – ecco il terzo problema - dentro il governo Berlusconi, perché la maggioranza parlamentare richiesta di varare un progetto di legge liberticida oggi, al contrario di due anni fa, è in mano al centrodestra. L’interrogativo dunque è: ci sono spazi, nonostante la politica nettamente filoisraeliana del governo e la proposta Ruben, per impedire una svolta all’indietro?


La domanda è legittima e fondata. A ennesima conferma che Berlusconi fa spesso una politica più a sinistra della leadership del centrosinistra, e che l’antiberlusconismo è la malattia senile di una sinistra in fase di disfacimento totale, fu proprio il passato governo di centrodestra a varare una buona legge in tema di libertà di espressione: la 85/2006, che prevedeva la depenalizzazione di diversi reati d’opinione (compreso il vilipendio alla bandiera: compagni “rivoluzionari” e “internazionalisti” doc, che ne dite?) e che riformava la stessa legge Mancino - l’unica, chissà perché, che continua ad essere citata nelle cronache forcaiole sui “negazionisti” - sostituendo il verbo “diffonde” (idee razziste) con quello più limitativo “propaganda”, e il verbo “incita” con quello più “intenzionale” di “istiga” (4). Che accadrà a questa legge? Anziche' andare avanti, il governo di centrodestra tornerà indietro, spinto verso misure illiberali anche da qualche suo alleato secondo mercato delle memorie sopra ricordato? E che tratti assumerà un eventuale disegno di legge su internet?


Il contesto generale e specifico non è favorevole: c'è da una parte l’assedio della protesta di piazza (quella semplicemente rivoltante e infame di Epifani, leader di un sindacato che sulla pelle dei lavoratori ha sempre accettato - e da decenni – ogni tipo di compromesso al ribasso, e che adesso sale sulle barricate al soldo mediatico del centrosinistra finanziario; e quella degli studenti, pienamente comprensibile, ma originata da una crisi economica planetaria il cui primo input è stato dato dalla banca ebrea-americana Lehman e - in Italia - dagli effetti disastrosi di una riforma universitaria introdotta dal centrosinistra alla fine degli anni Novanta (5) ) e dall’altra l'assedio specifico che si va profilando a causa di due recenti eventi istituzionali: il primo è la visita di Napolitano in Israele in cui, dispiace dirlo, l’antico migliorista sostenitore dell’alleanza con Craxi negli anni di Sigonella, cede ai luoghi comuni della propaganda israeliana che fa di ogni oppositore della politica dello Stato ebraico un “antisemita” (Presidente, che dice di questa accusa al ministro D’Alema? A Jimmy Carter? A Mitterrand e via infangando?), visita che è sicuramente stata utile a Tel Aviv per manifestare all’ospite il suo “allarme” per il “razzismo dilagante” in Italia.
Il secondo è la nomina di Giovanni Maria Flick a presidente della Corte Costituzionale: pochi mesi per l'ex avvocato di De Benedetti, fino al 19 febbraio 2009 scadenza del suo mandato novennale alla CC, ma che potrebbero bastare (non bisogna affrettarsi, dicono inorriditi i ei dell’ “antisemitismo dilagante”?) ad avere un qualche parere utile per fare il colpaccio: non un pronunciamento simile a quello della Corte costituzionale spagnola - dichiaratasi a favore del divieto di vietare il "negazionismo" olocaustico - ma una legge liberticida per scatenare anche in Italia, come in Francia e Germania, la magistratura contro chiunque sia in odore di “revisionismo”.

Il terzo infine è l'incredibile notizia del 28 novembre scorso che viene dall'Unione Europea: il commissario alla Giustizia Barrot annuncia trionfalmente un "accordo" su una "decisione quadro" presa dai ministri della giustizia dell'UE, che pretenderebbe di imporre ai Parlamenti nazionali l'adozione di nuove leggi che puniscano non solo "chi incita alla violenza e all'odio verso persone definite per razza, colore e religione, discendenza o origini", ma anche "chi (udite udite") condona (!!!) o nega atti di genocidio, criminui contro l'umanità e crimini di guerra, in base alla definizione della Corte Penale internazionale e del Tribunale di Norimberga. Tutti insomma sotto il tallone di Jacques Baroth, anche i giudici!!!


Tre momenti istituzionali chiave su cui far leva per condizionare e ricattare il centrodestra, che peraltro di leggi o situazioni giudiziarie a rischio ne ha anche altre. Il pericolo è dunque, in un momento in cui il trionfo di Berlusconi a Teramo – città peraltro simbolo di tutto il discorso fin qui fatto - getta le basi del costruendo partito del “popolo delle libertà”, che le libertà del popolo vengano offese dalle manovre astute dei nuovi gendarmi del libero pensiero, e dall’ingenua rincorsa di qualche componente dell’area di centrodestra – cristiano-antiislamica o ANnista o finto-liberale – al bavaglio internet e alle prescrittive lois memorielles anche in Italia: rincorsa nella quale ciascuna parte potrebbe presumere di difendere la propria identità e visione del mondo, ma che invece vedrebbe tutti, cattolici e laici, sinistra e destra, non solo ledere i diritti dei cittadini “qualunque” difesi dagli articoli 21 e 33, ma anche finire subalterni all’egemonia di chi sta sia a destra che a sinistra, e forte di questa presenza trasversale porta avanti progetti di dominio molto pericolosi.

Claudio Moffa

Comitato 21 e 33



(1) Si dice che il giudice Tosti sia di religione ebraica: non so se è vero, ma comunque il suo livore contro Gesù Cristo va ben oltre la mera richiesta di laicità dello Stato.

(2) Come ho raccontato in questo blog, diversi mesi fa ho causalmente ascoltato in un Ufficio Postale una signora lamentarsi, citando il caso opposto dei deportati ebrei, del fatto che a suo marito catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre e deportato a Birkenau (se ricordo bene era questo il lager), finita la guerra non aveva ottenuto dallo Stato alcun risarcimento. Ho nome e cognome della signora che poi feci contattare da una giornalista, ma non lo rilevo per impedire eventuali accuse di "antisemitismo" che la possano coinvolgere in qualche processo ad iniziativa di Riccardo Pacifici e dei suoi seguaci.

(3) Articolo de il messaggero riprodotto in questo blog (gennaio o febbraio 2008).

(4) Una scheda e un articolo sulla nuova legge si trova in questo blog.

(5) Con un foglio da me inventato, l'Ateneo& la Città, il sottoscritto e altri pochi colleghi tentarono invano di impedire, contro la riforma Berlinguer, la dissennata disseminazione di corsi di laurea e di sedi all'Università di Teramo dove insegno (vedi www.claudiomoffa.it/università).

martedì 25 novembre 2008

SOLIDARIETA' AL PROF. VALVO


Solidarietà al collega Valvo, che spero qualcuno riesca a contattare, purché affronti virilmente la situazione e non cominci con la solfa dei "sono stato frainteso". Se ne può uscire a testa alta, come l'esperienza del sottoscritto (sottoposto in tempi diversi a tre ispezioni sullo stesso argomento e tuttora in servizio senza alcun provvedimento disciplinare a carico) dimostra.
Nel contempo bisognerebbe approfittare della vicenda per porre con rinnovata forza la questione della libertà di pensiero e di insegnamento.


Franco Damiani

SOLIDARIETA' AL PROF. VALVO


La polizia della memoria: sospenderne uno per educarne cento

di Lorenzo Borré


Il 10 ottobre del 2008 sul quotidiano francese le Monde è stato pubblicato un appello per la libertà di ricerca storica, i cui primi firmatari sono Aleida et Jan Assmann (Constance et Heidelberg), Elie Barnavi (Tel-Aviv), Luigi Cajani (Rome), Hélène Carrère d'Encausse (Paris), Etienne François (Berlin),Timothy Garton Ash (Oxford), Carlo Ginzburg (Bologne), José Gotovitch (Bruxelles), Eric Hobsbawm (Londres), Jacques Le Goff (Paris), Karol Modzelewski (Varsovie), Jean Puissant (Bruxelles), Sergio Romano (Milan), Rafael Valls Montes (Valence), Henri Wesseling (La Haye), Heinrich August Winkler (Berlin), Guy Zelis (Louvain).

I sottoscrittori dell’Appel de Blois, affermando il principio che in uno Stato libero non compete all’autorità politica definire la verità storica, nè limitare la ricerca storiografica sotto la minaccia di sanzioni penali, esortavano i politici europei ad astenersi dall’adottare misure che potessero mettere in pericolo la libertà di ricerca e, più in generale, quella intellettuale.

Con un articolo pubblicato sul londinese Guardian del 16.10.2008, uno dei firmatari dell’appello –Timothy Garton Ash, rilanciava la questione, evidenziando i paradossi prodotti dalla legificazione in materia di memoria storica: le leggi francesi e svizzere, infatti, vietano di negare fatto storico –il genocidio degli armeni- di cui in Turchia è vietato affermare l’esistenza.

