domenica 29 giugno 2008

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - ADERISCE L'AVVOCATO ELISABETTA RAMPELLI

L'avvocato Elisabetta Rampelli, del Foro di Roma e componente dell'Organismo Unitario dell'Avvocatura, ha aderito al convegno del 7 luglio su "Le opinioni imbavagliate".

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 8

IL DISEGNO DI LEGGE SULL'EDITORIA DEL 3 AGOSTO 2007


Il disegno di legge sull'editoria Levi-Prodi del 3 agosto 2007, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 ottobre successivo ma mai approvato dal Parlamento, è scomparso dai siti della Camera e del Governo - si gira a vuoto di cliccata in cliccata per tornare al punto di partenza - e dunque da tutti quegli altri siti che avevano rinviato tramite link a quelli ufficiali del Parlamento o di Palazzo Chigi. Diamo perciò l'indicazione di un sito che lo riproduce in formato pdf.
Come noto il disegno di legge suscitò molte critiche e una forte reazione nel mondo della rete: a ragione, per il tentativo evidente di chi lo proponeva di mettere il bavaglio alla libera espressione dei siti autogestiti, e di tassarli.
Attenzione però a non azzerare completamente il problema. Se certi poteri forti che già controllano trasversalmente l'editoria a stampa o radiotelevisiva temono la libertà della rete, nello stesso tempo questa usano attivando a loro volta siti a sfondo minatorio e zeppi di ingiurie e diffamazioni contro il "nemico", quasi sempre espresse in modo anonimo.
Un metodo inaccettabile: ma allora il problema è semplicemente quello della trasparenza, le leggi per punire questo tipo di reati già esistono.

per il testo del disegno di legge:
http://enzoazzolini.it/files/doc/leggi_decreti/DDL_editoria_030807.pdf

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 7



Multati

i Griffin

Considerati troppo volgari e irriverenti

a cura di Nunzia Posillipo


24 novembre 2006


L'emittente Mediaset Italia uno è stata multata: i Griffin sono troppo volgari. La Commissione Servizi e Prodotti dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduta da Corrado Calabrò ha approvato la sanzione di 25.000 euro per la messa in onda su Italiano del cartone animato “I Griffin”. Motivo della sentenza è “l'uso di espressioni volgari e di turpiloquio”.

La Famiglia Griffin

Creati dal disegnatore americano Seth MacFarlene nel 1999, ha come protagonisti una strampalata famiglia americana. Peter Griffin è il capofamiglia, rappresenta in pieno l'uomo comune americano: obeso, beve litri di birra, sta davanti la tv per ore intere. Lois è sua moglie, dolce e raffinata, l'opposto del consorte. Dalla loro unione sono nati tre figli. La primogenita è Meg, perennemente in crisi adolescenziale.

Chris è il secondo figlio, è quasi la fotocopia del padre, non solo per la stazza ma anche per il quoziente intellettivo. Infine c'è Stewie, bambino di circa un anno, dotato di un intelligenza fuori dal comune.

Stewie soffre di manie di persecuzione ed immagina molto spesso di trovarsi al centro di conflitti internazionali. Gioco preferito: costruire armi sofisticate e macchine per viaggiare nel tempo.

Il piccolo di famiglia odia sua madre, la dolce Lois, che insulta a sua insaputa ogni volta che lei lo accudisce. In questo bel quadretto familiare non poteva mancare una cane: Brian. Di animalesco Brian ha solo l'aspetto, in realtà è molto più intelligente del suo padrone.

I Griffin nel mondo

In Italia da tempo vengono trasmessi dopo la mezzanotte, perché non “politicamente corretti”, in altri paesi le misure prese sono state ancora più drastiche. Per via di alcuni temi trattati in modo irriverente, come la religione, il terrorismo, la pedofilia, il sesso, stai come Israele, India, Indonesia, Malayasa, Taiwan, Cina, Albania, Polonia, e Corea del Nord hanno vietato la messa in onda. Altri Paesi si sono limitati alla censura, soprattutto per la terza serie.
Voi cosa ne pensate? È giusta una tale sanzione?




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venerdì 27 giugno 2008

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 6 (reprint)

IL DISEGNO DI LEGGE MASTELLA, UN DOPPIO PERICOLO,
GIURIDICO E CULTURALE
Gisella D'Ambrosio
intervista
RENATO BORZONE
Segretario dell'Unione Camere Penali Italiane

L’Avvocato Renato Borzone è il Segretario dell’Unione Camere Penali italiani, istituita come si legge nel sito con lo scopo di “picchettare la legalità” contro le ritornanti ”intollerabili aggressioni” ai principi dello Stato di diritto, soprattutto – ma non solo - da parte del ceto politico. L’anno ufficiale di nascita è il 1983, quando si svolse a Napoli, Castel dell'Ovo, il primo congresso nazionale; nei fatti la sedimentazione e giuridizzazione definitiva si ebbe nei due congressi di Bari e di Amalfi, 1987 e 1989. Nelle sue battaglie l’UCPI ha svolto un importante ruolo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro le disfunzioni e persino certi abusi del potere giudiziario. Una battaglia difficile, stretta fra la debolezza del ceto politico di fronte a Poteri forti della “seconda repubblica”, e l’alleanza di ferro fra grande stampa e alcuni settori della magistratura: “Ben presto – si legge ancora nel sito, con riferimento alla svolta degli anni Novanta - constatammo tutti quello che per molti non era una novità: nemmeno una struttura processuale ben connotata poteva resistere alle "interpretazioni" giurisprudenziali. Alcuni magistrati organizzati, pochi in verità, ma vigorosi grazie ad un'interessata alleanza con la stampa, furono sostenuti da agguerrite propaggini parlamentari. Quindi, approfittando anche del silenzio perplesso o indignato dei loro colleghi, avevano finito col far prevalere nel processo penale il loro imperativo assoluto...”.

D’AMBROSIO: Avvocato Borzone, lei ha maturato una conclamata esperienza di avvocatura nel campo del diritto penale, come considererebbe l’iter giuridico sinora compiuto in Italia in relazione ai diritti della libertà di stampa ed espressione, contenuti nell’art 21 della nostra Costituzione?
AVV. BORZONE: Più che di iter giuridico bisognerebbe parlare di interpretazioni giurisprudenziali su un blocco di leggi che continuano ad esistere, tra cui quelle che mantengono la punibilità per alcuni reati d’opinione. Il giudizio è insoddisfacente, poiché, in un modo o nell’altro, persiste l’armamentario che – se necessario - può essere impiegato, magari con interpretazioni “creative” per perseguire le opinioni anche a prescindere dai comportamenti. Senza contare le recenti proposte del ministro della giustizia: il mio giudizio sul disegno di legge Mastella è radicalmente negativo.
D’AMBROSIO: Esiste un principio giuridico contenuto nel Codice penale, il quale potrebbe legittimare qualsiasi azione repressiva nei confronti del diritto espresso dall’art 33 della nostra Costituzione? In altri termini, quale “ostacolo”normativo può incontrare una libertà costituzionale inerente al libero insegnamento?
AVV. BORZONE: Vale la risposta precedente. Nel codice penale fascista, mantenuto in vita per una parte dal legislatore repubblicano, gli strumenti possono essere trovati. Fortunatamente non sempre accade, ma il problema è che ciò è possibile. E a volte anche la libertà della scienza e dell’arte può farne potenzialmente le spese. Specie per opinioni “impopolari” …
D’AMBROSIO: Se lei fosse un esponente di un organo politico dell’Unione Europea, come valuterebbe “lo stato di salute” dei diritti sopra elencati, nel suo Paese in rapporto agli altri Paesi membri?
AVV. BORZONE: Non ho mai approfondito comparatisticamente la situazione, ma poiché sono di natura un pessimista credo che potenzialmente il pericolo per la libertà di espressione, di studio, di ricerca etc. non sia limitato ad un solo paese. Il problema è duplice: v’è n’è uno giuridico, e cioè evitare che gli “strumenti” nelle mani del potere giudiziario siano tali da consentire di perseguire opinioni in ipotesi sgradite, ed uno culturale, che appartiene alla necessità di sapere accettare tutte le opinioni e le idee tranne quando sconfinino nella aggressione della altrui libertà o nella violenza. In definitiva, purtroppo, lo “stato di salute” deriva da contingenze e opportunità, e già questo suscita preoccupazione.
D’AMBROSIO: Come giudica l’azione di un mezzo interattivo come Internet, nella veste di grande forum dove migliaia di utenti si scambiano quotidianamente opinioni? Esiste un limite oggettivo, che il Diritto penale potrebbe soddisfare nella libera proliferazione di contenuti?
AVV. BORZONE: Difficilmente il diritto penale è adeguato al “controllo” delle opinioni “in rete”. Ciò non toglie che sia possibile ledere la personalità degli individui compromettendone la reputazione e la personalità, il che deve trovare rimedio anche su Internet.. Ma ciò riguarda profili eventualmente diffamatori: quanto alle opinioni, a mio avviso dovrebbero essere assolutamente libere e ragionare delle stesse in termini di diritto penale è già inquietante. D’AMBROSIO: Il primo comma dell'art 33 reca questa dicitura: "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento." Si sono purtroppo verificati casi di violazione di questo diritto, nella esperienza accademica e di attività di ricerca di molte persone. Allora vorrei domandarle: la libertà accademica rischia di ledere qualche principio penale, e in che senso in particolare?
AVV. BORZONE: La domanda è provocatoria, e la risposta è “ovviamente no”. Se è accaduto non capita solo per la malvagità degli uomini: è anche necessario non fornir loro gli strumenti giuridici per farlo.
(settembre 2007)

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 5 (reprint)

CONTRO IL DISEGNO DI LEGGE MASTELLA
di Marino Badiale (Università di Torino)

"....abbiamo bisogno di poterci fidare di ciò che gli storici ci dicono, e condizione necessaria per questa fiducia è la libertà di ricerca e di opinione. Una legge che proibisce le opinioni è in contraddizione con i principi della razionalità di cui l'Occidente è giustamente fiero...".
Un argomento poco usato nelle recenti discussioni sulla proposta direndere penalmente perseguibile la negazione del genocidio ebraico èquello che riguarda la razionalità dei nostri giudizi storici.La stragrande maggioranza degli abitanti dei paesi occidentali (e nonsolo) è convinta che il genocidio ebraico da parte nei nazisti sia unfatto accertato dagli storici con lo stesso grado di affidabilità esicurezza di qualsiasi altro fatto storico importante. Detto in parole piùsemplici, chiunque di noi non sia uno storico crede che il genocidioebraico sia un fatto storico per gli stessi motivi per i quali crede chesiano fatti storici la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Francese o leinvasioni barbariche: perché trova questi fatti descritti nei libri distoria, e sa che su di essi c'è unanimità nella comunità degli storici.Ora, possiamo porci la semplice domanda se questa fiducia sia razionale,cioè fondata su argomenti seri. Facciamo bene a fidarci della comunitàdegli storici? Non intendo iniziare qui una discussione epistemologica suifondamenti del sapere. E' però possibile, facendo riferimento al buonsenso comune, enunciare almeno una condizione sufficiente: perché lafiducia in una comunità professionale di esperti sia razionale, ènecessario essere ragionevolmente certi che tale comunità sia libera nellesue ricerche, nelle sue discussioni, nella pubblicizzazione dei suoirisultati. La libertà di un dibattito è condizione necessaria per la suarazionalità. Possiamo avere ragionevolmente fiducia nelle conclusionidegli storici soltanto perché e finché sappiamo che essi sono liberi disostenere le tesi che giudicano corrette, qualsiasi esse siano. Nelmomento in cui tale libertà viene meno, nel momento in cui l'esitopubblico del dibattito è imposto per legge, non possiamo più avere fiducianella razionalità dei suoi esiti.Cerchiamo di essere più chiari: chi scrive non può dire di conoscere laletteratura negazionista. Ho sfogliato superficialmente qualche testo, eho avuto discussioni verbali con sostenitori delle tesi negazioniste. Daqueste conoscenze assolutamente superficiali ho ricavato l'impressione chei negazionisti siano preparati, e che i loro testi, le documentazioni cheportano e le argomentazioni che producono abbiano almeno l'apparenza dicose serie. Del resto è logico che sia così: sostenendo una tesiassolutamente impopolare, devono cercare di renderla il più seria edocumentata possibile. Ora, la persona comune che non sia uno storico diprofessione, e che sia però convinto della falsità delle tesi deinegazionisti, è in grado, con argomenti razionali e circostanziati, diconfutare i loro argomenti e di distruggere l'attendibilità dei documentisu cui si basano? Penso che non ci siano dubbi sul fatto che la risposta èno, almeno per la stragrande maggioranza delle persone. E' del tuttonaturale che sia così: noi tutti abbiamo troppe cose da fare per mettercia studiare testi e documenti e farci coinvolgere in una discussione lungae minuziosa. La stragrande maggioranza delle persone, se si trovasse adiscutere con un negazionista, direbbe semplicemente "credo al fattostorico del genocidio ebraico perché così dicono gli storici. I vostridocumenti e i vostri argomenti andate a sottoporli alla comunità deglistorici. Vi prenderò in considerazione solo se riuscirete a convincerneuna parte significativa". E' razionale questa risposta, che è la rispostadel senso comune? In linea di principio, certamente sì, a meno che il negazionista non risponda "non posso portare i miei documenti e i miei argomenti all'attenzione degli storici perché la legge me lo proibisce. Del resto, se anche ci riuscissi, gli storici non mi darebbero mai ragioneperché è proibito per legge". Se il negazionista risponde in questo modo,i nostri argomenti crollano e la nostra fiducia, la fiducia del sensocomune, nelle elaborazioni della comunità degli storici appare del tuttoirrazionale. In conclusione: abbiamo bisogno di poterci fidare di ciò che gli storici ci dicono, e condizione necessaria per questa fiducia è la libertà di ricerca e di opinione. Una legge che proibisce le opinioni è in contraddizione con i principi della razionalità di cui l'Occidente è giustamente fiero.