L’eco dell’appello è giunto fino in Italia, allorchè, il 20 ottobre 2008, l’editoriale di Garton Ash è stato ripreso dal quotidiano La Repubblica.

Senza costrutto.

Il 22 novembre 2008 è stata infatti riportata dai quotidiani nazionali la notizia che un professore del liceo artistico di Via Ripetta, a Roma, è stato sospeso per aver messo in dubbio –in occasione di un consiglio di classe, svoltosi all’indomani del viaggio della memoria organizzato dal Comune di Roma - la verità della Shoah.

Il provvedimento cautelare di sospensione dall’insegnamento adottato dall’autorità scolastica dà inquietante concretezza ai pericoli denunciati dagli intellettuali europei sottoscrittori dell’Appel de Blois, aggiungendo alla questione ulteriori elementi di riflessione.

L’aspetto emblematico della vicenda italiana è costituito dal fatto che in Italia non esiste una legislazione che vieti di porre in dubbio la Shoah o le modalità dell’olocausto del popolo ebraico, dei popoli slavi e degli zingari.

Ciò posto, occorre osservare che a mente dell’art. 25 della Costituzione italiana “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.

Orbene: se –come detto- in Italia una legge che punisce il negazionismo non esiste, in base a quale concezione del Diritto molte voci, anche istituzionalmente autorevoli, hanno richiesto la punizione del “colpevole”, applaudendo alla sospensione del professore romano e richiedendo anzi provvedimenti esemplari e definitivi?

E ancora:perchè il prof. Valvo dovrebbe essere punito per un fatto non contemplato dalla legge come reato (nè come illecito amministrativo)?

Sembra che nessuno si sia posto, ad oggi, la questione, ma speriamo che i sindacati di categoria facciano valere il principio.

La vicenda, sotto il profilo epistemologico, ha peraltro una sua chiara spiegazione: quando un fatto storico, obiettivamente tragico, si impone (o viene imposto) come Valore, il porre in dubbio la realtà del Fatto Storico viene interpretato e rappresentato come negazione del Valore. E quindi come un non-valore, anzi: come un disvalore, che come tale non merita tutela.

La “tirannia dei valori”, come diceva Carl Schmitt, rischia dunque di far arretrare il principio di libertà

Altrove lo chiamano totalitarismo.


Lorenzo Borrè



Per i riferimenti:

http://www.lemonde.fr/opinions/article/2008/10/10/appel-de-blois_1105436_3232.html

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/oct/16/humanrights

lunedì 24 novembre 2008

LIBERTA' DI OPINIONE: ATTENTI AI RAGGIRI

lunedì 24 novembre 2008

(dal blog www.andreacarancini.blogspot.com)

L'appello di Blois è una truffa!



LEGGI SULLA "MEMORIA STORICA": UNA GARA D'IPOCRISIA

di Jérôme Bourbon

Articolo tratto dal settimanaleRivarol(1, rue d'Hauteville, 75010 Paris) 2877, del 24 Ottobre 2008, pag. 3. Nell’articolo che seguecome sottolinea il Prof. Faurisson - Jérôme Bourbon smaschera gli ipocriti.


Ed ecco che l’Associazione ‘Libertà per la Storia’, attualmente presieduta da Pierre Nora (storico e membro dell’Accademia francese), fa di nuovo parlare di sé. L’11 Ottobre scorso, ad esempio – in occasione dell’XI° ‘Appuntamento della Storia’ ed in compagnia dell’inevitabile Jack Lang – ha perfino lanciato ‘l’Appello di Blois’[http://www.lph-asso.fr/actualites/50.html ]. I firmatari del testo, ai cui primi ranghi troviamo Pierre Nora e Françoise Chandernagor (romanziera e membro dell’Accademia), si dicono “inquieti dei rischi di una moralizzazione retrospettiva della Storia e di una censura intellettuale”, e si appellano “alla mobilitazione degli storici europei ed alla saggezza dei politici. La Storia non deve essere schiava dell’attualità, né essere scritta sotto il dettato di storie concorrenti. In uno Stato libero, non appartiene a nessuna autorità politica di definire la verità storica e di restringere la libertà dello storico sotto la minaccia di sanzioni penali”. La stessa Associazione chiede “agli storici di raggruppare le loro forze all’interno dei paesi rispettivi, creandovi delle strutture simili alla nostra e, nell’immediato, di firmare individualmente questo appello per dare un segnale forte alla deriva delle leggi sulla memoria”, ed invitano i responsabili politici a “non istituire, attraverso la legge, per quanto riguarda il passato, delle verità di Stato la cui applicazione giudiziaria può comportare delle gravi conseguenze per il mestiere di storico e la libertà intellettuale in generale”.

Reato europeo dibanalizzazione grossolana

Perché una così improvvisa mobilitazione? Poiché (come pochi sanno…) esiste una risoluzione europea, in preparazione da molti anni, che rischia di prendere rapidamente effetto e di estendersi al campo delle leggi sulla memoria, in tutto il Continente. Questa risoluzione – adottata dal Parlamento europeo il 20 Aprile del 2007, a due giorni dal primo turno dell’elezione presidenziale in Francia – prende origine da un’iniziativa del Governo Jospin. Se sarà confermata dal Consiglio dei Ministri europei, instaurerà per tutti i "genocidi, crimini di guerra a carattere razzista e crimini contro l'umanità", un reato di “banalizzazione grossolana” ed anche di "complicità di banalizzazione". In altre parole, tutti i paesi dell'Unione europea che non posseggono ancora (e sono almeno i due terzi) nella loro legislazione dei dispositivi giuridici che sanzionano il revisionismo o la violazione di qualsiasi altro nuovo dogma storico, dovranno allinearsi su quella risoluzione.
E’ per questa ragione che il 9 Ottobre scorso, Pierre Nora e Françoise Chandernagor, sempre animati dal suddetto spirito, hanno pubblicato, presso le edizioni del CNRS, il loro libro, “Liberté pour l’histoire” (Libertà per la storia). A priori, ci si dovrebbe piuttosto rallegrare per quella loro volontà di sciogliere i nodi che soffocano la libera ricerca storica. Ricordiamo, tra l’altro, che – nel Dicembre 2005 – quando fu fondata l’Associazione ‘Libertà per la Storia’ da diciannove storici ed intellettuali, sotto la presidenza dello scomparso René Rémond (vedere: “Ecrits de Paris” o “Scritti di Parigi” del Febbraio 2006 – che possono essere richiesti al nostro indirizzo, contro 6 euro – dove il testo di fondazione di questa associazione è interamente riportato e nel quale sono ugualmente ricordate nel dettaglio le circostanze della sua creazione), l’associazione in questione chiedeva esplicitamente l’abrogazione di tutte le leggi sulla memoria. In particolare: la Legge Gayssot del 1990 (che punisce la contestazione dei crimini contro l’umanità, riconosciuti come tali dal Tribunale militare internazionale di Norimberga); la Legge Taubira del 21 Maggio 2001 (che qualifica crimine contro l’umanità, la schiavitù ed il commercio degli schiavi praticati dalle Nazioni occidentali a partire dal XV° secolo); la Legge Masse del 2001 (che crea un delitto di contestazione del genocidio armeno del 1915); e la Legge Mekachera del 2005 (abolita nel 2006 da Chirac, a seguito della levata di scudi della sinistra) che specificava il “ringraziamento della Nazione verso i Francesi rimpatriati” e di cui un articolo – che fece scandalo negli ambienti benpensanti – citava "il ruolo positivo della presenza francese nei territori d’oltre-mare".

Un’inaccettabile criminalizzazione del passato

Sulla pagina ‘Dibattiti” del quotidiano Le Figaro dell’8 Ottobre scorso, il già citato Pierre Nora e la romanziera Françoise Chandernagor emettono un certo numero di verità, sempre utili da ricordare. Il primo afferma, non senza ragione, che "dietro le nobili aspirazioni che le ispirano – e che nascondono, generalmente, soltanto demagogia elettorale e viltà politica – la filosofia d'insieme, spontaneamente accordata allo spirito dell'epoca, tende ad una criminalizzazione generale del passato di cui occorre ben vedere che cosa implica e dove conduce". La seconda, si stupisce, invece, che nella legge Taubira "soltanto la tratta transatlantica e quella che, nell’Oceano indiano, deportò degli Africani sull’isola Maurice e quella della Réunion siano considerate crimini contro l' umanità. Non sono, dunque, prese in esame e condannate, né la tratta e la schiavitù arabe, né la tratta inter-africana, similmente molto importanti – e più spaziate nel tempo, poiché certe pratiche hanno continuato a durare, in tutta legalità ‘interna’, se non internazionale, fino agli anni 1980 (nel Niger e nel Mali, ad esempio) ed al 2007 (data in cui la Mauritania ha adottato una legge che proibisce e reprime la detenzione di schiavi)". Ci si ricorda che, per avere insistito su queste verità poco ‘Politicamente corrette’, lo storico della tratta negriera, Pétré-Grenouilleau, è stato trascinato in Tribunale ed imputato di razzismo da parte di associazioni e collettivi di afro-caraibici che si pretendono discendenti di schiavi. Figlia di Guardia Sigilli, l’ex allieva dell’ENA (Scuola Nazionale di Amministrazione) Chandernagor ha ugualmente ragione di commuoversi che il nostro paese si riconosca colpevole di un crimine nel quale non ha quasi nessuna responsabilità: "La Francia non entrò ufficialmente nella tratta degli schiavi che alla fine del XVII° secolo, mentre il periodo considerato dalla legge comprende il XV°, il XVI° ed il XVII° secolo. Dunque, il crimine oggi riconosciuto dalla Francia comincia prima che i Francesi lo abbiano commesso. Alla stessa maniera che aveva già riconosciuto, al posto dei Turchi, il genocidio armeno, la Francia riconosce ugualmente per legge, i peccati degli Inglesi, degli Olandesi, dei Portoghesi… Nell’insieme, parlando del XV° secolo, riconosce addirittura la tratta 'transatlantica’ degli schiavi, prima ancora che l'America venisse scoperta!".

Come preservare l’esclusività ebraica senza provocare scandalo

Si potrebbero calorosamente applaudire tutte queste sagge considerazioni, se la stessa fermezza di giudizio fosse applicata alla legge Gayssot. Ora, dalla sua fondazione, non soltanto l’Associazione ‘Libertà per la Storia’ non ha mai difeso un solo storico revisionista condannato ed imprigionato in nome di questa legge d'eccezione; non soltanto non ha protestato contro le pene di prigione effettiva che sono state inflitte a Georges Theil o Vincent Reynouard, né contro l’incarcerazione di Rudolf, di Zündel, di Stolz, di Honsik e, più recentemente, di Töben, ma ormai giustifica apertamente la repressione: “Il crimine contro l'umanità era stato concepito per fatti contemporanei che superavano l'intendimento e di cui l'orrore e l'ampiezza non erano previsti da nessuna categoria giuridica. Qualificava il presente immediato, non riguardava il ricordo, né la memoria, né il passato. Quanto alla legge Gayssot, era stata concepita, nelle circostanze molto precise del negazionismo faurissoniano, non contro gli storici ma, contro i militanti della contro-verità storica. Con l'estensione della legge Gayssot e la generalizzazione della nozione di crimine contro l'umanità, si è giunti ad una doppia deriva: la retroattività senza limiti e la vittimizzazione del passato", scrive Pierre Nora nel suo opuscolo "Libertà per la Storia". Argomento specioso: il genocidio armeno è ugualmente del XX° secolo e non appartiene dunque ad un passato lontano. In ogni caso, per le giovani generazioni, 1915 e 1940-45, non cambia molto. In verità, ciò che Nora deplora, è che altre "categorie richiedono le garanzie che la legge Gayssot, nel 1990, ha offerto agli Ebrei". Detto altrimenti, quando si tratta di concedere uno statuto privilegiato alla Comunità (ebraica) e di accordarle l'esclusività della sofferenza, Nora – che ha diretto i tre volumi molto conformisti, intitolati "Luoghi della memoria" – non vi trova nulla da ridire ma, quando altri popoli o etnie si pongono similmente in vittime, questoai suoi occhinon è più accettabile. In un'intervista al Nouvel Observateur del 9-15 Ottobre 2008, Claude Lanzmann, il realizzatore del film "Shoah" , riconosce che la legge Gayssot è "la sola che (gli) importi veramente” (ci mancherebbe altro!), critica "l'escalation che ha condotto alla proliferazione delle leggi sulla memoria storica" e felicita Nora "di essersi edulcorato", non chiedendo più, come nel 2005, l'abrogazione di quella legge. Tuttavia, gli fa obiezione di essere ancora troppo liberale. "Secondo la logica 'démocratica' di Pierre Nora, sarebbe stato normale che io non mi fossi indignato quando 'Rivarol', il foglio antisemita, è stato autorizzato a ricomparire (nelle edicole)". Ancora una volta, Lanzmann, rispetto ai fatti, prende delle curiose libertà: il nostro settimanale è stato creato nel 1951 e, dunque, non esisteva durante la guerra, né prima! Occorrerebbe che il cineasta rilegga le sue schede!

...e richiudere il vaso di Pandora

In realtà, questo bel mondo è un po' “infastidito sui bordi”, in quanto vede bene che la legge Gayssot è la matrice di tutte le leggi sulla memoria; una legge che ha aperto il ‘vaso di Pandora’ dalla quale scaturiscono tutte le rivendicazioni comunitariste che conducono ad una criminalizzazione generale del passato, rendono impossibile il lavoro dello storico, uccidono ogni spirito critico ed appaiono come un’involuzione intellettuale senza precedenti (vedere la ‘cabala’ contro l'accademico Sylvain Gougenheim colpevole di avere dimostrato nel suo "Aristotele al monte Saint-Michel" - Ed. Le Seuil - il primordiale contributo dei monaci alla riscoperta del pensiero greco - RIVAROL del 18 Aprile e 3 Ottobre 2008). Però come riconoscere apertamente, senza suscitare, qua e , reazioni d'indignazione, che la Shoah è un fenomeno unico nella Storia e che solo la sua negazione deve essere repressa? E’ questa dichiarazione che ha condotto Dieudonné a ribellarsi contro il trattamento disuguale delle "memorie". Claude Lanzmann, infatti, ha osato impudentemente scrivere sulla sua rivista "Les Temps modernes": "La legge Gayssot è una garanzia di protezione per tutte le vittime". Poiché, nel suo spirito, una vittima è inevitabilmente ebrea. Se non lo è, non conta. D’altronde, sempre secondo Lanzmann, su "L’Obs" (Le Nouvel Observateur), gli Armeni – che hanno giudicato scioccante l’eccezionalità in favore degli Ebrei –"hanno avuto torto", semplicemente.

Il rifiuto di riconoscere il genocidio vandeano

Ciò che ‘Libertà per la Storia’ teme ugualmente, sono le rimostranze di altre vittime della Storia; vittime che hanno il torto di non essere dalla buona parte. Nel suo libro, Nora ne elabora l'elenco: "Non c’è nessuna ragione perché i discendenti delle vittime di tutta la storia di Francia non reclamino e non ottengano ciò che i figli e le figlie dei discendenti di schiavi hanno ottenuto. Il ‘genocidio’ (notate le virgolette) vandeano aspetta il suo riconoscimento ufficiale, i Russi bianchi non mancano di argomenti contro i massacri comunisti in Ucraina (Holodomor), lo stesso dicasi dei rifugiati Polacchi contro i massacrati di Katyn". E si potrebbe pure aggiungere le vittime della Rivoluzione francese e delle due epurazioni gaulliste del 1944-46 e del 1962. Occorre soprattutto che quelle vittime non possano rivendicare nulla. Lo si è visto d’altronde nel 2005, con la Legge sulla Colonizzazione, rapidamente ritirata. I Francesi rimpatriati (d’Algeria) hanno avuto la sfortuna di essere dalla parte sbagliata della barricata. Come i Vandeani, gli Aristocratici ed i Sacerdoti refrattari, sotto la rivoluzione…

Quando le maschere cadono

Le cose sono ormai molto chiare: la battaglia dell’AssociazioneLibertà per la Storia’ contro le leggi sulla memoria era fin dall'origine unconiglio di pezza’ ed una frode gigantesca, un immenso raggiro… Una battaglia che non intende affatto combattere per la verità storica e le pretese esorbitanti di una lobby “potente e nociva”, dixit Mitterrand. Oggi, le maschere cadono. Non è infatti questione, ovviamente, d'abrogare la sacro-santa Legge Gayssot. Tanto più che Jean-Claude Gayssot – in un’intervista incrociata con Chandernagor, su "Le Figaro Magazine" dell'11 Ottobre 2008, dove la romanziera dice piacevolmente dei revisionisti che si tratta "di un piccolo gruppo d'imbecilli”, dice chiaramente che la sua Legge – di cui ricorda tra l’altro che l'articolo 9 che istituisce ‘il reato di contestazione’, non è farina del suo sacco ma del Governo Rocard – è stata istituita per ridurre al silenzio Faurisson e Le Pen. E per l'ex Ministro di concludere: "E’ il ruolo del Parlamento di proteggere la libertà ma, non togliamogli la libertà di proteggere". Un Comunista che si erige a protettore delle libertà ed a garante della verità storica, per servire gli interessi della razza di Sion, ecco [qualcosa] che indubbiamente non manca di faccia tosta!