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 4 (reprint)


LA VERITE’ HISTORIQUE C’EST MOI
FABIUS E GAYSSOT, IL SOCIALISTA E IL COMUNISTADEL XXI SECOLO CHE PARLANO IL LINGUAGGIO DELLE MONARCHIE ASSOLUTE DEL XVIII.
A QUANDO LA RIVOLUZIONE BORGHESE?
Dal sito Voltairenet ripreso e tradotto per comedonchisciotte da Giorgia
LA LEGGE GAYSSOT E’ UNA REGRESSIONE DI PARECCHI SECOLI
Silvia Cattori
intervista
JEAN BRICMONT
L’ANTIFASCISMO FASCISTA“ Alcuni uomini politici si sono opposti alla legge Gayssot, Toubon per esempio, se non mi sbaglio. Ma non ne conosco a sinistra. Il problema viene dalla metodologia dell’antifascismo. Sessant’anni dopo la fine della guerra, molte persone – soprattutto nell’estrema sinistra – adorano giocare agli eroi prendendo grandi posture “antifasciste”. Il che porta un buon numero di persone ad approvare metodi diciamo fascistoidi (la censura) per combattere persone deboli ed emarginate (come Faurisson) mentre i nostri antenati, che erano realmente antifascisti, dovevano affrontare avversari ugualmente potenti e feroci, e, in particolare, si scontravano, nei paesi fascisti od occupati, contro una censura permanente”

Professore di Fisica Teorica alla Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, Jean Bricmont è anche scrittore. E’ un acceso difensore della libertà d’espressione, quali che siano le idee difese, fino a che non cadono nell’insulto o nella diffamazione. Egli ritorna sulla censura come mezzo di oppressione dei deboli e di potere per i potenti, come nel caso del dibattito sulle caricature di Maometto e cita il caso Chomsky, la legge Gayssot e il pericolo che questa rappresenta per la libertà di espressione.
Silvia Cattori: in un recente articolo [1] lei ha attirato l’attenzione dei lettori sulle derive giuridiche nelle quali le leggi anti-terrorismo stanno conducendo le nostre società. Prendeva l’esempio di Bahar Kimyongur, condannato il 27 Marzo 2007 a cinque anni di prigione in Belgio per delitto d’opinione. Il caso di questo giovane lascia supporre che ogni persona che diffonde un testo a difesa del diritto a resistere di ogni popolo sottomesso alla violenza di un occupante - come i Palestinesi, gli Iracheni, gli Afgani - potrebbe trovarsi incolpato per associazione terroristica?
Jean Bricmont: più precisamente Bahar Kimyongur, cittadino belga di origine turca, è stato condannato per appartenenza ad un’organizzazione turca, considerata terrorista dalle autorità belghe, il DHKP-C. Ma la principale “prova “ che si ha della sua appartenenza è il fatto che egli ha tradotto comunicati di questo organismo in seno al suo ufficio di informazione che aveva dei beni al sole a Bruxelles, fino al 2004, momento in cui si sono introdotte nuove leggi antiterrorismo. Questi comunicati – tranne uno che spiega o, se si vuole, “giustifica“ un attentato in Turchia che è “andato male“ nel senso che ha fatto più vittime di quelle che erano nell’obiettivo – riguardano principalmente la situazione nelle prigioni turche, situazione che denuncia anche Amnesty. Ma giustificare la violenza “necessaria“ o scusare i “danni collaterali“ rimane, checché se ne pensi, un’opinione, largamente condivisa del resto da coloro che fanno l’apologia della politica americana o israeliana. Il fatto è che Bahar Kimyongur è stato condannato senza che fosse accusato di aver partecipato ad alcuna azione violenta. Ne concludo che le leggi antiterroriste conducono, a causa del “delitto di appartenenza“, a criminalizzare le espressioni delle opinioni. Per quanto riguarda gli altri movimenti di cui lei parla è sufficiente, effettivamente, che se ne registrino alcune sulla lista delle organizzazioni “terroriste“ perché semplici espressioni di solidarietà con costoro divengano passibili di sanzioni penali.

LA CENSURA E’ L'ARMA DEI FORTI
“La censura è sempre l’arma dei forti contro i deboli. E’ abbastanza tragico constatare che tanta gente “di sinistra” pensa, non di meno, di poterla utilizzare.”

Silvia Cattori: lei ha consacrato diversi testi molto pertinenti alla libertà di espressione [2] Si prende cura di distinguere diritto e morale. Nota che la censura è sempre esercitata da coloro che hanno il potere – e che godono della libertà di espressione – contro coloro che non ce l’hanno. Domandandosi in nome di quali principi le persone che possono esprimersi potrebbero avere il diritto d’impedire di farlo ad altri, lei è condotto a constatare che ogni censura presenta grandi pericoli e non può alla fine essere giustificata. Può riassumere qui i principali argomenti della sua riflessione?
Jean Bricmont: per definizione la censura è sempre esercitata da coloro che hanno il diritto di esprimersi ed impediscono agli altri di farlo. In generale, si giustifica la censura dicendo che non si possono lasciare esprimere principi “orribili“. Il problema principale è che è impossibile applicare questo genere di idee in modo imparziale, come i principi del nostro diritto esigono. E’ sufficiente percorrere una biblioteca e leggere i classici del pensiero occidentale – dalla Bibbia ad Hegel, per esempio – per trovare appelli all’omicidio, al genocidio, alla guerra santa, testi di un razzismo straordinario ecc [3]. Io sfido i partigiani della censura a darmi dei principi sui quali basare questo e che, se applicati imparzialmente, non condurrebbero a chiudere una buona parte delle nostre biblioteche. Ma in queste biblioteche si trovano opere “canonizzate“ che non saranno censurate. Lo saranno solo autori oggi marginali; dunque la censura è sempre l’arma dei forti contro i deboli. E’ abbastanza tragico constatare che tanta gente “di sinistra“ pensa, non di meno, di poterla utilizzare.Questo fatto è illustrato attraverso la commedia – non c’è altra parola da usare – che si è recitata, recentemente, attorno alle caricature antimusulmane [4]. In primo luogo, bisogna sottolineare che le caricature non sono argomenti; è già un abuso farle passare per una “critica della religione“. E poi, queste caricature stigmatizzano una comunità (e avevano evidentemente per scopo di farla reagire, in modo da emarginarla ancora un po’) . Siccome è una comunità definita dalla sua religione, si utilizzano argomenti “laici“ per far intendere che non si tratta di razzismo; tuttavia rimane che si tratta di una comunità umana. Ora, uno dei grandi progressi culturali di questi ultimi decenni, è che sia diventato maleducato prendersi gioco di un gruppo umano quale che esso sia: omosessuali, donne, arabi, neri ecc. ( anche i belgi ). E’ quello che le persone che vogliono tornare ai bei vecchi tempi dove ci si poteva apertamente prendere gioco dei gruppi deboli chiamano il “politicamente corretto“.

IL TOTALITARISMO LAICISTA E LA GOGNA PER CRISTIANI E MUSULMANI
“Lo scopo del diritto è di difendere il minore dei mali, non di stabilire la perfezione, che non è di questo mondo. Per quel che concerne il diritto alla profanazione, questo diritto evidentemente esiste. Non c’è che da vedere il modo in cui musulmani o cristiani “fondamentalisti“ sono regolarmente insultati. Ciò è possibile solo perché questi ultimi sono deboli. E’ per contro rischioso prendersi gioco di ciò che si potrebbe chiamare la religione laica dell’Occidente, sapendo che siamo buoni e che dobbiamo intervenire un po’ dappertutto nel mondo, soprattutto nelle nostre ex colonie, per arrestare nuovi genocidi e nuovi Hitler”.

Evidentemente, penso che se alcune persone hanno una mentalità particolarmente arretrata da questo punto di vista, come Charlie Hebdo, per esempio [5], devono essere liberi di esprimersi. Ma, come se avessero il sostegno di tutta la classe politica ed intellettuale, non c’è mai stato il minimo dubbio che le azione promosse contro di loro non arriveranno allo scopo, il che fa sì che le grida emesse in quest’occasione “per difendere la libertà d’espressione“ fossero perfettamente ipocrite. Allorché ci sono persone in Francia che si fanno tacere, che si perseguono o che si emarginano (principalmente grazie all’accusa di antisemitismo, e non penso solo ai negazionisti, ma a gente come Edgar Morin o Pascal Boniface) , in quel caso si sentono molto meno i “difensori della libertà d’espressione “ che si sono mobilitati per Charlie Hebdo [6].
Silvia Cattori: si può lasciare un avversario insultare, umiliare, profanare senza limiti? Difendere la libertà di dire tutto non comporta dei rischi?
Jean Bricmont: bisogna distinguere gli insulti personali o le diffamazioni, contro le quali possono essere evidentemente espresse doglianze, e le asserzioni a carattere generale sulla storia, le idee, o le religioni. Che vi siano rischi nella libertà d’espressione è evidente; ma tutta la storia della censura mostra che anche questa ne comporta. Lo scopo del diritto è di difendere il minore dei mali, non di stabilire la perfezione, che non è di questo mondo.Per quel che concerne il diritto alla profanazione, questo diritto evidentemente esiste. Non c’è che da vedere il modo in cui musulmani o cristiani “fondamentalisti“ sono regolarmente insultati. Ciò è possibile solo perché questi ultimi sono deboli. E’ per contro rischioso prendersi gioco di ciò che si potrebbe chiamare la religione laica dell’Occidente, sapendo che siamo buoni e che dobbiamo intervenire un po’ dappertutto nel mondo, soprattutto nelle nostre ex colonie, per arrestare nuovi genocidi e nuovi Hitler.

CHOMSKY E THION DAL VIETNAM A FAURISSON
Allorché Faurisson, che era professore di letteratura a Lione, ha reso pubbliche le sue vedute sulle camere a gas (sostiene che non sono mai esistite) , è stato rapidamente sospeso dall’insegnamento e perseguitato in modi diversi. Circolava allora una petizione, che chiamava a difendere i suoi diritti, siglata da 500 persone, di cui ChomskyChomsky ha in seguito dato ad uno dei suoi amici dell’epoca Serge Thion – che conosceva a causa della loro comune opposizione alla guerra del Vietnam – uno scritto corto che riprendeva i suoi argomenti in merito alla libertà d’espressione.
LA DIFFERENZA FRA CHOMSKY E VIDAL-NAQUET
Poiché Vidal-Naquet si era in principio opposto alle leggi che reprimono la libertà d’espressione, come la legge Gayssot, non si può dire che ci fosse veramente una “controversia“ tra lui e Chomsky. Semplicemente, Chomsky adottava un atteggiamento di principio, che consisteva nel difendere la libertà d’espressione anche per le persone con cui è in disaccordo, mentre Vidal-Naquet esprimeva, al contrario, la sua “indignazione“ in diversi modi, ma senza adottare una posizione ben definita (per esempio in favore della censura).

Silvia Cattori: nel quadro della sua riflessione sui principi ed i limiti della libertà d’espressione, si è interessato ad una controversia che ha opposto, alla fine degli anni settanta, il suo amico Noam Chomsky a Pierre Vidal-Naquet. Su cosa si incentrava la controversia, e quali punti di principio riguardanti la libertà di espressione contribuì a chiarire?Jean Bricmont: non sono sicuro si possa parlare di “controversia“, perché questo suppone posizioni ben definite e io non so bene quali posizioni avesse Vidal-Naquet. Allorché Faurisson, che era professore di letteratura a Lione, ha reso pubbliche le sue vedute sulle camere a gas (sostiene che non sono mai esistite) , è stato rapidamente sospeso dall’insegnamento e perseguitato in modi diversi. Circolava allora una petizione, che chiamava a difendere i suoi diritti, siglata da 500 persone, di cui Chomsky. Questa petizione era neutra per quanto concerneva la validità delle affermazioni di Faurisson; quello che Vidal-Naquet aveva giudicato “scandaloso“ e ciò che aveva portato Chomsky ad un lungo scambio epistolare con Vidal-Naquet era altro. Ma evidentemente, come fa notare Chomsky, allorché si difende la libertà d’espressione di qualcuno, si lascia da parte il contenuto dei testi incriminati. Difendere un’espressione d’opinione non equivale a giudicarla. Discutere del substrato renderebbe d’altro canto impossibile una tale difesa, e non sarebbe che mancanza di tempo per esaminarli, magari perché sono scritti in russo o in cinese. Chomsky ha, d’altro canto, firmato numerose petizioni per dissidenti nei paesi dell’est, sia ignorando i loro punti di vista, sia conoscendoli bene ed essendo in totale disaccordo con essi, ma senza mai, di certo, esprimere la minima opinione a riguardo. In quel caso questo non gli è mai stato rimproverato, almeno in occidente.Chomsky ha in seguito dato ad uno dei suoi amici dell’epoca Serge Thion – che conosceva a causa della loro comune opposizione alla guerra del Vietnam – uno scritto corto che riprendeva i suoi argomenti in merito alla libertà d’espressione. Gli ha detto di farne quel che voleva. Ma Thion si era, all’epoca, avvicinato a Faurisson e ha messo questo testo come “Avviso“ all’inizio di “Memorie a difesa“ pubblicato da Faurisson per rispondere alle persecuzioni giudiziarie di cui era oggetto. Ciò ha avuto per risultato che Chomsky è stato ostracizzato in Francia per lungo tempo ed in certi ambienti continua ad esserlo.Poiché Vidal-Naquet si era in principio opposto alle leggi che reprimono la libertà d’espressione, come la legge Gayssot, non si può dire che ci fosse veramente una “controversia“ tra lui e Chomsky. Semplicemente, Chomsky adottava un atteggiamento di principio, che consisteva nel difendere la libertà d’espressione anche per le persone con cui è in disaccordo, mentre Vidal-Naquet esprimeva, al contrario, la sua “indignazione“ in diversi modi, ma senza adottare una posizione ben definita (per esempio in favore della censura). Bisogna dire che questa postura è abbastanza frequente tra i “democratici“ che sono una volta contro la censura e l’altra contro e si oppongono realmente, o – cosa che faceva anche Vidal-Naquet, così come Finkielkraut – che negano che vi sia censura allorché qualcuno è perseguito davanti i tribunali per le sue opinioni.