Jérôme BOURBON, jeromebourbon@yahoo.fr.

domenica 23 novembre 2008

GLI ARTICOLI 21 E 33 SEMPRE PIÙ IN PERICOLO: IL CASO DELLE MAESTRE DI VILLAFRANCA


di Andrea Carancini


Di questi tempi, in Italia, tira un’aria non brutta ma bruttissima per la libertà di espressione: i casi di questi ultimi giorni, come quello del professore romano sospeso dall’insegnamento per “negazionismo”, dimostrano la pesantezza del clima, da vera caccia alle streghe, che grava su noi tutti. Tuttavia, in questa sede, vorrei fare un passo indietro – rispetto all’attualità più bruciante - e parlare di un caso di qualche giorno fa, che sembra essere già finito nel dimenticatoio.

Mi riferisco al caso delle maestre della scuola elementare “Dante Alighieri” di Villafranca Padovana, che sono fatte oggetto dell’azione intimidatoria di esponenti politici di livello nazionale e regionale, soprattutto di Alleanza Nazionale, nonché della direttrice dell’ufficio scolastico regionale (Carmela Palumbo, già segnalatasi in passato per la persecuzione del prof. Franco Damiani) per essersi rifiutate di portare i bambini a una messa di commemorazione del 4 Novembre, anniversario della “Vittoria” italiana nella prima guerra mondiale (1).

Le maestre in questione hanno spiegato quello che la legge prescrive, e cioè che “La partecipazione ad atti di culto in orario scolastico – come la messa per il 4 Novembre – deve essere deliberata dal Consiglio di Istituto…che però ha scelto di non farlo”. Apriti cielo: le docenti non solo sono finite sotto il tiro incrociato delle dichiarazioni pubbliche di noti esponenti del governo (come Gianfranco Fini e La Russa), ma hanno dovuto subire l’azione intimidatoria di un deputato di AN (l’ex maresciallo dei carabinieri Filippo Ascierto) e del sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, che hanno chiesto, addirittura, l’allontanamento dall’insegnamento delle maestre “riottose”.

Non basta: la scuola elementare in questione ha ricevuto persino la visita dei carabinieri (!), che hanno stilato un verbale.

Domanda: che fine ha fatto la tanto decantata “autonomia scolastica”? Che fine ha fatto l’articolo 33 della Costituzione?

E’ da notare che contro le posizion i illiberali dei politici e funzionari suddetti, non un solo esponente dell’opposizione parlamentare si è schierato a difesa della maestre, ma solo qualche associazione cattolica pacifista.

Gli esponenti di AN li conosciamo bene: hanno abiurato il fascismo per puro opportunismo politico ma, come la scelta vergognosa di rilanciare la festa del 4 Novembre dimostra, non hanno rinunciato alle radici del fascismo, che sono non solo risorgimentali ma anche massoniche, e che portarono ai frutti velenosissimi delle due guerre mondiali.

Per una volta, a questo proposito, mi sento di citare Giorgio Bocca, il quale sull’Espresso, dello scorso 20 Novembre ha scritto:

“Un fascismo come quello littorio è impossibile, ma l’autoritarismo, le persuasioni occulte o retoriche o consumistiche, il “lei non sa chi sono io”, i milioni di gerarchi in pectore, e soprattutto il piacere di servire i più forti, sono di nuovo tra noi”.

Ecco, il caso di Villafranca dimostra a iosa la giustezza di queste parole: il Comitato per la Difesa degli Articoli 21 e 33 della Costituzione trovasse il modo di contattare le docenti prese di mira e offrisse loro assistenza.

Andrea Carancini

giovedì 20 novembre 2008

ANCORA SUI "NUOVI" DOCUMENTI SU AUSCHWITZ PUBBLICATI DA BILD

giovedì 20 novembre 2008


INUOVIDOCUMENTI SU AUSCHWITZ DI BILD.DE:
UNA BUFALA GIGANTESCA

Di Carlo Mattogno

(tratto dal blog di Andrea Carancini: carancini.blogspot.com)

L’8 novembre 2008 il giornale tedesco Bild.de ha pubblicato un articolo a firma dello storico Ralf Georg Reuth intitolato “Bild mostra i documenti dell’atrocità che sono stati trovati ora a Berlino. I disegni costruttivi di Auschwitz[1], che in Italia ha provocato eccitazione e commenti tracotanti contro i “negazionisti”.
Sebbene l’importanza della scoperta sia già stata drasticamente ridimensionata da due storici ebrei, Israel Gutman e Robert Jan van Pelt[2], vale comunque la pena di approfondire la questione, se non altro a beneficio di quei creduloni sempre pronti ad ingoiare senza battere ciglio qualunque panzana - si tratti di testimonianze, come quella di Shlomo Venezia[3], o di documenti, come quelli in oggetto - purché porti acqua al mulino olocaustico.
Reuth informa che «a quanto pare (angeblich)[!] nello sgombero di un appartamento di Berlino» sono state trovate 28 piante originali risalenti agli anni 1941-1943. «Sono documenti dell’atrocità. Accuratamente disegnati. Planimetrie, piante e viste laterali di edifici, tutto su carta ingiallita, generalmente in scala 1:100. Sono piante del campo di sterminio nazionalsocialista di Auschwitz».
Tra questi documenti ci sono anche «un impianto di disinfestazione (Entlausungsanlage) con camera a gas (Gaskammer[4] e un crematorio[5]. Viene anche dato risalto al fatto che «una delle planimetrie è stata siglata personalmente, con matita verde, dall’allora Reichsführer-SS e capo organizzatore del genocidio Heinrich Himmler», ma senza specificare di quale planimetria si tratti.
Il direttore archivista dell’Archivio Federale (Bundesarchiv) di Berlino, Hans-Dieter Kreikamp ha attribuito un’ «importanza straordinaria» ai documenti, dichiarando al giornale che
«i piani sono le testimonianze autentiche del genocidio degli Ebrei europei sistematicamente progettato». Dal canto suo lo storico aggiunge che «i documenti confutano inoltre gli ultimissimi negatori dell’Olocausto».
Indi descrive le due terribili “prove”. «Il documento dell’atrocità più sconvolgente: la pianta di un “impianto di disinfestazione” (Entlausungsanlage). Da uno “spogliatoio” (Auskleideraum) delle porte conducono ad una “sala lavaggio e doccia” (Wasch- und Brauseraum) e di lì ad un “vestitoio” (Ankleideraum).
Ma dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” [locali di compensazione della pressione] in una “camera a gas”. Sulla pianta è scritto nero su bianco: “Gaskammer”. Il fatto che nella grossa “camera a gas” di 11,66 x 11,20 metri[6] non si dovessero disinfestare capi di vestiario coll’agente a base di acido cianidrico solitamente usato dalle SS, bensì gasare esseri umani, dev’essere considerato molto probabile (sehr wahrscheinlich). Infatti (denn) la pianta, che fu disegnata ad Auschwitz da un “detenuto n. 127”[7], risale all’8 novembre 1941. In questo periodo il comandante del campo Rudolf Höss faceva già esperimenti coll’agente a base di acido cianidrico “Zyklon-B”, col quale nel campo principale di Auschwitz fece uccidere detenuti malati e prigionieri di guerra russi».
Reuth rileva poi che il presunto sterminio sistematico degli Ebrei europei non fu deciso alla conferenza di Wannsee, ma ben prima, e commenta: «Non è noto se l’“impianto di disinfestazione” di Auschwitz-Birkenau fu costruito esattamente come fu disegnato nei piani. Certo è che le gasazioni in massa di Ebrei europei ad Auschwitz cominciarono nella primavera del 1942 in una ex casa colonica, la cosiddetta “casa rossa” ».
La seconda “prova” riguarda ovviamente il crematorio. «Gli Ebrei uccisi furono cremati inizialmente in fosse scavate nel terreno. Già nell’ottobre dell’anno precedente fu presa in considerazione la costruzione di un grosso crematorio. Nel novembre furono poi realizzati i primi disegni. Il piano in possesso di Bild.de mostra un primo schizzo con viste laterali e piante sempre in scala 1:100. Particolarmente istruttivo: il disegno del piano interrato. Esso mostra i basamenti per i forni crematori, che furono successivamente forniti dalla ditta “Topf und Söhne” di Erfurt.
Nella pianta è schizzato anche il “L-Keller” (Leichenkeller: scantinato obitorio), che ha una larghezza di otto metri. I progettisti delle Waffen-SS non avevano stabilito la sua lunghezza. Vi si può leggere: “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” ».
Questo presunto «vero scoop storico», come lo definisce Il Messaggero[8], è in realtà una vera bufala. I documenti in questione sono noti da anni agli specialisti, essendo stati pubblicati da Jean-Claude Pressac tra il 1989 e il 1993. Io stesso li ho consultati a Mosca nel 1995 nell’ Archivio russo di Stato della guerra (Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv: RGVA).
Nel suo studio Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers[9], il ricercatore francese dedicò un capitolo alle “Installazioni di spidocchiamento e disinfestazione nel KGL [campo per prigionieri di guerra] di Birkenau costruzioni BW[10] 5a e 5b” (pp. 53-62) nel quale presentò i progetti originali dell’ “Entlausungsanlage” summenzionata (pianta 801 dell’8 novembre 1941: “Entlausungsanlage für K.G.L., impianto di disinfestazione per il KGL”)[11], comprendenti anche la pianta dell’approvvigionamento idrico e della rete fognaria dell’impianto (pianta 1293 del 9 maggio 1942)[12], la pianta relativa all’installazione al suo interno di una sauna (pianta 1715 del 25 settembre 1942)[13] e quella riguardante la trasformazione della camera a gas del BW 5b in impianto di disinfestazione ad aria calda (pianta n. 2540 del 5 luglio 1943)[14].
Questi progetti si riferivano a due cosiddette “Entlausungsbaracken” (in realtà strutture in muratura) che furono costruite una nel settore femminile BIa di Birkenau (BW 5a), l’altra nel settore maschile BIb (BW 5b) esattamente secondo i piani.
Una lettera redatta il 9 gennaio 1943 dal capo della Zentralbauleitung di Auschwitz, SS-Hauptsturmführer Karl Bischoff, con oggetto “Installazioni igieniche nel K.L. e nel K.G.L. di Auschwitz” elenca appunto tutte le installazioni igieniche presenti nei campi di Auschwitz e Birkenau, tra le quali le due summenzionate, descritte così: «1 apparato di disinfezione [Desinfektionsapparat] (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda [Heissluftapparat] (ditta Hochheim), così pure una sauna [Saunaanlage] sono installati nella baracca di disinfestazione [Entlausungsbaracke] del campo maschile del KGL, BAI [il BW 5b] e sono in funzione dal novembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico [Kammer für Blausäurevergasung] che è già in funzione dall’autunno del 1942. 1 apparato di disinfezione (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda (ditta Hochheim), così pure una sauna sono installati nella baracca di disinfestazione del campo femminile del KGL, BAI [il BW 5a] e sono in funzione dal dicembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico che è già in funzione dall’autunno del 1942»[15].
E una “Lista degli impianti di disinfestazione, bagni e apparati di disinfezione costruiti nel KL e nel KGL di Auschwitz” stilata dall’impiegato civile della Zentralbauleitung Rudolf Jährling il 30 luglio 1943, in riferimento ai «B.W. 5a und 5b» menziona una «Blau[säure]gaskammer», una camera a gas ad acido cianidrico[16]. Il termine “Gaskammer” designava dunque una vera camera di disinfestazione e l’ Entlausungsanlage un vero impianto di disinfestazione.
Del resto, come risulta dal suo testo[17], Pressac non è stato sfiorato neppure lontanamente dall’idea balzana che queste due installazioni fossero state progettate a scopo omicida; e Robert Jan van Pelt, nel suo ponderoso The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial[18], non accenna nemmeno fugacemente a una tale possibilità, che non è mai stata avanzata da nessuno storico e da nessun testimone.
Reuth pretende invece che lo scopo criminale dell’impianto di disinfestazione sia «molto probabile» perché, a suo dire, nel novembre 1941 Höss faceva già esperimenti di gasazione omicida con lo Zyklon B. Il riferimento è alla storiella della prima gasazione omicida nel Bunker del Block 11 di Auschwitz, che ho già smantellato da anni[19].
Quanto alla descrizione della pianta secondo la quale «dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” in una “camera a gas”», bisogna rilevare che essa è a dir poco maliziosa, perché le parti destra e sinistra dell’impianto di disinfestazione erano simmetriche; e se è vero che dal vestitoio una sola porta conduceva in una sola anticamera e poi, attraverso un locale di compensazione della pressione, nella camera a gas, è altrettanto vero che il medesimo percorso era specularmente possibile anche dallo spogliatoio.
Per poter insinuare che la pianta in questione mostri un impianto omicida, Reuth ha infatti taciuto il fatto essenziale che l’Auskleideraum, lo spogliatoio, è designato nella pianta “unreine Seite”, lato contaminato, l’Ankleideraum, il vestitoio, “reine Seite”, parte incontaminata. Ciò spiega chiaramente la finalità e il funzionamento dell’impianto.
I detenuti contaminati (infestati da parassiti) entravano nell’Auskleideraum, si spogliavano nudi e poi entravano attraverso l’apposita porta nel Wasch- und Brauseraum, dove si lavavano; indi, uscendo dalla porta opposta, entravano nell’Ankleideraum, dove ricevevano e indossavano i vestiti disinfestati. Parallelamente, infatti, i vestiti contaminati lasciati dai detenuti nell’Auskleideraum venivano raccolti e trasportati, attraverso il Vorraum e la Schleuse, nella camera a gas dove venivano disinfestati; poi, passando per la seconda porta che dava sull’altra Schleuse e sull’altro Vorraum, venivano riportati nell’Ankleideraum ai detenuti[20].
Le due anticamere e le due camere di compensazione della pressione non comunicavano e non potevano comunicare l’una con l’altra, per evitare una eventuale contaminazione che avrebbe reso vano l’intero processo di disinfestazione. Per questo Bild.de ha deciso maliziosamente di pubblicare soltanto la sezione della pianta che riguarda la camera a gas[21].
Passiamo alla pianta del crematorio. Anche qui nessuna novità. Essa era già stata pubblicata da Pressac nel libro Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse[22], documenti 10-11 fuori testo. Si tratta della pianta redatta nel novembre 1941 dall’architetto Werkmann, un impiegato civile che faceva parte della Sezione II/3/3 (Affari edilizi dei campi di concentramento e campi per prigionieri di guerra) [Abteilung II/3/3 (Bauangelegenheiten der KL und KGL)] dell'Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio centrale bilancio e costruzioni).
Reuth richiama l’attenzione sul fatto che la lunghezza del Leichenkeller non è menzionata, ma al suo posto appare l’indicazione “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno”. Nel suo resoconto già citato, Il Messaggero, a questo punto, tagliando e rimettendo insieme a casaccio spezzoni del testo di Bild.de, commenta: «La lunghezza esatta del forno crematorio non viene ancora definita e sarà fissata “a seconda delle esigenze”. Un particolare, questo, decisamente macabro che secondo il direttore dell'Archivio federale tedesco Hans Dieter Kreikamp “è una prova autentica del genocidio degli ebrei europei sistematicamente progettato dal regime nazista”».
La pianta in discussione era la revisione da parte di Berlino del progetto eseguito ad Auschwitz dall’SS-Untersturmführer Walter Dejaco il 24 ottobre 1941 su suggerimento dell’ingegnere della Topf Kurt Prüfer, parimenti pubblicato da Pressac (documento 9), in cui il Leichenkeller, al pari della pianta di Werkmann, è disegnato solo in parte, ma reca l’indicazione delle misure: m 8 x 60. Dato che la scala del progetto è di 1:100, si comprende facilmente perché il Leichenkeller non sia stato disegnato per intero. La pianta di Werkmann ha solo l’indicazione della larghezza, 8 metri, sicché la scritta “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” fa pensare più a una riduzione che a un aumento della lunghezza di 60 metri. In effetti, nei crematori di Birkenau questo locale divenne il Leichenkeller 2, che era lungo 49,49 metri.
Il bello è che il libro di Pressac fu prontamente tradotto anche in tedesco[23], sicché Bild.de non ha alcuna giustificazione. Il contesto storico reale nulla concede all’ipotesi che il crematorio di questo progetto servisse a scopo di sterminio. Pressac afferma esplicitamente che «il fabbricato concepito da Prüfer e migliorato da Werkmann, non era stato progettato a questo scopo», con riferimento ai «trattamenti omicidi col gas»[24].
Nel mio studio Genesi e funzioni del campo di Birkenau[25] ho documentato che il Kriegsgefangenenlager di Birkenau fu progettato il 30 ottobre 1941 per 125.000 prigionieri di guerra sovietici che dovevano essere impiegati in lavori di costruzione nel quadro del “Generalplan Ost” (“progetto generale Est”), un piano di colonizzazione tedesca dei territori orientali incorporati dalla Germania (soprattutto i Reichsgaue Danzica-Prussia orientale e Wartheland) per mezzo di manodopera coatta - prigionieri di guerra sovietici, poi Ebrei - concentrata nei campi di Birkenau, di Lublino e di Stutthof.
In tale contesto rientra anche la decisione di costruire il crematorio in oggetto, che è spiegata così in una lettera di Bischof, all’epoca Bauleiter di Auschwitz, al Rüstungskommando (comando degli armamenti) di Weimar del 12 novembre 1941:
«La ditta Topf & Söhne, impianti tecnici di combustione, Erfurt, ha ricevuto da questo ufficio l’incarico di costruire il più presto possibile un impianto di cremazione, perché al campo di concentramento di Auschwitz è stato annesso un campo per prigionieri di guerra che in brevissimo tempo sarà occupato da circa 120.000 Russi. La costruzione dell’impianto di cremazione è diventata perciò assolutamente necessaria per prevenire epidemie e altri pericoli». [«Die Firma Topf & Söhne, feuerungstechn. Anlagen, Erfurt hat von der hiesigen Dienststelle den Auftrag erhalten, schnellstens eine Verbrennungsanlage aufzubauen, da dem Konzentrationslager Auschwitz ein Kriegsgefangenenlager angegliedert wurde, das in kürzester Zeit mit ca. 120 000 Russen belegt wird. Der Bau der Einäscherungsanlage ist deshalb dringend notwendig geworden um Seuchen und andere Gefahren zu verhüten»][26].
Himmler, in qualità di «Commissario del Reich per il consolidamento del germanesimo» (Reichskommissar für die Festigung deutschen Volkstums), era responsabile del “Generalplan Ost” e dunque della progettazione e costruzione del campo di Birkenau, perciò c’è poco da stupirsi se qualche pianta fu siglata da lui personalmente «con matita verde».
In questa gigantesca bufala chi fa la figura più grama sono Hans-Dieter Kreikamp e Ralf Georg Reuth. Si stenta a credere che uno storico e un «direttore archivista dell’Archivio Federale di Berlino» abbiano dato prova di un’ignoranza storica così grottesca.
E se questi sono gli storici e gli archivisti tedeschi, i dilettanti allo sbaraglio italiani sono in ottima compagnia.