FABIUS-GAYSSOT : LA VERITE’ HISTORIQUE C’EST MOI
“questa legge va contro ogni principio del nostro diritto. E’ una vera e propria “lettre de cachet “ (n.d.t.: lettera con sigillo reale, recante un ordine di imprigionamento od esilio), una regressione giuridica di molti secoli. Attraverso la sua stessa esistenza, questa legge subordina la libertà di espressione e di pensiero alle istituzioni giuridiche che la applicano ed ai gruppi che esigono la sua applicazione”.
LE ARMI DEL LINCIAGGIO
Se si vuole eliminare qualcuno dal dibattito, lo si taccia sia di “stalinismo”, sia di “antisemita–nazi–negazionismo”; “rosso – nero” ha il vantaggio di combinare le due accuse. Si può anche veder accusare uno di aver incontrato qualcuno che è negazionista/staliniano o di aver delle simpatie per il soggetto X, eccetera. O, ancora, di “mancare di vigilanza” di fronte al “fascismo”; evidentemente, questa vigilanza si esprime con molto meno forza allorché un uomo politico israeliano – come Avigdor Lieberman [8] – mantiene propositi apertamente razzisti e raccomanda l’epurazione etnica, od allorché un uomo politico americano – come John Hagee [9] – propone di distruggere la moschea di Al–Aqsa.
Silvia Cattori: ci sono parole, come “rosso-nero”, “antisemita”, “negazionista”, “revisionista”, che ritornano sovente nel dibattito politico. E’ così che, durante gli anni di guerra e di terribili atrocità nel Medio Oriente, che hanno messo la responsabilità di Israele al centro del dibattito, abbiamo visto le associazioni moltiplicare gli appelli alla vigilanza [7] contro una pretesa avanzata dell’”antisemitismo”. Queste parole spauracchio non sono usate come armi per soffocare la voce, distruggere la carriera e la reputazione di coloro che denunciano in maniera forte la politica di apartheid e di pulizia etnica condotta dallo Stato d’Israele? Questo modo di ostracizzare, non è l’illustrazione della regressione, preoccupante, della libertà d’espressione? Si tratta di una situazione che tocca, particolarmente, la Francia?Jean Bricmont : non commenterò gli esempi che lei cita, ma l’idea generale è corretta: se si vuole eliminare qualcuno dal dibattito, lo si taccia sia di “stalinismo”, sia di “antisemita–nazi–negazionismo”; “rosso – nero” ha il vantaggio di combinare le due accuse. Si può anche veder accusare uno di aver incontrato qualcuno che è negazionista/staliniano o di aver delle simpatie per il soggetto X, eccetera. O, ancora, di “mancare di vigilanza” di fronte al “fascismo”; evidentemente, questa vigilanza si esprime con molto meno forza allorché un uomo politico israeliano – come Avigdor Lieberman [8] – mantiene propositi apertamente razzisti e raccomanda l’epurazione etnica, od allorché un uomo politico americano – come John Hagee [9] – propone di distruggere la moschea di Al–Aqsa. Le cose che si pensa suscitino maggiormente la nostra disapprovazione sono le “piccole frasi” di Le Pen, che, contrariamente alle persone succitate, è allontanato da ogni potere e, in particolare, da qualsiasi arma di distruzione di massa.
Silvia Cattori: in questo contesto, cosa pensa lei dell’uso che si fa della legge Gayssot? [10]
Jean Bricmont: il significato della legge Gayssot non viene, principalmente, dal suo contenuto – proibire di mettere in discussione alcuni aspetti del processo di Norimberga – ma dalla sua semplice esistenza. In effetti, questa legge va contro ogni principio del nostro diritto. E’ una vera e propria “lettre de cachet “ (n.d.t.: lettera con sigillo reale, recante un ordine di imprigionamento od esilio), una regressione giuridica di molti secoli. Attraverso la sua stessa esistenza, questa legge subordina la libertà di espressione e di pensiero alle istituzioni giuridiche che la applicano ed ai gruppi che esigono la sua applicazione. Una volta ammesso un tale principio, è grande il rischio di veder estendere la sua applicazione al di là del suo oggetto originario, il processo di Norimberga. Delle aggiunte, delle interpretazioni abusive, rischiano di minacciare altre opinioni, come si vede con il dibattito a proposito del colonialismo o del genocidio degli Armeni. Infine, esercita una sottile intimidazione, mostrando la forza dei gruppi di espressione sionisti, che non esitano ad identificare la critica ad Israele con l’”antisemitismo” e, per questa via, con la negazione della “soluzione finale”. E’ un segnale indiretto, che mostra come la difesa dei diritti dei Palestinesi rischi di scontrarsi con dei gruppi di pressione capaci di distruggere la reputazione e persino la carriera dei loro avversari, per non parlare delle persecuzioni giudiziarie più o meno arbitrarie, anche se costoro accettano, come sono, in generale, pronti a fare, l’integralità del processo di Norimberga.Ma c’è un problema più profondo di questa legge, dal sapore della predisposizione d’animo, di cui uno degli effetti è proprio l’accettazione di questa legge da parte della sinistra. E’ l’idea che si rifiuti di parlare con X o con Y perché costoro sarebbero “razzisti”, “fascisti”, “nazionalisti”, “giustificanti l’ingiustificabile”, o che so io. L’argomento che si propone più spesso è che, se si parla con lui, si “legittima” il nemico. Io rifiuto radicalmente questo genere di atteggiamento – ho già parlato ad un gruppo musulmano “radicale”, dibattuto con un “nuovo filosofo”, discusso in una sinagoga, in un tempio protestante, così come ad una radio cattolica, mi sono confrontato con rappresentanti del partito democratico e del partito repubblicano americani, eccetera.E’, evidentemente, quando si discute con gli avversari, non con gli amici, che si è obbligati ad affinare gli argomenti e, qualche volta, a ritornare sulle proprie posizioni. Supponiamo che io discuta con Le Pen (cosa che non farei mai, perché non sono competente in materia di immigrazione, che è il suo principale cavallo di battaglia); io sono sicuro che mi si rimprovererebbe di legittimarlo; ma agli occhi di chi? Rappresenta circa il 20% dei francesi, ed io sono solo un semplice individuo.A sinistra si fa come se l’essenziale non fosse l’opinione pubblica realmente esistente, che bisogna cercare di influenzare – attraverso l’argomentazione ed il dibattito – ma una divinità, agli occhi della quale noi siamo i buoni, e che sarebbe offesa se cominciassimo a parlare con i “cattivi”. Il risultato di questa mentalità è un clima di intolleranza nella sinistra, soprattutto dell’estrema sinistra, che fa sì che si dibatta molto poco, anche con persone che non sono poi così lontane da noi, e che gli argomenti non cessino di indebolirsi e le idee di divenire dogmi. E, più gli argomenti si indeboliscono, più si ha paura del dibattito. E intanto, il nostro avversario si rafforza.
LA “LOTTA CONTRO L’ANTISEMITISMO”
“la “lotta contro l’antisemitismo” si persegue, ai giorni nostri, un po’ come la “lotta all’anticomunismo” che si perseguiva nei paesi dell’Est, con, temo, gli stessi risultati. Voglio dire che, al posto di dibattere e di argomentare, si intimidisce, si cita avanti i Tribunali, si fanno tacere le persone, eccetera. Si gioca sulla cattiva coscienza. Tutto questo funziona perfettamente, per un po’ di tempo. Ma tutti coloro che hanno studiato almeno un po’ la storia delle monarchie assolute, delle religioni di stato o dei partiti unici avranno dei dubbi sulla permanenza dei risultati di questa strategia”.

Silvia Cattori: non si è rapportati all’utilizzo dei metodi mafiosi nel quadro di questa “lotta contro l’antisemitismo” che serve, largamente, di copertura ad altri obiettivi? La posta in gioco non è forse il controllo dell’informazione? Le persone o i gruppi che gettano l’accusa sugli altri invocando la lotta contro il fascismo, non adottano, in realtà, delle metodiche fasciste?Jean Bricmont: la “lotta contro l’antisemitismo” si persegue, ai giorni nostri, un po’ come la “lotta all’anticomunismo” che si perseguiva nei paesi dell’Est, con, temo, gli stessi risultati. Voglio dire che, al posto di dibattere e di argomentare, si intimidisce, si cita avanti i Tribunali, si fanno tacere le persone, eccetera. Si gioca sulla cattiva coscienza. Tutto questo funziona perfettamente, per un po’ di tempo. Ma tutti coloro che hanno studiato almeno un po’ la storia delle monarchie assolute, delle religioni di stato o dei partiti unici avranno dei dubbi sulla permanenza dei risultati di questa strategia. Bisogna ascoltare non solo ciò che viene detto pubblicamente, ma anche ciò che si dice in privato, nelle strade e nei bar, e che nessuno può controllare. Utilizzare la “lotta contro l’antisemitismo” per proteggere Israele è doppiamente criminale: da una parte, per i Palestinesi, ma anche per le persone di origine giudaica che rischiano, a lungo andare, di essere vittime di una tale strategia.

PARLARE DI STORIA NON E’ INSULTARE
“bisogna distinguere gli insulti personali o le diffamazioni, contro le quali possono essere evidentemente espresse doglianze, e le asserzioni a carattere generale sulla storia, le idee, o le religioni”.

Silvia Cattori: se queste leggi sono ingiuste, allorché permettono ad una maggioranza di gettare il sospetto o la calunnia su una minoranza, perché nessun partito non si è mai opposto? Come può essere che nessun gruppo si sia mobilitato per rifiutare tali anatemi, e cambiare o eliminare queste leggi? Per aver largamente contribuito ad introdurle, la sinistra non ha una particolare responsabilità?Jean Bricmont : bella domanda. Io penso che alcuni uomini politici si siano opposti alla legge Gayssot, Toubon per esempio, se non mi sbaglio. Ma non ne conosco a sinistra. Il problema viene dalla metodologia dell’antifascismo. Sessant’anni dopo la fine della guerra, molte persone – soprattutto nell’estrema sinistra – adorano giocare agli eroi prendendo grandi posture “antifasciste”. Il che porta un buon numero di persone ad approvare metodi diciamo fascistoidi (la censura) per combattere persone deboli ed emarginate (come Faurisson) mentre i nostri antenati, che erano realmente antifascisti, dovevano affrontare avversari ugualmente potenti e feroci, e, in particolare, si scontravano, nei paesi fascisti od occupati, contro una censura permanente.Ciò detto, io penso che vi sia un partito che si è sempre opposto a queste leggi e che ne ha chiesto l’abrogazione: il Fronte Nazionale. Mi si dirà che è perché sono, segretamente, negazionisti. Ma la reazione è diversa, poco importa quali siano le loro intenzioni. Ciò che è tragico e che, per parafrasare Chomsky, torna a rendere un triste omaggio alle vittime della “soluzione finale”, è aver creato una situazione ove il monopolio della difesa della libertà di espressione è lasciata ai “fascisti”.Silvia Cattori: nel caso della guerra contro la Serbia, non vi è stata una campagna che associava i Serbi agli orrori del nazismo per poter giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, i bombardamenti della NATO e che permetteva, poi, di ostracizzare tutti coloro che contestavano questa guerra?Jean Bricmont: evidentemente, è sempre la stessa cosa. I Serbi erano deboli, isolati, si poteva dire qualsiasi cosa nei loro confronti, sempre prendendo posizioni eroiche di lotta contro questo “fascismo che ritorna” [11]. Per contro, se lei compara la politica israelo-americana a quella di Hitler – a torto, secondo me – è immediatamente accusato di banalizzare il nazismo.
Silvia Cattori: ritorniamo su questa questione degli amalgami. Si è associato Milosevich ad Hitler, per fare la guerra ai Serbi, poi Saddam Hussein ad Hitler. E, oggi, apparentemente è il turno dell’Iran. Deformare ciò che dicono le persone, associarle al nazismo, non prepara ogni volta l’opinione pubblica ad aderire ad una nuova guerra? Non si sentono, ogni giorno, giornalisti martellare che il presidente iraniano ha chiamato a “cancellare Israele dalla carta geografica” a dispetto del fatto che – testo farsi alla mano – è stato dimostrato che le sue parole dicevano “Khomeiny ha detto che questo regime che occupa Gerusalemme deve sparire dalle pagine del tempo” [12], il che era tutt’altra cosa. Risultato, l’idea si è installata come una “verità”: “Ahmadinejad, negazionista e novello Hitler, si appresta ad annientare Israele con le armi nucleari”. Queste deformazioni sono intenzionali, secondo lei? Non divengono altrettanto efficaci che se brandissero l’accusa di “negazionismo”? Un ristabilimento della libertà di espressione su argomenti divenuti tabù sarebbe suscettibile di fornire un antidoto a simili derive?
Jean Bricmont: la censura basata sulla legge Gayssot in Francia ha giocato un ruolo chiave in questa faccenda. Prima di tutto, non vedo perché i negazionisti dovrebbero andare a riunirsi in Iran, se potessero farlo liberamente – e nella generale indifferenza – a Parigi. E poi, veda un istante le cose dal punto di vista iraniano; io di questo ho discusso con degli iraniani. In Occidente, si ripete loro, dal mattino alla sera, che “noi” siamo superiori a loro, perché rispettiamo i diritti dell’uomo, e loro no [13]. Come evitare che essi si impadroniscano della legge Gayssot, e di altre leggi simili, che violano manifestamente l’articolo 19 della Dichiarazione Universale – quello che garantisce la libertà di espressione – per fornire una risposta tattica? Basta pensare cinque minuti alla psicologia umana per capire questo. Tutto ciò potrebbe rimanere al livello di una disputa ideologica, o anche verbale, se la macchina della propaganda occidentale, alternata sovente da “movimenti per la pace” o “della difesa dei diritti dell’uomo” non se ne impossessasse per impedire ogni movimento di opposizione ad una possibile guerra contro l’Iran, come è successo per la guerra contro l’Irak. Se, un domani, l’Iran fosse attaccato “a sorpresa”, sono certo che una buona parte della sinistra occidentale resterà muta, ed accuserà ogni persona che protesta di “complicità” con la “negazione dell’olocausto” o con la “volontà di cancellare Israele della carta geografica”.Per quanto mi riguarda, nel mondo di oggi, con la sua moltitudine di problemi – riscaldamento climatico, crisi dell’agricoltura, militarizzazione dello spazio, esaurimento delle risorse – che non hanno nulla a che vedere con il fascismo, ciò che le persone pensano della “seconda guerra mondiale” (come della prima, di Stalin o di Napoleone) è l’ultimo dei miei pensieri. Bisogna distinguere le domande che possono avere un qualche interesse storico dalle domande che hanno un interesse politico e che, per definizione, riguardano il presente.