Carlo Mattogno, 12 Novembre 2008


[1] Die Baupläne von Auschwitz, in:
http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/bild-zeigt-dokumente-des-grauens-die-jetzt-in-berlin-gefunden-wurden.html.
[2] Auschwitz expert: Blueprints found in Berlin not of death camp, in: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1035958.html.
Expert: Uncovered Auschwitz plans important, in:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3619600,00.html
[3] Vedi al riguardo il mio studio «La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia. 2008. In: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres8/CMVENEZIA.pdf.
[4] Vedi documento 1.
Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/gaskammer.html.
[5] Vedi documento 2.
Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/keller.html.
[6] Si tratta delle misure esterne; quelle interne sono m 9,90 x 10,90.
[7] Il detenuto polacco Josef Sikora, che lavorava come disegnatore nell’ufficio di progettazione della Bauleitung di Auschwitz.
[8] Olocausto, un inferno pianificato dal ’41, in: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=10992.
[9] The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989.
In web: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/.
[10] Bauwerk: costruzione o cantiere.
[11] Vedi documento 3. Da: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/ , al pari dei documenti 3a, 4, 5 e 6.
[12] Vedi documento 4.
[13] Vedi documento 5.
[14] Vedi documento 6.
[15] RGVA, 502-1-332, p. 47.
[16] RGVA, 502-1-332, p. 9.
[17] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit.,pp. 53-54.
[18] Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
[19] C. Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992. Traduzione riveduta, corretta e ampliata: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
[20] Vedi documento 3a.
[21] Vedi documento 1.
[22] CNRS Editions, Parigi, 1993. Trad. it.: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.
[23] Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco-Zurigo, 1994.
[24] J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 74.
[25] Consultabile in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMGeneralplanOst.pdf.
[26] RGVA, 502-1-314, pp. 8-8a. Lettera di Bischof, all’epoca Bauleiter di Auschwitz, al Rüstungskommando (comando degli armamenti) di Weimar del 12 novembre 1941.

SBLOCCATO IL BLOG - TRE ARTICOLI DI AGGIORNAMENTO

Dopo circa due mesi si è sbloccato il blog 21 e 33: era capitato infatti nel settembre scorso che l’indirizzo email (yahoo), login di accesso al sito, risultava “inesistente” quando lo si provava a digitare per caricare qualche nuovo documento. Di incidenti informatici così ce ne sono capitati numerosi: lo scorso anno sono saltati improvvisamente tutti i collegamenti di un’area “riservata” di un altro nostro sito, rendendo impossibile l’accesso ai files contenutivi; prima ancora erano spariti dal nostro desktop diversi documenti, fra cui un indirizzario e – un paio d’anni fa - la copia in word di un atto giudiziario. Nel maggio-giugno scorso la spedizione di aggiornamenti vari di questo blog risultava impossibile se – attenzione – nel corpo del file era presente la dicitura “21&33”: se invece si scriveva un email sulle farfalle viste in qualche parco, il messaggio arrivava.
E’ “fascismo informatico”, il vero fascismo della nostra epoca, perché quello dei manganelli non esiste più da molto tempo e viene riesumato all’occorrenza solo per dividere e minare la forza e la crescita responsabile dei movimenti di protesta sulla base non delle etichette, ma di contenuti eventualmente condivisi: vedi Piazza Navona; o vedi nel 2002-2003 il tormentato avvio del movimento contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, segnato in negativo da gruppi di picchiatori “di sinistra” che volevano espellere dai cortei – perchè questo era il loro problema, non la guerra pro-Israele contro Saddam Hussein - alcune decine di militanti di destra.
Ed è censura privata, quella sul nostro e su altri blog che trattano idee scomode: le “ronde giustiziere” di internet, gruppi di monitoraggio privati che suppliscono in modo banditesco all’assenza – per nostra fortuna, e per ora – di legislazioni liberticide che mettano il bavaglio “legale” alla rete: non certo i siti pornografici o politically correct, ma quelli che danno fastidio perché fanno circolare liberamente documenti e riflessioni utili a rispondere agli interrogativi – peraltro banali - suscitati da certe pagine di storia o di cronaca attuale. Laicissimi con la Chiesa e la Moschea. Terribilmente integralisti con la Sinagoga. I talebani del Talmud, tesi a distruggere non le statue di Budda, non i simboli di qualche altra religione, ma ancor più terribilmente la libera circolazione di idee e documenti utili a capire, oltre il dogma, la pagina storica del cosiddetto Olocausto. Interrogativi banali per qualsiasi storico serio e persona di buon senso: le cifre, le modalità, le cause dell’evento storico.

Torniamo dunque a usare il blog. Felici (fino a quando?) della grazia ricevuta, pubblichiamo in tutta fretta due arretrati e un articolo di ieri: due interventi di Faurisson, uno dei quali contenente un articolo del quotidiano Haaretz sui “nuovi” documenti rinvenuti in Germania, che a detta non solo dello studioso francese ma anche dell’autorevole quotidiano israeliano non sembrano tali. E subito qui sotto un articolo di ieri, sul caso Valvo, un altro docente di scuola che ha osato esprimere dubbi sul dogma dell’Olocausto in classe e in una riunione dei professori. Stanno cercando di triturarlo. Si stanno muovendo tutti, sembra, dal Ministero della Pubblica Istruzione a – si dice – la Procura. Ma la questione è come sempre complessa: a parte i soldi spesi in epoca di gravissima crisi economica per il tour ad Auschwitz di centinaia di giovani studenti, i pasdaran dell’Olocausto possono inventarsi chissà quale reato – su questo blog troverete una riflessione sulla possibile incostituzionalità della stessa “giornata delle memoria”, che peraltro è prescrittiva al massimo per i soli Presidi - ma altri possono vedere in quel che sta accadendo a via Ripetta un caso concreto di diffamazione o magari di violenza privata, articolo 610 CP. Staremo a vedere, nel frattempo esprimiamo – come già facemmo con Pallavidini - tutta la nostra solidarietà al prof. Valvo.

Claudio Moffa

Comitato 21&33


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"L´Olocausto è stato un´invenzione"
I ragazzi del liceo raccontano...

Il docente avrebbe ripetuto: "Gli italiani pensino ai loro morti e non a quelli degli ebrei"

Il professore negazionista del liceo artistico Ripetta ha illustrato le sue tesi contrarie anche agli allievi della IV C. È avvenuto sabato mattina, tre giorni dopo il consiglio di classe nel corso del quale Roberto Valvo, docente di storia dell´arte, aveva litigato con altri colleghi per aver affermato: «Non ci sono prove della Shoah, parliamo piuttosto delle vittime italiane e non degli ebrei». Concetti ripetuti in classe: «Gli ebrei hanno un po´ montato la storia dell´Olocausto e comunque io non sono d´accordo con la propaganda che si fa intorno ai campi di sterminio.