LA RETORICA "ANTIFASCISTA" E LA GUERRA ALL'’IRAN
Se, un domani, l’Iran fosse attaccato “a sorpresa”, sono certo che una buona parte della sinistra occidentale resterà muta, ed accuserà ogni persona che protesta di “complicità” con la “negazione dell’olocausto” o con la “volontà di cancellare Israele della carta geografica”.
Certamente, lo studio della storia può chiarire il presente, ma bisogna evitare di voler semplicemente rivivere il passato, “combattendo contro il fascismo”, o “lottando contro il totalitarismo” [14], o ancora conducendo, in eterno, guerre coloniali. Se degli individui avessero nel loro programma politico di restaurare, nel mondo attuale, il fascismo, o lo stalinismo, o il colonialismo, così come sono esistiti in passato, allora ciò avrebbe effettivamente avuto un significato politico, ma sarebbero dei folli, e non effettivamente pericolosi.C’è una perniciosa tendenza nella psicologia umana che ci spinge a voler “risolvere” i problemi del passato e, ciò facendo, a crearne degli altri. Si può pensare al modo in cui i Tedeschi hanno imposto condizioni molto dure alla Francia dopo la sconfitta del 1870, che era, per loro, un modo per “risolvere” la minaccia che aveva rappresentato Napoleone; ma queste condizioni sono state una delle fonti della prima guerra mondiale; ciò ha condotto al Trattato di Versailles, che è stato un modo, per i Francesi, di “risolvere” il problema del nazionalismo tedesco. Invece di risolvere, il Trattato ha invece incoraggiato il nazismo. Dopo il 1945, si è “risolto” il problema delle persecuzioni antiebraiche, sparite, essenzialmente, all’epoca, creando lo Stato di Israele, il che non ha fatto che generare nuovi problemi che restano irrisolti ai giorni nostri.A proposito dell’Iran, ciò che bisogna sottolineare prima di tutto è che l’Occidente, con la sua politica dalla vista corta e la sua sete di petrolio, ha fatto rovesciare Mossadegh nel 1953 ed ha sostenuto, in quel Paese, una dittatura impopolare quale quella dello Shah, il cui rovesciamento nel 1979 ha portato al potere i Mullah che le anime candide amano tanto denunciare al giorno d’oggi. Mi sembra che questo, unito al disastro che gli Stati Uniti hanno creato in Irak, dovrebbe essere sufficiente a incitarci ad un po’ più di modestia riguardo ai nostri interventi “umanitari”. D’altro canto, mi auguro effettivamente che la scienza finisca per “vincere le tenebre” – religiose – per riprendere la bella divisa dell’Università Libera di Bruxelles, coma ha fatto da noi, dopo molti anni di lotta. Io penso che alla fine ce la farà, anche nel mondo musulmano. Ma la sola cosa che possiamo fare per avanzare in questa direzione è offrire una cooperazione sincera allo sviluppo economico e culturale nel terzo mondo, disarmare e cessare le nostre ingerenze e le nostre minacce. Ovverosia, fare più o meno l’opposto di ciò che le persone che danno prova di “vigilanza contro il fascismo” contro l’Iran propongono di fare. Il loro atteggiamento non è, per me, che un modo di darsi grandi arie di superiorità a buon mercato.

LA GENERAZIONE DEL ‘68
“Io non penso affatto che la mia posizione sia “rara”. E’ rara nella “bolla”, come direbbe Jean–François Kahn, del mondo politico–mediatico, ed intellettuale. Ma l’uomo della strada è, in generale, ostile alla politica israeliana, vede molto bene le manovre dei gruppi di pressione che impediscono di discutere apertamente, ed è perfettamente d’accordo con la libertà di espressione, una volta che la distinzione fra calunnie o diffamazioni e manifestazione del pensiero sia chiarita. D’altro canto, quando io discuto di libertà di espressione con i giovani, non ho alcun problema. Ne ho con le persone della mia generazione, quelle del ’68”

Silvia Cattori: la sua maniera di soffermarsi su queste questioni, che toccano i diritti fondamentali, il rispetto e la dignità delle persone, è abbastanza rara. Lei pensa che oggi la maggioranza delle persone sia in grado di percorrere la stessa direzione della sua riflessione? E’ possibile immaginare che coloro che, da tempo, fanno mestiere dell’ostracismo, della demonizzazione e della disumanizzazione dei loro avversari cambieranno la loro ottica?Jean Bricmont : io non penso affatto che la mia posizione sia “rara”. E’ rara nella “bolla” , come direbbe Jean–François Kahn, del mondo politico–mediatico, ed intellettuale. Ma l’uomo della strada è, in generale, ostile alla politica israeliana, vede molto bene le manovre dei gruppi di pressione che impediscono di discutere apertamente, ed è perfettamente d’accordo con la libertà di espressione, una volta che la distinzione fra calunnie o diffamazioni e manifestazione del pensiero sia chiarita. D’altro canto, quando io discuto di libertà di espressione con i giovani, non ho alcun problema. Ne ho con le persone della mia generazione, quelle del ’68, ma anche quelle del “dispiacere e della pietà”, una generazione che ha dapprima utilizzato gli orrori della guerra per rivoltarsi a buon mercato contro la generazione precedente e che, in seguito, ha utilizzato la mitologa dell’antifascismo per discreditare ogni politica indipendente della Francia, e giustificare il suo progressivo allineamento alla politica americana ed israeliana, politiche che rischiano davvero di tuffare nuovamente il mondo in disastri senza fine e in orrori che abbiamo giurato di non far accadere mai più.
Note
[1] Il pendio scivoloso delle leggi anti terrorismo, Jean Bricmont e Lieven De Cauter. Le Soir (Bruxelles), 27 Marzo 2007. Disponibile su: http://www.michelcollon.info/.
[2] Jean Bricmont ha codiretto con Julie Franck il Cahier de L’Herne dedicato a Noam Chomsky (Parigi, 2007), dove si può ronvenire una discussione dettagliata delle posizioni di Chomsky su quest’argomento e della sua implicazione nell’« l’affaire Faurisson ».
[3] Cosa si propone di fare con le seguenti proposte (per prendere un esempio su un milione) : “mi ricordo di aver letto che un ecclesiastico faceva suonare a mezzanotte una campana per ricordare (agli Indiani d’America) il compimento dei loro doveri coniugali, infatti, lasciando a loro l’iniziativa, neanche quello sarebbe venuto loro in mente”. Oppure: “Il negro rappresenta l’uomo naturale in tutta la sua barbarie e la sua assenza di disciplina. Per comprenderlo, dobbiamo abbandonare ogni modo di vedere europeo. Non dobbiamo pensare né ad un Dio personale, né ad una legge morale; dobbiamo fare astrazione di ogni spirito di rispetto e moralità, di ogni cosa che si chiami sentimento, se vogliamo sondare la sua natura…non possiamo trovare nulla, nel suo carattere, che si accordi con l’umano”? Esse sono dovute al filosofo Hegel, e si possono trovare in ogni buona biblioteca (probabilmente anche in URSS, con il tempo): Georg W.F. Hegel: La ragione nella Storia. Introduzione alla filosofia della storia, nuova traduzione, introduzione e note di Kostas Papaioannou, Paris, ed.10/18, 1965, p. 234 e 251.
[4] « La storia nascosta delle “caricature di Maometto” », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 febbraio 2007.
[6] « Vendere lo “scontro di civiltà” a sinistra », di Cédric Housez, Réseau Voltaire, 30 agosto 2005[7] Jacques Julliard, Questo fascismo che ritorna, Paris, Seuil, 1991[8] «Vertice storico per suggellare l’alleanza dei guerrieri di Dio» e « Può esserci un Ministro non ebreo in Israele?», Réseau Voltaire, 17 ottobre 2003 e 12 gennaio 2007.
[9] « Il CUFI : 50 milioni di evangelici a sostegno di Israele », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 agosto 2006.
[10] Ricordiamo qui la posizione di Réseau Voltaire a questo proposito. L’associazione si è pronunciata per un’abrogazione della legge Gayssot ed un ritorno al diritto comune: alcuni testi negazionisti si discostano dalla libera critica storica, altri mirano ad insultare le vittime o le loro famiglie e si discostando dal generale diritto di cronaca.
[11] Jacques Julliard, Questo fascismo che ritorna, Paris, Seuil, 1991
[12] Vedere per esempio: The Mossadegh Project : http://www.mohammadmossadegh.com/, così come il blog di Juan Cole « Informed Comment » : http://www.juancole.com/2006/05/). Per un’analisi politica, si veda : Diana Johnstone, Chirac paralizzato sull’ l’Iran, su http://www.michelcollon.info/ ed anche « Come Reuters ha partecipato ad una campagna di propaganda contro l’Iran », Réseau Voltaire, 14 novembre 2005
[13] Ho criticato nel dettaglio tale strumentalizzazione dei diritti umani in Imperialismo umanitario, Aden, Bruxelles, 2005. Vedi « Difesa del Diritto Internazionale », di Jean Bricmont, Réseau Voltaire, 11 gennaio 2006.
[14] Choc da civilizzazione : la vecchia storia del “ nuovo totalitarismo “, di Cédric Housez, Réseau Voltaire, 19 settembre 2006. Fonte: voltairenetTraduzione per comedonchisciotte di Giorgia

Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a martedì, settembre 18, 2007

CONVEGNO DEL 7 LUGLIO DOCUMENTI 3 (reprint)

GIANO ACCAME: NO AL CARCERE, LA RICERCA STORICA DEVE ESSERE LIBERA

Intervista di Giovanna Canzano

“Il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha lanciato un appello affinche' il negazionismo della Shoah diventi reato in tutti i paesi dell'Unione Europea. A Dresda per il Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari Interni europei a pochi giorni dalle commemorazioni per l'Olocausto che si terranno il prossimo 27 gennaio, il Guardasigilli, incontrando la sua omologa Brigitte Zypries, ha sottolineato l'importanza di una iniziativa comune in questa direzione. Il ministero della Giustizia rileva che si tratta di una inversione di rotta evidente rispetto alla posizione assunta nel 2003 da precedente Governo italiano”. La ricerca storica, dopo questo appello, rischia di ricevere un colpo mortale. Il principio volteriano "detesto quello che dici, ma mi batterò per permetterti di dirlo" deve rimanere il faro della nostra civiltà giuridica, almeno quanto quello weberiano della "consapevolezza della responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni". Abbiamo chiesto a Giano Accade cosa ne pensa della precedente condanna ad Irving che di sicuro è stato una condanna che ha aperto le ‘porte' a questo appello di Mastella. CANZANO - Cosa pensa della condanna in Austria dello storico britannico? ACCAME - Condannando lo storico inglese David Irving come negazionista dell'Olocausto i magistrati austriaci hanno forse voluto far dimenticare gli entusiastici bagni di folla con cui il connazionale Adolf Hitler venne accolto a Vienna ai tempi dell'Anschluss, cioè dell'annessione dell'Austria al Terzo Reich; e la crudele collaborazione di tanti austriaci alle persecuzioni antiebraiche. In realtà i carcerieri austriaci di Irving, nel loro eccesso di zelo, hanno manifestato una continuità col nazismo: li unisce il mancato rispetto della libertà.. In tedesco per definire certi comportamenti si usa l'espressione di Radfahrer, ciclista, perché chi pedala in bicicletta piega la testa verso l'alto, i poteri dominanti, e con i piedi pesta verso il basso. Per quel che ho letto di Irving nei libri pubblicati dal nostro comune editore Enzo Cipriano, non mi sembra che lo si possa definire negazionista. Basta aprire alle pagine 538/539 il suo libro su La guerra di Hitler per imbattersi in episodi dello sterminio ebraico, che non vi sono affatto negati Subito dopo leggiamo: E così via. Irving poco dopo sostiene: . Può sembrare strano e rispetto a quanto è effettivamente successo poco rilevante. Ma è vero: non si è trovato sinora alcun documento firmato da Hitler sullo sterminio. Libri recenti confermano che nel bunker di Hitler non ne sapevano niente né la sua dattilografa Junge Traudl, né un alto ufficiale della Wehrmacht a lungo attivo nel gabinetto del Führer: solo dopo la sconfitta, di fronte ai documentari della propaganda alleata, ne furono sorpresi e sconvolti. Irving ha inoltre, con curiosità discutibile, espresso dubbi sulle cifre dello sterminio, ma persino il maggiore storico dell'olocausto Raul Hillberg indica cifre variabili e al campo-museo di Auschwitz hanno ridotto il numero delle vittime sulla targa. Vi sono eventi su cui la precisione può apparire superflua, ma è assurdo condannare lo storico che intenda accertarla. In fin dei conti può essere interessante sapere che mentre Hillberg nel suo studio scientifico su La distruzione degli Ebrei d'Europa (Einaudi 1995) quantifica in le vittime a Auschwitz, al processo di Norimberga Höss, comandante tedesco del campo, venne fatto confessare (secondo Irving sotto tortura) di averne “gassato” due milioni e mezzo, in aggiunta al mezzo milione di decessi per malattia. Ripeto: di fronte all'orrore di quello che è successo queste contabilità hanno un senso molto relativo. Ma punirle col carcere è altrettanto insensato, specie se a farlo sono tedeschi e austriaci, sempre con toni da primi della classe

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sabato 22 settembre 2007

IL DIRETTORE DI "ART. 21". I POTERI FORTI E LA STAMPA? E' UN VECCHIO PROBLEMA, MA LA COSTITUZIONE PARLA CHIARO: NESSUNA CENSURA, SU NESSUN ARGOMENTO


Emanuela Irace
intervista
GIORGIO SANTELLI


Informazione imbavagliata. Negata. Blindata. E’ l’affresco sui media tratteggiato da Giorgio Santelli, direttore di “art. 21”, quotidiano online per la difesa della libertà di espressione che da anni si batte per una informazione trasparente e libera da censure. "Un’anomalia tutta italiana", dice Santelli, "che indebolisce l’attività dei cronisti rafforzando il potere degli editori". Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema di comunicazione zoppicante, scardinato dei suoi elementi più importanti, quali il dovere di cronaca e il diritto dei cittadini ad essere informati. Una fotografia invecchiata che non riesce più a raccontare la realtà:Cosa sta succedendo nei media Italiani e perché le condizioni in molti paesi europei sono migliori che da noi?"In Italia la professione giornalistica non rispecchia più il sistema di valori garantiti dalla Costituzione. Noi, come articolo 21, cerchiamo di riportare questo mestiere in un quadro di normalità. Ci sono troppi interessi e paure che impediscono di fare il proprio lavoro. Compito di un giornalista è informare. Avviene in Spagna, Francia, Gran Bretagna , Germania che, come servizio pubblico radio televisivo, sono molto più avanzati di noi. In Italia siamo ancora incollati alla politica, di destra o di sinistra, unico editore di riferimento. Ovvio che di alcuni argomenti non se ne possa parlare. E chi lo fa, paga sulla propria pelle".Alludi alle censure, spesso celebri, che tra i vari editti bulgari hanno colpito anche giornalisti?"Abbiamo affrontato più di 150 casi, tra censure e cosiddette “epurazioni”. Nomi celebri. Da Freccero a Santoro. Ma anche Mughini, Albertazzi. Non è una questione di colore politico. Siamo schierati su posizioni di centro sinistra ma interveniamo su tutti, indipendentemente dalla matrice di appartenenza. Gli ultimi casi sono stati quelli della libertà di espressione rispetto alla mafia. Parlo di Saviano, ma non solo, che dopo aver scritto e denunciato, oggi è costretto a viaggiare sotto scorta".Qual è la vostra posizione rispetto alle intercettazioni telefoniche e alla legge presentata da Mastella?E’un tema serio, pieno di risvolti che riguarda il diritto di cronaca. I verbali di interrogatori non sono segreti e si possono raccontare e citare testualmente. Si rischia solo una multa inferiore ai 300 euro. Grazie alle intercettazioni abbiamo scoperto i protagonisti di Tangentopoli, Calciopoli, Vallettopoli. Se passa la legge Mastella il divieto di pubblicazione si applicherà sia gli atti di indagine del Pubblico Ministero che alle investigazioni difensive. Non si potrà più pubblicare niente, neanche un riassunto fino alla fine dell’udienza preliminare, pena una sanzione tra i 10.000 a100.000 euro che nessun giornalista sarebbe disposto a pagare.E il tempo dei processi è infinito.."Già, il ché significa che per dieci anni nessun lettore potrà sapere, per esempio, le gesta dei vari Moggi, Gnutti, Consorti, Fazio, Tanzi, Berlusconi. Ma anche Vanna Marchi, il killer di turno o magari il pedofilo che ti abita sotto casa. Il paradosso è che la notizia è vera, i giornalisti la conoscono, ma non potranno pubblicarla fino alla fine dell’Appello. In questo modo l’attività del cronista si indebolirebbe fino a diventare pressocchè nulla".E’ chiaro che in questo modo i giornalisti si autocensurano, ma c’è anche la censura imposta dall’alto: editori, politica, poteri forti."E’un vecchio problema. In Italia non esiste un editore puro. Se pensi che in Umbria due editori sono proprietari dei più grossi cementifici italiani, parlare di cave, marmo e problemi ambientali connessi, diventa un controsenso. A questo si lega il problema dei giornalisti precari che non possono far altro che seguire i desiderata degli editori. Ci vuole una riforma seria per ridefinire le regole della professione. Noi di “articolo 21” appoggiamo la proposta lanciata dalla Federazione Nazionale della Stampa di istituire un Giurì per la lealtà dell’informazione, presso l’Ordine, ma con la partecipazione del garante della privacy. Sarebbe un segnale di civiltà e un modo per togliere il bavaglio all’informazione. Perché, come è scritto nella Costituzione, art. 21: “La stampa non deve essere soggetta a autorizzazioni o censure” ".



Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a sabato, settembre 22, 2007 0 commenti Link a questo post


CONVEGNO DEL 7 LUGLIO DOCUMENTI 1 (reprint)

venerdì 28 settembre 2007



ALCUNE PERPLESSITA’SUL DISEGNO DI LEGGE MASTELLA N. 1694

(Norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale, per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654)


Un primo sguardo al disegno di legge Mastella n. 16941.
Un Disegno di legge paradossalmente discriminatorio?


Se si volesse fare una battuta, si potrebbe dire che i primi a rischiare di essere incriminati per violazione delle norme proposte dal ddl 1694 nel caso in cui questo divenisse legge della Repubblica, potrebbero essere proprio i tre suoi proponenti: Mastella, Pollastrini e Padoa-Schioppa. Perché? Ma perché le “norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale …” che essi hanno redatto “diffondono” chiaramente, tanto per recitare l’articolo 1, “idee fondate sulla superiorità razziale o etnica”, nella misura in cui dopo il titolo generalizzante che riguarda tutte le forme di razzismo, fra queste privilegiano agli articoli 2,3,4, l’“olocausto” – proiezione storiografica della superiorità del genocidio ebraico sugli altri genocidi della storia – e l’antisemitismo – proiezione mediatico-militante della presunta maggiore gravità del razzismo antiebraico nei confronti dei razzismi antinero, antiasiatico, antinomade, etc. [1].

L’articolo 2 infatti affronta la questione degli “assegni di benemerenza ai perseguitati politici e razziali” previsti dalla legge 18 novembre 1980, n. 791, la quale a sua volta riguarda “l’istituzione di un assegno vitalizio a favore degli ex deportati nei campi di sterminio nazista” (a cui devono aggiungersi ex art. 1 i cittadini italiani “deportati nella risiera di S. Sabba di Trieste”), “pari al minimo della pensione contributiva della Previdenza sociale”. Precisa al proposito il Ddl Mastella che tali e soli assegni “non rilevano nella determinazione dei limiti di reddito previsti per il riconoscimento dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 [2], nonché della pensione sociale di cui all’articolo 26 della legge 30 aprile 1969, n. 153 [3], e successive modificazioni”: il che, tradotto in soldoni, vuol dire una condizione di doppio privilegio per i soli ex deportati “nei campi di sterminio nazista” sia rispetto agli ex deportati in altri campi di concentramento della II° guerra mondiale, e sia – una volta scattato il meccanismo dell’assegno vitalizio – rispetto alla totalità dei cittadini italiani beneficiari di “assegno sociale”, i quali ultimi subirebbero quella decurtazione in funzione dell’esistenza di altri redditi e loro disposizione non operabile nei confronti degli ex deportati nei lager nazisti. Quanto alla copertura finanziaria di tale dispositivo, l’articolo 5 dello stesso Ddl la attribuisce per gli anni 2007-2009 al “Fondo speciale”, in genere destinato alle “emergenze”: il che da una parte è un assurdo (ma quale emergenza rappresenta mai un assegno vitalizio stabilito per un evento storico di 60 anni fa?) e dall’altra sembra suonare come un escamotage per far passare comunque l’articolo in questione, magari confidando nell’esaurimento progressivo della spesa in oggetto grazie ai decessi naturali dei beneficiari [4]. Peraltro, i Dicasteri colpiti dal provvedimento perché decurtati della possibile copertura di spese da emergenza a loro favore, sono Giustizia, Solidarietà sociale, Salute, Beni e attività culturali, Università e ricerca, Affari esteri: cifre relativamente basse tolte a ciascuno di essi, ma comunque incidenti sulle rispettive esigenze economiche in un’epoca di forti tagli alla spesa pubblica.L’articolo 3 prevede poi la partecipazione italiana all’ International Task Force on Holocaust, con spesa da iscriversi nello stato di previsione del Ministero della Pubblica Istruzione, il che vuol dire peraltro che quella degli storici che nel gennaio del 2007 hanno strappato a Mastella la cancellazione di ogni riferimento al cosiddetto “negazionismo” [5], è stata una mezza vittoria: la ricerca e l’insegnamento universitari sono per ora salvi, ma intanto le giovanissime generazioni saranno bombardate – come peraltro già spesso accade a partire dalla proposta di Galli della Loggia di introdurre in tutte le scuole italiane la foto-ricordo del bambino del ghetto di Varsavia – dalla “teologia dell’Olocausto” e dai suoi dogmi intoccabili [6], senza garantire – come corretto scientificamente – una contestualizzazione de crimini del nazismo dentro un percorso storico segnato dallo sviluppo tecnologico bellico e dalla conseguente massificazione dei conflitti, che origina almeno dai campi di concentramento della guerra anglo-boera del 1898, e caratterizzato nel corso del secolo XX anche da altri fenomeni genocidiari o riconoscibili come tali, a cominciare dalla tragedia degli armeni nel 1915.L’articolo 4 prevede infine l’istituzione di un Osservatorio non sul fenomeno razzista in generale, ma su quello “dell’antisemitismo nell’Italia contemporanea”, il quale peraltro essendo affidato a “studiosi ed istituti di ricerca specializzati” senza “alcun compenso o indennità di partecipazione”, è a rischio di finanziamenti privati aperti e occulti. Una esagerazione? Se nientemeno che il TPI del Ruanda (o per meglio dire alcuni suoi Uffici, per l’esattezza la Procura) ha ricevuto e può ricevere – obbrobrio nell’obbrobrio di un Tribunale ad hoc - finanziamenti da organismi quali le Fondazioni Soros e Rockfeller, perché mai un Osservatorio nazionale di minore levatura ma – per alcuni – di interesse strategico comunque notevole, non potrebbe ricevere in maniera magari occulta finanziamenti privati per i suoi ricercatori? Semmai malauguratamente questo articolo dovesse essere approvato (malauguratamente perché discriminatorio verso gli altri razzismi. a vantaggio del solo razzismo antiebraico), comunque dovrebbe essere corretto nel senso di prevedere un concorso nazionale e una retribuzione per i suoi ricercatori: pena non solo la violazione delle più elementari norme di diritto del lavoro, ma anche l’istituzionalizzazione-ufficializzazione da parte dello Stato di un organismo “militante” e per questa via, la sua probabile strumentalizzazione di parte.2. La libertà di opinione: un ritorno al passatoMa il Ddl Mastella suscita perplessità non solo per questi aspetti che, contrariamente a quanto asserito nella sua presentazione al Senato, rischiano di essere in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione italiana [7], ma anche perché rappresenta una minaccia per la libertà di opinione di pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione italiana.[8] Infatti esso costituisce una regressione rispetto al quadro normativo già esistente, e – attraverso l’annullamento dell’articolo 13 della legge 24.02.2006 n° 85 - un ritorno alla discussa 205/1993, nota come legge Mancino, il cui articolo 1 Ddl Mastella vuole infatti ripristinare, quasi alla lettera.Facciamo il confronto fra le nuove norme presentate da Mastella Pollastrini Padoa Schioppa e la legge 85/2006 varata dal governo Berlusconi, abrogativa di tutta una serie di reati di opinione cui peraltro proprio la sinistra è stata spesso sensibile [9]: quest’ultima – tuttoggi in vigore, e che tale resterà se non passerà il Ddl Mastella così come oggi redatto – nei fatti, riformando la legge 654 del 13 ottobre 1975 (che costituisce il punto di riferimento normativo sia della legge Mancino, sia della 85/2006, sia del Ddl Mastella) correggeva anche la legge Mancino del 1993 in due punti chiave:1) sostituzione del verbo “diffonde” (“idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico…”) con il verbo “propaganda” e di “incita” con “istiga”. La differenza soprattutto per la prima correzione è evidente: basti pensare ad una casa editrice che pubblichi con o senza commenti o introduzioni di studiosi (come è accaduto realmente) il Mein Kampf di Hitler o i Protocolli dei Savi di Sion, a fini di mera documentazione storica. O di uno studioso che semplicemente riproduca su internet le stesse opere, magari in una vecchia edizione di tono antisemita, pur precisando che i commenti in esse contenuti non sono da lui condivisi, e dunque sono pubblicati solo a fini di documentazione storica. O di un insegnante che legge criticamente in classe alcuni passi del Mein Kampf a fini di documentazione storica: basterà in tutti e tre i casi il semplice atto della pubblicazione on line o cartacea, o della semplice lettura del libro-programma di Adolf Hitler perché si ricada nella fattispecie del reato della “diffusione” di cui sopra. Al contrario, il termine “propaganda” attualmente in vigore è opportunamente riduttivo e limitativo di una casistica altrimenti troppo ampia, e come tale pericolosa.2) riduzione della pena per i rei della “propaganda” di cui sopra, dalla reclusione “fino a quattro anni” della legge Mancino a quella “fino a un anno e sei mesi”, con peraltro la possibilità di sostituzione delle detenzione con una “multa fino a 6000 euro”.Rispetto a queste innovazioni, peraltro interne ad una legge di stampo liberale che ha eliminato dal Codice penale della Repubblica erede del Codice Rocco alcuni articoli di fascistica memoria, e che venne salutata con favore da molti opinionisti e cittadini e dalla maggior parte dei giuristi e penalisti, l’articolo 1 del Ddl Mastella vuole invece tornare al passato, e ripristinare alla lettera il dettato della Legge Mancino [10], con una sola variazione secondaria, omaggio evidente alle mutazioni intercorse nel nostro paese dagli anni Novanta ad oggi in tema di orientamento sessuale: e cioè l’aggiunta, appunto, nella lista delle discriminazioni, di quelle fondate “sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. Ma a parte questa variazione, la regressione è evidente come il lettore potrà verificare da solo nella tabella pubblicata sul sito http://www.claudiomoffa.it/.[1] Il che è stato teorizzato apertamente da esponenti della comunità ebraica italiana: in una vecchia trasmissione di Ferrara della fine degli anni 90, ad esempio, parlando delle aggressioni dei naziskin contro gli immigrati, Fiamma Nirestein disse più o meno che erano sì una manifestazione di razzismo, ma assai meno grave di qualsiasi altra forma di antisemitismo.[2] Ecco il comma 6, art. 3 (sottolineature in corsivo nostre): “6. Con effetto dal 1 gennaio 1996, in luogo della pensione sociale e delle relative maggiorazioni, ai cittadini italiani, residenti in Italia, che abbiano compiuto 65 anni e si trovino nelle condizioni reddituali di cui al presente comma e' corrisposto un assegno di base non reversibile fino ad un ammontare annuo netto da imposta pari, per il 1996, a lire 6.240.000, denominato "assegno sociale". Se il soggetto possiede redditi propri l'assegno e' attribuito in misura ridotta fino a concorrenza dell'importo predetto, se non coniugato, ovvero fino al doppio del predetto importo, se coniugato, ivi computando il reddito del coniuge comprensivo dell'eventuale assegno sociale di cui il medesimo sia titolare. I successivi incrementi del reddito oltre il limite massimo danno luogo alla sospensione dell'assegno sociale. Il reddito e' costituito dall'ammontare dei redditi coniugali, conseguibili nell'anno solare di riferimento.L'assegno e' erogato con carattere di provvisorieta' sulla base della dichiarazione rilasciata dal richiedente ed e' conguagliato, entro il mese di luglio dell'anno successivo, sulla base della dichiarazione dei redditi effettivamente percepiti. Alla formazione del reddito concorrono i redditi, al netto dell'imposizione fiscale e contributiva, di qualsiasi natura, ivi compresi quelli esenti da imposte e quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o ad imposta sostitutiva, nonche' gli assegni alimentari corrisposti a norma del codice civile. Non si computano nel reddito i trattamenti di fine rapporto comunque denominati, le anticipazioni sui trattamenti stessi, le competenze arretrate soggette a tassazione separata, nonche' il proprio assegno e il reddito della casa di abitazione. Agli effetti del conferimento dell'assegno non concorre a formare reddito la pensione liquidata secondo il sistema contributivo ai sensi dell'articolo 1, comma 6, a carico di gestioni ed entiprevidenziali pubblici e privati che gestiscono forme pensionistiche obbligatorie in misura corrispondente ad un terzo della pensione medesima e comunque non oltre un terzo dell'assegno sociale.[3] Titolata: “Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale”.[4] Il che sembrerenne confermato dalla relativamente bassa cifra stanziata: 1.800.000 euro per l’anno 2007, in 5.100.000 euro per l’anno 2008 ed in 4.700.000 euro a decorrere dall’anno 2009.[5] Si tratta dell’appello di Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Enzo Traverso e altri consultabile in diversi siti fra cui http://www.mastermatteimedioriente.it/: “appello contro il disegno di legge Mastella”.[6] Si veda al proposito l’ottimo Luigi Copertino, L’Olocausto fra storia e teologia, Atti del convegno del Master “Enrico Mattei” in Medio Oriente, Teramo 17-19 aprile 2007, a cura di Claudio Moffa, Roma 2007.[7] La presentazione al Senato del Ddl cita la sentenza 341/2001 della Corte di Cassazione sezione I, della quale vedi più avanti nell’articolo, e che così recita: “le norme in tema di repressione delle forme di discriminazione razziale … costituiscono anche applicazione del fondamentale principio di uguaglianza indicato nell’articolo 3 della Costituzione”.[8] Art. 21 - "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure...”.[9] Si veda ad esempio l’art. 12 della legge 85/2006 che ha abrogato fra gli altri gli articoli del Codice penale; 269, “attività antinazionale del cittadino all’estero”; 272 “propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale”; 279, “lesa prerogativa della irresponsabilità del Presidente della Repubblica”; e relative “circostanze aggravanti” (292-bis e 293). Si tratta di vecchie norme risalenti al Codice Rocco: è curioso come l’abrogazione di queste norme sia stata opera, a 50 anni dalla nascita della Repubblica, di un governo di centrodestra, peraltro tacciato talvolta di “fascismo”[10] Curiosità “storica”: sia Mancino che Mastella furono oggetto, all’epoca di Tangentopoli, di critiche da parte della Comunità ebraica, a causa di loro esternazioni circa il vero o presunto ruolo della “lobby” italiana nelle vicende mediatico-giudiziarie che avevano messo e stavano mettendo alla gogna la vecchia DC, il loro partito di afferenza.
Claudio Moffa

Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a venerdì, settembre 28, 2007 0 commenti Link a questo post

giovedì 26 giugno 2008

IL GIORNALE: QUANDO PREVALE IL BUON SENSO




Leggiamo e riproduciamo da Il Giornale di oggi due articoli utili fra l'altro per il convegno del 7 luglio prossimo, al quale sono pervenute ormai numerosissime adesioni.

giovedì 19 giugno 2008

Il Papa a La Sapienza, la conferenza sulle foibe annullata, le vicende Pallavidini e Faurisson, il sequestro di blog, i difensori bersagliati su internet come presunti complici di presunti reati d’opinione: la libertà di opinione e di insegnamento è in pericolo in Italia, anche a causa di alcuni nuovi progetti di legge di cui si parla da tempo?