Gli italiani pensino ai loro morti e non a quelli degli ebrei». Lo hanno rivelato ieri all´uscita da scuola alcuni dei 16 alunni della IV C, due dei quali martedì sono tornati dal viaggio ad Auschwitz con il sindaco Alemanno che domenica - dopo aver letto l´articolo di Repubblica - ha annunciato: «Se i fatti descritti dovessero essere confermati, dovranno essere presi provvedimenti disciplinari». E il direttore dell´Ufficio scolastico regionale, Raffaele Sanso, ieri ha dichiarato: «Attendo la relazione della preside, avuta la quale manderò un ispettore»; la commissione disciplinare del Consiglio nazionale pubblica istruzione è stata già allertata.

Racconta una giovane della IV C: «Sabato era previsto un compito in classe ma abbiamo detto al professore che volevamo parlare del viaggio in Polonia. Lui ci ha interrotto: "No, non condivido questa idea"». Incuriositi, esterrefatti, i ragazzi hanno chiesto: «Perché?». «Parlava come se gli ebrei non fossero italiani e diceva che avevano esagerato nel raccontare i fatti». Non una negazione in toto della Shoah. «No, era come se dicesse che qualcosa c´è stato ma insinuava che mancano le prove e che fossero state create apposta. Ha detto che i forni non erano sufficienti per bruciare tutti quei corpi e che alcune foto, secondo lui, sono truccate. In particolare, sosteneva, alcuni scatti in cui tedeschi spostano i cadaveri.

Ha detto: "È impossibile resistere all´odore terribile dei corpi in decomposizione».
Alcuni studenti hanno protestato. E un ragazzo è sbottato: «Professore, ma allora lei è fascista? Lui mi ha risposto: "Più che fascista, più che nazista, sono italiano"». Aggiunge una compagna: «Lo diceva come per provocare, anche con ironia».

Il professor Valvo ieri ha fatto svolgere il compito in IV C saltato dopo la discussione di sabato e, alla richiesta di una dichiarazione, ha risposto ai giornalisti solo con un «andatevene via». Ad alcuni colleghi ha detto di essere stato provocato e frainteso. In passato il docente, che rischia dalla censura all´allontanamento per incompatibilità ambientale, non aveva mai manifestato teorie negazioniste. Sabato ai suoi allievi ha detto: «Per filmare i campi di sterminio dopo la liberazione hanno mandato Alfred Hitchcock, dovevano mandare un regista più imparziale».

Fonti:

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=1712

http://www.ladestra.info/?p=17963

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=13832


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mercoledì 19 novembre 2008

I "NUOVI" DOCUMENTI DI AUSCHWITZ SECONDO FAURISSON E SECONDO IL QUOTIDIANO ISRAELIANO HAARETZ

Premières réactions juives à la “découverte” de Bild


A la fin de mon article sur la lourde imposture de Bild (“Encore un serpent de mer à Auschwitz !”, 9 novembre 2008), j’écrivais : “En fin de compte, le journaliste de Bild n’a fait que recycler une [vieille] rumeur. – Reste à savoir si les autorités juives vont lui faire grief de sa lourdeur ou le féliciter de sa bonne volonté à servir leur propagande.”

Ces autorités commencent à réagir.

En Israël, le professeur Israël Gutman, ancien interné d’Auschwitz et expert à Yad Vashem de l’histoire de “l’Holocauste”, a fait savoir qu’il n’y avait “rien de neuf” dans ces documents et que l’important résidait dans l’empressement général des médias à publier sur la Shoah de tels documents qui vont dans le détail ( http://www.ynetnews.com/Ext/Comp/ArticleLayout/CdaArticlePrintPreview/1,2506,L-3619600,00.html).

Au Canada, Robert Jan van Pelt, juif d’origine néerlandaise et spécialiste de l’histoire d’Auschwitz, a déclaré que ces documents étaient depuis longtemps connus des spécialistes et que la chambre à gaz en question était une chambre à gaz de désinfection ; il a ajouté d’autres remarques du même genre et il semble qu’il ne soit pas le seul à “dénigrer” (dit Haaretz) la prétendue découverte.

En France, verra-t-on Claude Lanzmann dénoncer une fois de plus la coupable maladresse de ceux qui tentent de prouver la Shoah ? Pour lui, il faut se garder d’entrer dans le jeu des révisionnistes, de la science et de l’Histoire ; il faut croire en la Shoah et en évoquer inlassablement l’idée par le cinéma, le théâtre et les ressources de la Mémoire.

Voyez, ci-dessous, l’article d’Haaretz, précédé d’un commentaire provenant de Résistance Révisionniste.

R. F. (11 novembre 2008)



1) Résistance Révisionniste (10 novembre 2008)

Après le ramdam médiatique qui a fait suite à la publication par le journal Bild de nouveaux plans d'Auschwitz comportant une "chambre à gaz", un "leading expert" (entendez : le juif Robert Jan van Pelt, sorte d'antirévisionniste pathologique et professionnel) vient maintenant dénigrer publiquement ces documents.

Van Pelt reconnaît en effet (voyez l'article de Haaretz ci-dessous) que la fameuse chambre à gaz montée en épingle par le Bild, celle dont se gargarisent les médias – celle, donc, qui constituerait LA PREUVE de la Shoah –, est en réalité bien connue des spécialistes comme étant une banale.... chambre de DÉSINFECTION et non d'extermination.

Où se trouve la "vraie" chambre à gaz, alors ? Aïe, elle n'apparaît pas sur le plan.

Léger problème.

Vous comprenez maintenant pourquoi Van Pelt s’empresse de disqualifier ces plans, dont il met en doute l’authenticité. Avant qu'un lecteur du Bild, plus malin que la moyenne, ait compris que ces documents prouvent qu'il n'y a pas eu de chambre à gaz homicide à Auschwitz, Van Pelt a préféré prendre les devants. Sa sortie lui a permis de surcroît de salir les Allemands, en prétendant qu'ils ont trafiqué les plans.

Notez l'évolution du statut de ces plans, qui sont très vite passés de "PREUVE INCONTESTABLE" du génocide par le procédé de la chambre à gaz à " DOCUMENT FALSIFIE" puisque ne comportant AUCUNE trace de chambres à gaz homicide.

Amusant, non ?

Et pendant ce temps-là, la propagande continue de tourner.

I. M. (10 novembre 2008)




2) Article d’Haaretz (10 novembre 2008 pour la version électronique ; 11 novembre pour la version imprimée)




Auschwitz expert: Blueprints found in Berlin not of death camp

By Assaf Uni

Tags: Israel News , jewish world

A leading expert on Auschwitz on Sunday denigrated the importance of the finding of plans for the construction of the extermination camp, which was reported this weekend in the German tabloid Bild. He said the documents have been known to scholars for many years and that they were not plans to build the extermination camp of Auschwitz-Birkenau, but rather earlier plans for the building of a forced labor camp.

Prof. Robert Jan van Pelt, a internationally acknowledged expert on the planning and construction of Auschwitz, said that based on what he had seen on the Internet, there seemed to be nothing new about the documents. He was one of several scholars who expressed doubts about the significance of the Bild story.

Van Pelt, an architectural historian, said that copies of the plans of the stages of the camp's construction were also in the archive of the Polish National Museum at Auschwitz and in an archive in Moscow. He said that the source of the new copies was unclear since, according to Bild, the plans were found in an apartment in Berlin, whereas copies that were in the SS offices in Berlin were destroyed by Allied bombing in 1944. Van Pelt said he also doubted the authenticity of the signature of the SS chief, Heinrich Himmler, since such a high-ranking officer would not have signed such plans, and none of the copies he had ever seen bore such a signature.

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Van Pelt also said the words "gas chamber" on one of the drawings meant a room in which disinfection of clothing was done by means of gas, and that the sketch is not of an extermination camp established in 1942, but rather of earlier plans for a huge concentration camp in which a force of 130,000 slave laborers was intended to work.

Van Pelt suggested the plans might be fakes, motivated by the lucrative market in Nazi memorabilia and documents.

Ralf Georg Reuth, the historian who wrote the piece in Bild, told Haaretz yesterday that the existence of such plans in Russian archives was known, "but German institutions have no originals, and therefore the importance of the finding of such original material is very great." Reuth would not elaborate on where and when the plans were discovered, or whether they had been submitted to experts for study.

F I N

FRANCIA - LA CACCIA ALLE STREGHE

Robert FAURISSON

13 novembre 2008

Une nouvelle perquisition à mon domicile

Aujourd'hui, jeudi 13 novembre, à 6h15 du matin, deux officiers de police judiciaire (OPJ), venus la veille de Paris et accompagnés de trois policiers en uniforme, ont fait irruption à mon domicile non sans provoquer un fracas délibéré. Agée de 77 ans, ma femme, qui est cardiaque, en a éprouvé une commotion dont je crains maintenant les suites. Pendant une heure et demie elle a été confinée dans une pièce, sous bonne garde, avec l'un de ses frères et l'épouse de ce dernier qui, cette nuit-là, se trouvaient à notre domicile.