Se ne parlerà il 7 luglio prossimo nel dibattito promosso dal Comitato 21 e 33 e dall’Istituto Enrico Mattei di Alti Studi in Vicino e Medio Oriente su

Editoria, web, insegnamento

LE OPINIONI IMBAVAGLIATE

I pericoli per la libertà di espressione
e per il diritto di difesa in Italia

Relazioni

avv. Vincenzo Bellucci
Divisione dei poteri e libertà di manifestazione del pensiero

Avv. Giovanni Cipollone
Consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma, rivista Temi romana
Negazionismo storico e libertà di espressione

avv. Giovanna Corrias Lucente
La libertà di opinione in internet

avv. Francesca Romana Fragale
Libertà di opinione e di insegnamento: quando il diritto di difesa è negato

Prof. avv. Claudio Moffa
Il difficile mestiere di intellettuale e di storico fra democrazia incompiuta e rischi totalitari

Prof. Avv. Augusto Sinagra
Il mandato di cattura europeo

Interventi

avv. Paolo Bargiacchi, Andrea Carancini (giornalista), avv. Elvio Fortuna, avv. Mauro Mellini, prof. Tiberio Graziani (direttore Eurasia), Fabrizio Iommi (Fermo), Emanuela Irace (giornalista, consulente ISIAO), prof. Mauro Manno (Master Enrico Mattei), prof. Alberto Marino storico, scuola IRES), amb. Antonio Napolitano, prof. Vincenzo Strika (Università L'Orientale di Napoli), avv. Antonio Franco Todaro,


Coordina

avv. Mauro Vaglio
Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma


7 luglio 2008 ore 15,30

Sala Corsi dell’Ordine degli Avvocati di Roma, via Valadier 42

(programma non definitivo, sono possibili altre adesioni)

lunedì 16 giugno 2008

DI NUOVO BLOCCATA LA NOSTRA POSTA IN USCITA

E' di nuovo bloccata la nostra posta in uscita, per cui non possiamo pubblicizzare adeguatamente gli aggiornamenti del convegno del 7 luglio prossimo su Le opinioni imbavagliate. E' gradito l'aiuto di chi può far circolare in rete locandina e contributi al dibattito.
CM

IL CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - MATERIALE DI DISCUSSIONE - UN ARTICOLO DELL'AVV. GIOVANNI CIPOLLONE, CONSIGLIERE DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI ROMA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il dotto articolo di Giovanni Cipollone, utile contributo al convegno del 7 luglio prossimo


Negazionismo storico e libertà di espressione

Avv. Giovanni Cipollone
Consigliere dell'Ordine degli Avvocati di Roma


Come è noto, recentemente è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri il disegno di legge proposto da Clemente Mastella, Ministro della Giustizia, in materia di discriminazione e reati contro l’umanità. Il provvedimento prescrive che venga penalmente punito fino a quattro anni di reclusione chiunque diffonda idee xenofobe o attinenti la superiorità razziale.

Punto originario di partenza, però, era stata la iniziativa di introdurre nel codice penale un reato specifico contro il negazionismo della “Shoah” e ciò, con particolare riferimento a coloro che negavano l’Olocausto e lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti.

Infatti, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad di recente, nell’auspicare la cancellazione dello Stato d’Israele dalle carte geografiche, aveva provocatoriamente dichiarato che “gli ebrei hanno inventato il mito di essere stati massacrati, ponendo tale mito sopra Dio, le religioni e i profeti”.

Il provvedimento, così come era stato in un primo momento formulato dal ministro Mastella, rischiava di porre un limite alla libertà di opinione, creando la prospettiva di imporre una unica e ufficiale verità storica, paradossalmente come accadeva nei regimi autoritari del secolo scorso che, in base a tale principio, avevano programmato e attuato lo sterminio di intere popolazioni.

A nessuno può sfuggire la necessità che il piano su cui bisognava impegnarsi, avrebbe dovuto essere piuttosto quello etico, educativo e culturale.

Diversamente argomentando, imporre mediante corrispondente normativa una presunta verità, comporterebbe la violazione della libertà di pensiero, subordinando quest’ultima alla volontà delle maggioranze politiche in un dato periodo storico.

Nella sfera dei diritti di libertà individuale, un posto preminente spetta alla libertà di pensiero e di manifestazione dello stesso.

Sono questi due diritti che l’uomo libero rivendica sia nei confronti degli altri, sia verso lo stato che deve evitare di interferire nella autonomia individuale.

E’ anzi lo Stato che ha l’obbligo di garantire tali libertà, evitando ogni ulteriore ingerenza, attraverso il meccanismo giuridico della sanzione.

Va ricordato che al sofista Proeresio il quale aveva rifiutato all’imperatore Giuliano di diventare il suo storiografo al fine di raccontare le sue imprese, come sanzione fu drasticamente vietato di continuare l’insegnamento ai suoi discepoli.

Noi che abbiamo la ventura di sentirci uomini liberi e di poter esprimere ancora le nostre opinioni, aborriamo ogni ingiusta imposizione, eticamente e giuridicamente da riprovare.

Per la cronaca, il disegno di legge del ministro Clemente Mastella definitivamente approvato, consta di sei articoli e, non facendo riferimento al negazionismo della “Shoah”, ha per oggetto “i delitti di istigazione a commettere crimini contro l’umanità e la apologia dei crimini contro l’umanità”, al fine di combattere ogni forma di discriminazione, come ha precisato lo stesso ministro Mastella.

Il provvedimento prevede che venga punito con una pena sino a tre anni chiunque diffonda idee sulla superiorità razziale e una pena da sei mesi a quattro anni per chi commetta o inciti a commettere atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o compiuti a causa del personale orientamento sessuale o dell’identità di genere.

E’ pacifico che la libertà di pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, costituisce uno dei diritti inviolabili dell’uomo.

Il pensiero è infatti attività incoercibile dello spirito, indipendente da esterne imposizioni. Lo schiavo Epitteto, poi emancipato, filosofo stoico vissuto nel II° secolo d.C., riteneva in forza del pensiero, di essere più libero di tanti uomini liberi.

Correlativamente, la libertà di giudizio sugli accadimenti umani non può essere compressa da condizionamenti esterni.

D’altronde, il mero dissenso, sotto il profilo storico o politico su fatti o avvenimenti storici o addirittura il dubitare sulla effettività del loro svolgimento, rientra nella manifestazione di una opinione contraria o di una confutazione.

Non può disconoscersi, partendo “ex adversus” da una posizione opposta, che differente valore giuridico debba per esempio riconnettersi al reato di apologia del fascismo.

La Corte Costituzionale a suo tempo stabilì, in merito all’art. 4 della Legge 20 giugno 1952 n. 645 (la cosiddetta Legge Scelba), che l’apologia non può consistere in una “difesa elogiativa” del partito fascista, bensì in una “esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista” e, cioè, in una "istigazione a commettere un fatto rivolto alla riorganizzazione, a tal fine idoneo e efficiente”. Non è cioè sufficiente un semplice opinamento per integrare la fattispecie delittuosa, bensì è indispensabile una condotta illecita che abbia la valenza di sediziosità, caratterizzata da ribellione e ostilità nei confronti dello Stato e posta in essere per compromettere l’ordine costituzionale o l’ordine pubblico.

Si consideri, in relazione al tema in esame che, in relazione all’art. 272 c.p. (“propaganda e apologia sovversiva o antinazionale”) che prevede la finalità del sovvertimento violento dell’ordinamento statuale o una attività di propaganda per la distruzione della società, la Corte Costituzionale con sentenza n. 87 del 6 luglio 1966 dichiarò illegittimo il II° comma del predetto articolo 272 c.p. laddove veniva punita “la propaganda fatta per distruggere o deprimere il sentimento nazionale”.

La legge, come il pensiero, è espressione di libertà ma entrambi non sempre sono in sintonia con “ethos”.

Giovanni Cipollone

domenica 15 giugno 2008

L'ANSA DIFFONDE LA NOTIZIA DEL RINVIO A GIUDIZIO DI MASSIMO FRANCHI

Pubblichiamo il dispaccio dell'Agenzia ANSA che ha dato notizia del rinvio a giudizio di Massimo Franchi de L'Unità.


SHOAH:SCRISSE CONTRO MASTER CON FAURISSON, RINVIATO GIUDIZIO

(ANSA) - ROMA, 12 GIU - E' STATO RINVIATO A GIUDIZIO DAL GIP DI ROMA CLAUDIO MATTIOLI IL GIORNALISTA DE 'L'UNITA" MASSIMO FRANCHI, DENUNCIATO PER DIFFAMAZIONE PER AVER SCRITTO NEL 2007 ALCUNI ARTICOLI CONTRO L'ORGANIZZAZIONE DI UN MASTER, IDEATO DAL DOCENTE DI STORIA DEL MEDIORIENTE CLAUDIO MOFFA DELL'UNIVERSITA' DI TERAMO, A CUI PARTECIPAVA ANCHE IL PROFESSORE FRANCESE ROBERT FAURISSON, UNO DEI PIU' NOTI REVISIONISTI DELL'OLOCAUSTO. LO RENDE NOTO IL DIFENSORE DEL DOCENTE, FRANCESCA ROMANA FRAGALE. "I TITOLI DEL QUOTIDIANO CHE PRENDEVANO DI MIRA MOFFA - HA SPIEGATO L'AVVOCATO - ERANO 'TERAMO: NEGAZIONISMO IN FACOLTA" E 'MOFFA IL PROVOCATORE CHE ODIA ISRAELE"'. IL DIFENSORE DI MOFFA HA SOTTOLINEATO CHE "IL MASTER PREVEDEVA ANCHE LA PARTECIPAZIONE DEL PRESIDENTE DELL'UNIONE COMUNITA' EBRAICHE ITALIANE (UCEI) E DELL'AMBASCIATORE DI ISRAELE". "SIAMO MOLTO FELICI - HA DETTO FRAGALE IN MERITO AL RINVIO A GIUDIZIO - PERCHE' SI E' RESA GIUSTIZIA ALLE COSE: IL DIRITTO DI CRITICA NON PUO' STRIDERE CON LA LIBERTA' DI PENSIERO SANCITA DALL'ARTICOLO 21 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA".


KXS

12-GIU-08 20:33

RINVIATO A GIUDIZIO MASSIMO FRANCHI DE L'UNITA'. IL PROCESSO INIZIA IL 4 NOVEMBRE PROSSIMO. LE RESPONSABILITA’ DELL’ATENEO DI TERAMO

Il giornalista Massimo Franchi de L'Unità è stato rinviato a giudizio al termine dell'udienza preliminare, per tre articoli pubblicati su l'Unità del 15, 17, 18 maggio 2007 sulla vicenda Faurisson di Teramo. Il GIP Mattioli ha ritenuto sussistenti i capi di imputazione proposti dal pubblico ministero Colaiocco e appoggiati dal difensore della parte lesa prof. Moffa, l'avv. Francesca Romana Fragale.

Si tratta di un buon segnale per una delle pagine più vergognose del giornalismo di cronaca e dell'accademia italiana: Faurisson, ex professore universitario e studioso fra i più noti del cosiddetto Olocausto, condannato in base all'infame legge Fabius-Gayssot e già ridotto in coma da un gruppo di criminali squadristi in Francia per aver sostenuto la sua tesi - e cioè l'inesistenza delle camere a gas nei lager nazisti a fini di sterminio dei prigionieri e degli ebrei in particolare - era stato invitato dal coordinatore del master Enrico Mattei Claudio Moffa a svolgere una conferenza a Teramo, per affrontare lo specifico tema dell'Olocausto in una lezione di 2 ore, su un master di 300 ore complessive. Moffa aveva del resto invitato anche - oltre all'ambasciatore israeliano - diversi esponenti e storici della comunità ebraica, come Pisanty, Pezzetti, Dan Segre, Colombo, Gattegna e prima ancora che il master iniziasse e che si sapesse dell'invito a Faurisson, Michele Sarfatti, che aveva cortesemente rifiutato per altri motivi di partecipare al corso di studi con una sua lezione.
Una iniziativa didattica assolutamente lecita ed anzi utile, che non a caso è stata reiterata con successo e in un clima di assoluta tranquillità il 3 maggio scorso a Roma nell'ambito del nuovo master in edizione romana.

A Teramo invece non fu possibile: sobillati dal preside Pepe che, richiesto di un parere da Moffa fin dal 24 aprile precedente sull'allora ancora non deciso invito a Faurisson, mai rispose e, scavalcando il Consiglio di Facoltà cominciò invece a consegnare comunicati allarmistici alla stampa, alcuni giornali, prima in modo elegante e soft Il Centro di De Benedetti, poi L'Unità in modo violento e decisivo si scatenarono in una campagna diffamatoria pesantissima contro il master e il suo promotore.
Fra l'altro, il Franchi ebbe a scrivere sull'edizione del 18 maggio, che in quello stesso giorno "la comunità ebraica, in gran parte, si sposterà a Teramo". Istigazione a delinquere, dopo il rinvio a giudizio degli aggressori ebrei di Faurisson e Moffa?

In realtà, a Teramo sarebbero venuti in non più di dieci-venti, metà dei quali oggi rinviati a giudizio: ma tanti bastarono per creare un clima di isteria collettiva che paralizzò la stessa Questura, impedendole un normale intervento energico per rintuzzare la violenza liberticida e dare libertà di parola ai sensi dell'articolo 21 della Costituzione al professor Faurisson.
Adesso, comunque, maturano le conseguenze: un processo a Teramo contro gli aggressori, e uno a Roma contro L'Unità, il grande quotidiano del grande PCI fondato da un dei più prestigiosi intellettuali del ventesimo secolo, Antonio Gramsci (anche lui accusato di antisemitismo, da sua cognata) e affondato da Furio Colombo e Antonio Padellaro.

Nel panorama dei responsabili veri della vicenda, un solo soggetto resta assolutamente "intoccabile": l'Ateneo di Teramo, ovvero i suoi vertici, fra cui il Preside Pepe nei cui confronti pende querela presso la Procura del capoluogo abruzzese, e il rettore Mattioli, del quale si mormora di un incontro decisivo con la Questura il giorno prima della chiusura dell'Università, e che decise di chiudere due Facoltà il 17 a sera, pur di tappare la bocca a Faurisson. Interruzione di servizio pubblico?
E' difficile pensare che a Teramo passi questo capo d'accusa: a fronte di tantissime università italiane finite sotto inchiesta per magagne varie, l'Ateneo di Teramo sembra "intoccabile", nonostante lo schiaffo in faccia di Ciampi, quando il Presidente della Repubblica in visita a Teramo rifiutò di venire all'Università: le denunce della stampa locale - in particolare del coraggioso quotidiano La Città di Antonio D'Amore - contro le 'spese magnifiche' del Rettore (una vicenda ripresa anche da Gian Antonio Stella nel suo recente libro in vendita in tutte le edicole italiane); alcune interrogazioni parlamentari sulla eccessiva contiguità di alcuni magistrati locali con l'Ateneo (c'è persino chi insegna nell'Ateneo sottoposto alla circoscrizione territoriale del proprio Tribunale); una denuncia per falso in atto pubblico archiviata come "questione amministrativa e civile" senza neanche un minuto secondo di indagini; lettere con firme false per denigrare qualche dipendente scomodo; una lettera minatoria ricevuta da un docente; denunce di concorsi irregolari e quant'altro possibile e immaginabile, nulla di tutto questo ha scalfito il muro d'acciaio del "non si indaghi" della Procura di Teramo. I vertici dell'Ateneo sono evidentemente più potenti del gruppo di ebrei rinviati a giudizio per "ris
sa".

giovedì 12 giugno 2008

MATERIALE DI DOCUMENTAZIONE PER IL CONVEGNO DEL 7 LUGLIO.

Materiale di documentazione per il convegno del 7 luglio:

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martedì 10 giugno 2008

UNA VERGOGNA PER L'EUROPA DEMOCRATICA

dal blog www.andreacarancini.blogspot.it


martedì 10 giugno 2008

Aggiornamento sul caso Zündel


Ho ricevuto qualche giorno fa una lettera circolare di Ingrid Rimland sulle ultime notizie riguardanti Ernst Zündel, famoso revisionista canadese di origine tedesca, il quale è stato condannato a 5 anni di carcere duro, in Germania, per "negazione" della Shoah.

Zündel è indomito e continua a combattere: ha infatti intrapreso nuove azioni legali, sia per migliorare le proprie condizioni di detenzione, che per chiedere una revisione del suo - ingiusto - processo.

Innanzitutto Zündel ha ingaggiato un nuovo avvocato, una donna (specializzata nei diritti dei carcerati), per reiterare la propria richiesta (finora respinta) di trasferimento in un carcere meno duro (a 62 anni di età, ne avrebbe infatti diritto).

Ha poi presentato appello, tramite l'avvocato Herbert Schaller, contro la decisione del tribunale di non computare, nei 5 anni che gli sono stati comminati nel 2005 in Germania, i due anni già trascorsi da Zündel (dal 2003 al 2005) in una cella d'isolamento in Canada.

Infine, ha presentato, l'8 Maggio scorso, una richiesta di revisione della predetta condanna a 5 anni alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo.

Dalle lettere di Zündel e di Ingrid Rimland emergono poi interessanti (e inquietanti!) notizie sulle condizioni di detenzione del prigioniero e, più in generale, sul sistema carcerario tedesco. Le spese legali sono elevatissime. L'iniquo processo di Mannheim è costato a Zündel 59.829 euro. Addirittura una sentenza lunga una paginetta e mezzo gli è stata fatta pagare 1.200 euro!

L'aspetto più sconcertante comunque è che, secondo quanto riferito da Zündel, i processi penali in Germania, a differenza di quelli civili, dal 1972 non vengono più verbalizzati. Motivo addotto? Per renderli "più efficienti". E questo nel cuore dell'Europa dei "diritti umani"!

Zündel sta poi lottando affinché gli vengano consegnate le lettere - speditegli da tutto il mondo - delle annate 2005, 2006, 2007. Si tratta di circa 1.500 lettere. La ragione del sequestro? Le lettere e le cartoline in questione contengono complimenti per Zündel e questo, secondo le autorità carcerarie, è contrario allo scopo della sua prigionia, finalizzata al suo pentimento.

Per chi volesse comunque scrivere a Zündel ecco il suo indirizzo:

Ernst Zündel
JVA Mannheim
Herzogenriedstr. 111
68169 Mannheim
Al predetto indirizzo si possono anche inviare piccole quantità di denare (solo in contanti, però) per aiutare il prigioniero ad acquistare francobolli, a pagare le telefonate, e a fare acquisti nello spaccio della prigione.
Per eventuali contributi più sostanziosi ci si può rivolgere al seguente indirizzo:
Ingrid Zündel
3152 Parkway, 13-109
Pigeon Forge, TN 37863
USA
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martedì 3 giugno 2008

DEDICATO A STORICI E GIURISTI (MA NON SOLO)

Compte rendu, à titre privé, de la réunion
de l’association Liberté pour l’Histoire du 31 mai 2008

(d’après des notes manuscrites
et l’enregistrement de la séance)

La réunion de Liberté pour l’Histoire (LPH) se tient dans l’amphithéâtre Turgot de la Sorbonne. Le public commence à entrer vers 10h05. Sur l’estrade prennent place le président Pierre Nora, la vice-présidente Françoise Chandernagor et Christian Delporte, le trésorier de l’association. Il y a environ 25 personnes. Nora demande à l’assistance clairsemée de se regrouper vers l’estrade.

Nora prend la parole « après le quart d’heure académique ». Il dit que la réunion aura pour but de « faire l’état des choses sur le plan des lois dites mémorielles à l’Assemblée » et de parler de la « décision-cadre de Bruxelles d’avril 2007 », qui conduit l’association à des actions sur une plus vaste échelle.

Nora déclare avoir été reçu par Bernard Accoyer, président de l’Assemblée nationale. Ce dernier, « convaincu de la justesse de notre cause et de son intérêt », a nommé, au sujet des lois mémorielles, une « petite mission d’information » de 25 députés de toutes tendances politiques, chargée de rédiger un rapport que le président de l’Assemblée nationale remettra lui-même au président de la République en septembre prochain. Dans ce cadre, un certain nombre de personnalités ont été et seront auditionnées, comme Marc Ferro, Alain Finkielkraut ou Denis Tillinac.

Nora note que certains « députés n’y comprennent rien, visiblement ». Il a évoqué devant eux les effets négatifs de la loi Gayssot qui a entraîné les autres lois mémorielles. Un député lui a répondu que ces lois n’interdisaient rien. Un autre lui a dit que Pétré-Grenouilleau avait finalement bénéficié de ces lois, en terme de réputation. Selon lui, on s’orientait à l’Assemblée nationale vers le vote de résolutions « pour remplacer ces lois mémorielles », mais il apparaît que cela a été écarté, car c’est « inscrit dans les projets constitutionnels ».

Nora dit que LPH est allée rencontrer « pas mal de politiques », auprès de la présidence de la République, du cabinet de Rachida Dati, etc., pour faire du « lobbying ». Cela a eu « un effet », mais la « décision-cadre » (NDA : Nora ne précise pas de quoi il s’agit exactement) a été votée (« elle est maintenant sur le site de LPH ») et a « alarmé » les « partenaires », des historiens américains et européens. Des contacts ont été pris avec des historiens de Rome, d’Angleterre (un professeur de Cambridge), d’Allemagne, d’Égypte, notamment.

Nora propose qu’à l’occasion des « Rendez-vous de Blois », Jean-Noël Jeanneney, qui en est l’organisateur (il est au conseil d’administration de LPH), a eu l’initiative de ménager à LPH une matinée le 11 octobre prochain. Il s’agira d’une « table ronde internationale », en présence d’historiens français et étrangers, qui aura pour objectif de lancer un « appel international » (qui pourrait s’intituler « appel de Blois »).

Nora se demande comment coordonner une action européenne (faut-il une association unique ou non ?). Il ajoute qu’il faudra faire de la publicité pour cette réunion de Blois « auprès des journalistes en particulier ». Il existe une possibilité de faire une déclaration dans un livre, où « nous reprendrions certains des textes que nous avons publiés », quitte à en récrire certains.

Nora passe la parole à Delporte, qui fait un compte rendu financier « en deux minutes ». Le compte bancaire de l’association est à la BRED, sur un compte qui affiche un solde positif de 7634, 58 euros. Il n’y a pas de quitus à voter ce jour puisqu’il ne s’agit pas d’une véritable assemblée générale.

Françoise Chandernagor prend la parole. Elle commence par parler de Pétré-Grenouilleau, « notre ami », se réjouissant que l’association qui l’a poursuivi vienne d’être condamnée par le Tribunal d’instance de Paris pour plainte abusive. Elle espère que cela va faire réfléchir.

Elle poursuit en parlant du « problème de la réforme constitutionnelle ». Si le Parlement vote des lois mémorielles en France, c’est parce qu’il ne peut pas voter de simples textes déclaratifs, dit-elle. « Avant-hier soir », il y a eu le rejet « d’un amendement » par l’Assemblée nationale (NDA : elle ne précise pas lequel ; d’ailleurs, tout ce qu’elle dira sera confus). Elle dit que le problème des lois mémorielles a été expressément posé, mais elle trouve que l’argument des adversaires de LPH est « assez fondé » : à partir du moment où il y a des lois défendant la mémoire de certaines communautés, on s’engage en effet dans la voie de la législation pour les autres. La question des lois mémorielles a finalement été évacuée du projet de réforme.

Elle évoque (NDA : passage embrouillé ; elle parle comme si elle avait un train à prendre) la « décision-cadre européenne », qui pénalise aussi la « banalisation, terme flou », et rendrait automatiques les sanctions pénales dès lors qu’un « Parlement quelconque » aurait décrété l’existence de tel ou tel crime contre l’humanité. Malgré des tentatives, il n’a pas été possible d’y apporter des amendements. Mais elle a trouvé dans cette décision-cadre, un passage (« paragraphe 2 de l’article 1 ») qui prévoit aussi que les États-membres peuvent, par une déclaration, limiter ce texte (NDA : à nouveau, le discours est peu clair pour les non juristes), mais cela jouerait seulement pour les historiens « de l’avenir », une bonne chose d’après elle. Selon elle, c’est un « garde-fou » qui « limite la casse ». Elle espère qu’ils ne changeront pas d’avis. Elle dit que pour l’instant la déclaration française est faite, et en attente. L’intérêt serait dans le futur de ne pas être incité par l’Europe à légiférer sur les crimes contre l’humanité. Il faudrait aller en discuter à Bruxelles, mais c’est « trop lourd » pour l’association.

Pour étendre l’action de LPH, elle ajoute qu’il faudrait faire adhérer des historiens étrangers, mais cela n’aurait pas l’allure d’une association internationale. Chandernagor dit qu’il faut étendre « nos activités au niveau européen ». Les historiens belges se sentent très concernés, précise-t-elle.

En se prévalant de l’autorité de Saint-Simon, elle dit qu’il s’agit pour l’association de « cheminer par souterrains ». En effet, « nous ne pesons rien face aux Arméniens ». L’inconvénient de cette méthode, c’est que LPH reste « dans l’ombre » en agissant ainsi. Elle dit : « Je ne souhaite pas publier sur le net, car c’est à double tranchant et je crains que nous ne fassions pas le poids ». Elle donne pour exemple le « lobby arménien », qui a « quasiment assiégé le Sénat ». Elle dit qu’elle ne peut pas assumer les « menaces de mort ». Elle reconnaît qu’elle a ses « réseaux au Conseil d’État » et qu’elle peut agir de cette façon.

Nora reprend la parole. Il dit que certains historiens qui avaient hésité à adhérer à l’association « à cause de la loi Gayssot » ont finalement accepté de venir. Il cite Henry Rousso, présent dans l’assistance, « qui nous a rejoint et j’en suis heureux », ouvrant ainsi la partie questions-réponses de la réunion. Nora demande à Rousso s’il sent une « évolution » de l’association sur la loi Gayssot.

Rousso prend la parole et dit « qu’il y a des priorités ». Sa réserve tenait dans l’opportunité de supprimer ces lois. La suppression de la loi Gayssot aurait des conséquences politiques « et de toute façon, c’est impossible politiquement ». Il désire que l’association ne soit plus simplement un organe « de défense » mais devienne une association promouvant « la réflexion », par exemple sur le négationnisme.

Vers 11h, une jeune femme, qui se présente - ainsi que le lui demande Nora -, comme « attachée de presse et non historienne », demande la parole et lit une question portant sur la loi Gayssot (NDA : retranscription intégrale d’après l’enregistrement) :« Puis-je, s’il vous plaît, vous lire ma question écrite ?

Je me suis inscrite à l’Association Liberté pour l’Histoire au mois d’octobre 2007.

Il me semblait que cette association s’élevait contre toutes les lois mémorielles, à commencer par la première d’entre elles, c’est-à-dire la loi dite Gayssot du 13 juillet 1990.

Cette loi est en effet la matrice et le modèle de toutes les lois mémorielles qui ont suivi.

Elle permet, comme vous le savez, de condamner à un an de prison et à 45 000 euros d’amende toute personne qui conteste ce que notamment le Tribunal militaire de Nuremberg a conclu en 1946 sur les “crimes contre l’humanité”.

Or beaucoup de gens se sont émus qu’en 1990 des hommes politiques aient décrété non critiquable ce qu’un tel tribunal militaire a décidé, il y a aujourd’hui plus de soixante ans, sur un point d’histoire.