Ce comportement de malotrus est d'autant moins admissible que les deux OPJ savaient le mauvais état de santé de ma femme. Ils avaient déjà perquisitionné mon domicile le 24 janvier de cette année. Ce jour-là, placé en garde à vue dès mon arrivée au commissariat de Vichy et averti qu'après mon audition les policiers se porteraient avec moi à mon domicile pour une perquisition, j'avais signalé aux deux OPJ que, ma femme étant cardiaque, je lui avais caché que j'étais convoqué au commissariat. Je leur avais précisé qu'à une heure donnée elle quitterait notre domicile et je leur demandais d'attendre cette heure-là pour y faire leur apparition. Or ils n'avaient tenu aucun compte de mon avertissement et, par leur arrivée intempestive à la maison, ils avaient déjà provoqué chez ma femme un sérieux malaise cardiaque.

Ce 13 novembre, je les ai vertement tancés. Je leur ai dit leur fait. Ils se sont calmés.

Les policiers en uniforme sont repartis à 7h30. Les OPJ, une jeune femme et un homme jeune, ont opéré de 6h20 à 10h30.

J'ai refusé de répondre à leurs questions. A toutes les questions de la police, j'ai pris le pli, depuis près de trente ans, de répondre : "Pas de réponse", et cela même si la question est bénigne. Je refuse de collaborer avec la police et la justice françaises dans la répression du révisionnisme historique.

Une fois de plus, mes deux OPJ ont fait chou blanc. Une fois encore, ils n'ont trouvé ni l'ordinateur, ni les documents recherchés.

Ils étaient porteurs de cinq (!) commissions rogatoires. Les plus importantes concernaient ma participation à la conférence de Téhéran (11-12 décembre 2006). Jacques Chirac est à l'origine de ces plaintes-là ainsi qu'une organisation « anti-raciste » essentiellement juive.

Je sollicite l'indulgence de mes correspondants si, à l'avenir, je suis amené, pendant un certain temps, à laisser leurs messages ou leurs lettres sans réponse. J'entre à nouveau dans une période de turbulence. Je ne trouve toujours pas d'avocat pour succéder à Eric Delcroix, qui a pris sa retraite. Soit dit en passant, je prie mes correspondants de ne pas venir me recommander tels ou tels avocats, réputés courageux mais qui ne sont que des lâches habitués à plastronner. (Un modèle du genre : Jacques Vergès. Je suis peiné de voir combien peu ont percé à jour la comédie qu'il nous joue. Sa ficelle, de la grosseur d'une corde : la surenchère dans l'antiracisme. « Barbie raciste ? Vous plaisantez ! Il n'y a pas eu plus racistes que les colonialistes français ou encore les Australiens, exterminateurs de la race tasmanienne »).

En France comme ailleurs, les juifs exigent, en ce moment, une répression accrue du révisionnisme. A mesure que l'Etat d'Israël multipliera les provocations à l'endroit des Palestiniens, il se mettra dans un péril croissant, jusqu'à entraîner, ne lui en déplaise, la disparition du régime sioniste. Pour l'heure, ce régime doit à tout prix sauvegarder l'arme numéro un de sa propagande : le mensonge de la religion de « l'Holocauste » avec ses prétendues chambres à gaz homicides.

Attendons-nous tous à être traités en Palestiniens. Pour ma part, je ne plierai pas. Certains me reprochent parfois d'oublier, dans mon combat, que le premier devoir d'un homme serait de préserver la sécurité de sa femme et de ses enfants. Mais peut-être n'est-ce là que le second devoir d'un homme. Peut-être le premier devoir d'un homme est-il d'être un homme.

Je ne perds pas de vue que mon sort reste enviable si je le compare à celui de bien d'autres révisionnistes tels, par exemple, en Allemagne, Ernst Zündel et Germar Rudolf ou, en Autriche, Wolfgang Fröhlich et Gerd Honsik, ou encore Fredrick Töben à Londres. Je songe aussi à l'héroïque Français Vincent Reynouard, à sa femme et à leurs sept enfants.

I LIBERTICIDI : IL RITORNO


di Serge Thion

Fa specie e addolora che ancora in Italia si debba discettare di tematiche inerenti i limiti imponibili alla libertà di manifestazione del pensiero.
Tali problematiche dovrebbero essere riferibili solo storicamente a momenti antecedenti alla rivoluzione francese.
Invece è databile una anno la "proposta di legge Mastella" che voleva incriminati come reati di opinione le asserzioni di revisionismo storico sull'olocausto; di qualche mese è la proposta di Frattini per monitorare con controlli i siti internet.
Ripugna l'idea che possa esserci una qualsiasi censura sulla libertà di manifestazione del pensiero e sulla libertà di insegnamento.
In Italia è prevista e attiva una imponente griglia di norme a tutela delle inviolabili libertà di pensiero, la Costituzione della Repubblica le pone al massimo gradino della scala della gerarchia delle fonti di diritto.
Il Codice Penale rende fattispecie di reato i comportamenti di chi istighi alla commissione di fatti vietati.
Ci si chiede quale bisogno vi sia di prevedere nuovi reati quando già il sistema giuridico prevede che non siano leciti comportamenti di discriminazione della Idee politiche e etiche di ogni cittadino e sanzionabili ad esempio le istigazioni all'odio razziale o religioso. Si rammenta che il primo passo delle tirannie sia stato quello di reintrodurre i "reati di opinione" per asserire il loro dominio.
Gli storici e gli studiosi devono essere liberi di fare ricerche e, se i risultati lo consentano, devono potere operare revisioni. Non si può ammettere che la storia debba essere scritta solo dai vincitori. Appare premiante l'idea che le future generazioni possano godere di analisi storiche non obnubilate dai rancori dei dopoguerra.
Dunque, nonostante si convenga si tratti di tematiche fastidiose perché dovrebbero essere superate, tocca ancora fare un appello per la libertà di manifestazione del pensiero. Così:

Una robusta delegazione ebraica ha reso visita al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. A seguito di questa visita, il 3 Ottobre, il neodeputato pdl Alessandro Ruben ha dichiarato che sta per presentare un progetto di legge. Si tratta, ha dichiarato, di opporsi all'antisemitismo, alla xenofobia e al razzismo SU INTERNET. Già consigliere giuridico della comunità ebraica romana, già rappresentante italiano di una vecchia organizzazione razzista ebraica americana, l'Anti-Defamation League, condannata più volte negli Stati Uniti per ricatto, calunnia ed estorsione, l'avvocato Ruben non toccava l'attualità, quella delle pratiche razziste instaurate dal suo governo, e condannate dall'Unione Europea, riguardanti i Rom.
La delegazione ricevuta al Quirinale si è lamentata dell'esistenza di un "vuoto legislativo" in materia di prevenzione e di condanna di quello che i rappresentanti ufficiali del giudaismo e del sionismo presentano come "razzismo". Non si tratta solo degli ebrei, hanno precisato, ma di tutti coloro che potrebbero essere sviati da "organizzazioni criminali" che hanno sede al di là delle frontiere italiane. Poiché non si vede come le autorità italiane potrebbero impadronirsi del controllo mondiale di Internet, la questione non può essere che di limitare gli accessi di cui fruiscono gli internauti italiani. Si tratta dunque di instaurare, anche se la parola non è stata pronunciata, una censura su Internet - censura possibile, come dimostrano gli esempi della Cina, della Francia, di Singapore e di qualche altro regime autoritario.

Si tratta di una politica decisa nei santuari nuovaiorchesi del sionismo, di cui Ruben è il portavoce). Non è il suo primo tentativo. Già all'inizio del 2007 era stato lui a ideare e a redigere il progetto di legge Mastella che prevedeva fino a dodici anni di prigione per i revisionisti.
Quando venne proposto al governo Prodi di portare avanti il progetto di legge, non portava avanti nessuna opposizione di principio, ma in seguito alla protesta di un gran numero di storici e di giuristi, decise di non presentare il progetto in Parlamento, rinunciando quindi ad allineare la legislazione italiana a quella tedesca. Nondimeno, quattro mesi dopo questo scacco, lo stesso Mastella sottoscrisse un progetto di "direttiva europea", concepito dalla sua collega tedesca, che chiedeva agli stati europei di inserire nella loro legislazione interna delle misure di repressione più dure contro il preteso "antisemitismo" e, soprattutto, contro l'abominevole "negazionismo della Shoah". Orbene, appare strumentale e superflua una normativa che doppi quella già esistente in Italia, rafforzata dal dictat costituzionale.