Aujourd’hui, certains trouvent même choquant qu’on puisse toujours et encore entraver et réprimer l'expression non seulement de nos magistrats actuels, astreints à faire application de cette loi, mais aussi des experts, des historiens et du public.

Quand je me suis inscrite, tout me donnait à penser que le président et la vice-présidente de notre association étaient pour l’abrogation de la loi Gayssot, comme ils le sont pour toutes les autres lois mémorielles.

Or, en lisant le compte rendu de l’assemblée du 6 octobre 2007, j’ai eu la surprise de constater que tous deux, loin de condamner cette loi, en prenaient la défense !

En effet, voici ce que je lis dans le compte rendu de M. Grégoire Kauffmann :

Monsieur Pierre Nora, président : L’opinion a évolué ; elle a compris qu’il était impossible de revenir sur la loi Gayssot. Sur cette question, gardons-nous d’adopter une attitude défensive ; nous devons être offensifs sur le plan intellectuel. Liberté pour l’histoire doit devenir un laboratoire de réflexion. Il importe de convaincre individuellement les historiens gênés par la loi Gayssot.

Madame Françoise Chandernagor, vice-présidente : Elle revient sur la question de la loi Gayssot, impossible à abroger car elle s’inscrit aujourd’hui pleinement dans la législation européenne, d’où la nécessité de sortir le débat sur les lois mémorielles du cadre franco-français.

Depuis le 6 octobre 2007, une série de personnes ont été condamnées ou bien sont en cours de jugement sur le fondement de la loi Gayssot. Par exemple le tribunal correctionnel de Saverne vient récemment de requérir une peine d’un an de prison ferme contre un dénommé Vincent Reynouard. Or notre association n’a pas élevé la moindre protestation contre cette condamnation.

Puis-je donc savoir quelle est exactement aujourd’hui la position de notre Association sur la loi Gayssot ?

En clair : ÊTES-VOUS POUR OU CONTRE SON ABROGATION ?»

Chandernagor lui répond que la loi Gayssot est «différente des autres lois mémorielles ». Elle s’est appuyée « au moins » sur un « jugement international », « même si vous, vous pouvez juger qu’il est mal fait », ce qui est mieux que sur une décision d’un Parlement national. D’autre part, le jugement de ce tribunal était « contemporain des faits », donc sans les anachronismes propres aux autres lois mémorielles actuelles. C’est, selon elle, « très différent de l’action d’un Parlement, soumis à un moment donné à des considérations électoralistes ». « Il est vrai que nous avons poussé à mettre en cause la loi Gayssot », dit-elle, « même Élisabeth Badinter », car cette loi a ouvert la porte aux autres lois et aux « revendications communautaristes », dit-elle, ajoutant : « Il aurait mieux valu que cette loi ne soit pas votée. (…) Contre l’antisémitisme, il y a d’autres lois. On pouvait en faire l’économie. Mais maintenant qu’on l’a, on peut vivre avec, car elle est d’une nature complètement différente de ce qui se passe depuis ».

Nora prolonge la réponse de Chandernagor. « Notre attitude (…) n’était pas le contenu de cette loi, mais le principe même. » Il fallait l’inclure sinon l’association aurait été critiquée, car « nous aurions fait une exception ». Il précise que « la loi n’a jamais servi à condamner des historiens », mais seulement de « prétendus historiens ». « Il y a un effet pervers, inévitable ». Il convient que c’est « ambigu ». Il dit : « Nous sommes parfaitement conscients que le Parlement ne la remettra pas en cause (…). Nous voulons juste qu’il limite les futures autres lois » de ce type. « Nous avons poussé un cri d’alarme », dit-il. Il insiste : « Aucune de ces lois ne sera abrogée. » Il dit que l’un des « soucis que nous avons à LPH, c’est que ce ne soit pas l’instrument dans lequel les lepeniens de toute nature s’engouffrent ».

Chandernagor ajoute que la loi Gayssot a été « beaucoup mieux préparée juridiquement » que les autres et présente beaucoup moins de risques pour les historiens (NDA : Chandernagor n’est pas elle-même historienne). D’ailleurs, pour la loi Taubira, la catégorie des descendants d’esclaves est reproductible à l’infini, alors que les résistants sont connus et ont leur « carte ». La loi Gayssot est « mieux faite » que les autres lois, « sans commune mesure ». Mais maintenant les Vendéens veulent aussi leur loi et certains groupes veulent faire des lois qui condamnent les Croisades.

Jean-Jacques Becker dit que l’association a été lancée « essentiellement » pour soutenir Pétré-Grenouilleau. « Maintenant cette affaire est réglée ». À partir de son cas, on s’en est pris aux autres lois mémorielles. « L’objectif n’était pas le détail de ces lois, mais le principe ». Mais « nous ne nous sommes jamais fait d’illusion sur le fait que nous puissions obtenir l’abrogation de ces lois (…) Nous voulions juste dire : ça suffit ! ». L’association doit maintenant permettre « aux historiens de travailler dans leur métier ». LPH doit donc devenir « un organisme de réflexion ». Il évoque la question des archives (NDA : il ne donne pas de détail sur ce point), sur laquelle embraye Nora, qui évoque aussi le problème des heures d’histoire à l’école.

Jean-Pierre Azéma dit que l’association a « des moyens » si elle s’en donne la peine (AFP, presse, etc.). Il dit : « Nous n’avons jamais demandé l’abrogation des lois mémorielles (NDA : il a pourtant signé la pétition des 19 historiens qui demandent l’abrogation de ces lois, y compris la loi Gayssot), mais seulement une « relecture ». « Mais nos adversaires ont utilisé une phrase malencontreuse de René Rémond », l’ancien président, qui a « écrit un jour » que « nous demandions l’abrogation », ce qui est « faux ». « Nous ne sommes pas des abrogationnistes ! Nous sommes des toiletteurs ! », insiste-t-il.

Jean-Pierre Le Goff, sociologue, déclare qu’il « serait pour son abrogation » (de la loi Gayssot) mais regrette que « nous ayons affaire à un rouleau-compresseur de la bien-pensance, notamment en histoire. » Il est d’accord pour « aller à l’essentiel » (NDA : qu’il ne précise pas) par la méthode de Chandernagor : le souterrain. Il s’inquiète des idées qui s’imprègnent dans la société, en particulier les « nouvelles générations », notamment par le biais des films et de la bande dessinée. « Les querelles sur la loi Gayssot sont importantes (…) mais il faut aller à l’essentiel : les lois mémorielles. » Il dit aussi qu’il faut répliquer par voie de presse, car il y de nombreux « journalistes militants ».

Nora précise que « le combat que mène LPH se détache d’un contexte général, qui le porte et le contrecarre à la fois ». Il s’agit surtout de maintenir « l’esprit critique et la distance historienne », mais le « climat général met fatalement les historiens en pointe dans un combat qui les dépasse de beaucoup ». Il revient sur la question des archives, qu’on ne peut réduire au patrimoine.

Venstein (NDA : Gilles Venstein ?) évoque longuement l’internationalisation de l’action de l’association, et les problèmes que cela peut poser : ne pas dissoudre le débat proprement national.

Dominique Barthélémy se déclare solidaire des propos entendus. « Notre mode d’action très pragmatique est le bon ». Il dit avoir bien compris que « nous ne demandons pas l’abrogation de la loi Gayssot ». Il demande des précisions sur les groupes qui veulent légiférer sur les Croisades. Nora lui répond qu’il va se renseigner (il dit que ces groupes « joueraient bien » car nous sommes là au cœur du « péché originel » de la France) et ajoute sur la loi Gayssot : « Nous demandons son abrogation sans y croire ! Sans la souhaiter ! » (NDA : ceci a été noté, mais on ne l’entend pas clairement sur la bande).

Une dame, professeur dans le secondaire, évoque la question de la Turquie en demandant si un vote du Parlement européen pourrait obliger la France à propos de la question arménienne, à quoi Chandernagor répond que non, car ledit parlement n’a pas de pouvoir législatif et ne peut prendre que des résolutions.

Une dame, retraitée et faisant du soutien scolaire en banlieue « où il y a quand même beaucoup d’immigrés », pense qu’il n’y a pas « suffisamment d’interventions sur le plan public » de l’association. Elle est choquée que certains prétendent qu’on ne parle pas de la traite négrière. Elle est scandalisée par un livre intitulé La Traite voilée (Gallimard), sur la traite arabe, qu’elle a acheté à l’Institut du monde arabe. Est alors évoqué le « vrai problème » de la collection « Continent noir » chez Gallimard. Nora se sent concerné par cette question, puisqu’il est chez Gallimard. Il dit que M. Gallimard lui-même est « conscient » de ce problème. Nora dit que réserver une collection aux auteurs noirs revient à faire de la discrimination et à les ghettoïser.

Une professeur d’histoire en lycée demande des précisions sur la décision-cadre, sur laquelle on ne sait pas grand-chose, et demande ce que veut dire « banalisation ». Chandernagor lui répond qu’elle ne sait pas et semble critiquer l’emploi de ce terme.

Nora parle d’un récent article de protestation paru dans Le Monde, qui s’en prend avec véhémence à la réduction des heures d’histoire dans le primaire. Il se demande s’il doit agir en son nom ou au nom de l’association pour se solidariser avec l’auteur de cet article. Chandernagor lui dit qu’il peut très bien prendre ce genre de position. On apprend à cette occasion que « 700 personnes ont signé » pour LPH.

Henry Rousso dit qu’il sent, au sein de LPH, une « hésitation entre une action précise » au niveau du Parlement et la réflexion. La « question du négationnisme » lui paraît « essentielle » et il faut « prendre position » dessus. Il dit que « l’opinion est versatile » et trouve que LPH a su trouver un public, ce qui est « assez étonnant ». Il évoque un « besoin de vérité et de non bien-pensance dans l’opinion ». Il déclare à ce propos : « Il y a un dedans et un dehors dans notre métier » sur ce sujet, sans préciser ce qu’il veut dire. S’ensuit une discussion confuse sur l’objectif de l’association : faut-il parler des heures d’histoire en classe ?

Nora clôt la réunion à midi passé.


Répression exercée sur le fondement de la loi Gayssot (novembre 2007-mai 2008) : huit cas en sept mois

1) 8 novembre 2007 : Vincent Reynouard, 39 ans, père de sept enfants, enseignant de mathématiques exclu de l’enseignement pour cause de révisionnisme, est condamné par le tribunal de Saverne pour la publication d’une brochure sur « l’Holocauste » à un an de prison ferme, 10 000 euros d’amende, 3 000 euros de dommages-intérêts au bénéfice de la LICRA et 300 euros de frais judiciaires. Audience d’appel prévue à Colmar.

2) 8 janvier 2008 : Georges Theil, 67 ans, retraité, avait été condamné par le tribunal de Lyon (3 janvier 2006) en particulier à six mois de prison ferme pour des propos tenus en octobre 2004 notamment sur l’impossibilité du fonctionnement des « chambres à gaz nazies », propos enregistrés et télédiffusés par une chaîne régionale. Le 8 janvier 2008, le juge d’application des peines (JAP) de Grenoble, sa ville de résidence, décide que G. Theil n’aura pas le droit au port du bracelet électronique, mais devra être effectivement détenu en prison pendant six mois ; les raisons invoquées par le JAP sont que G. Theil ne présente, à l’évidence, aucun signe de repentir et que, chez lui, le risque de récidive est important. Décision d’appel prévue pour le 27 juin 2008.

3) 15 janvier 2008 : Robert Faurisson, 78 ans, retraité, se voit notifier que la cour de cassation, laquelle n’a pas à justifier sa décision, a déclaré « non admis » son pourvoi contre un arrêt en date du 4 juillet 2007 le condamnant, pour avoir accordé une interview à une radio iranienne, à trois mois d’emprisonnement avec sursis, 7 500 euros d’amende, 10 500 euros de dommages-intérêts et divers frais judiciaires.

4) 24 janvier 2008 : le même Robert Faurisson, à la veille de ses 79 ans, est poursuivi, sur commission rogatoire du procureur de Paris, pour sa participation à la conférence de Téhéran sur « l’Holocauste » (11-12 décembre 2006) ; il subit au commissariat de police de Vichy garde à vue et fouille à corps avec remise de ses lunettes, de sa ceinture, de son portefeuille, de son porte-monnaie et de divers livres et papiers ; quatre officiers de police judiciaire, dont trois venus de Paris, procèdent à la perquisition de son domicile en présence de son épouse, gravement malade.

5) 8 février 2008 : affaire de l’hebdomadaire Rivarol. A la suite de la publication d’une interview de Jean-Marie Le Pen, qui a déclaré : « En France du moins, l’occupation allemande n’a pas été particulièrement inhumaine », le tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) condamne, sur le fondement de la loi Gayssot et de la loi réprimant l’apologie de crime, la directrice de l’hebdomadaire à 5 000 euros d’amende, J.-M. Le Pen à 10 000 euros d’amende et trois mois de prison avec sursis, et l’auteur de l’interview à 2 000 euros d’amende. Les trois condamnés devront verser solidairement 10 500 euros de dommages-intérêts et insérer à leurs frais la publication du jugement dans les journaux Le Monde, Le Figaro, Libération ainsi que dans Rivarol. Audience d’appel fixée au 29 octobre 2008.

6) 28 février 2008 : Bruno Gollnisch, 58 ans, professeur à l’Université Lyon III, est condamné par la cour d’appel de Lyon pour avoir déclaré, selon la cour, que, sur le sujet des chambres à gaz, les historiens doivent pouvoir discuter librement. Le jugement du 18 janvier 2007 est confirmé : trois mois de prison avec sursis, une amende de 5 000 euros et environ 30 000 euros de dommages-intérêts, de frais de procédure et de publications judiciaires ; son université l’a privé pour cinq ans du droit d’enseigner et a réduit son traitement de la moitié.

7) 18 mars 2008 : Eric Delcroix, 63 ans, avocat à la retraite, se voit refuser l’honorariat parce que, dans le passé, il a été condamné sur le fondement de la loi Gayssot.

8) Mai 2008 : J.-M. Le Pen , 79 ans, encourt de nouvelles poursuites en raison d’un entretien publié dans le mensuel Bretons. Pour la quatrième fois depuis 1987, il y parle des « chambres à gaz » comme d’ « un détail de l’histoire ».

NB (sans rapport direct avec la loi Gayssot) : le 11 novembre 2006, Robert Badinter s’était vanté, sur la chaîne ARTE, d’avoir, en 1981, « fait condamner Faurisson pour être un faussaire de l’histoire ». L’intéressé a porté plainte pour diffamation. Le 21 mai 2007, le tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) a conclu que R. Badinter avait « échoué en son offre de preuve » et qu’il avait diffamé R. Faurisson mais … de bonne foi. Débouté et condamné à verser 5 000 euros, R. Faurisson n’a pas interjeté appel.

pcc Robert Faurisson, le 31 mai 2008