domenica 29 giugno 2008
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - ADERISCE L'AVVOCATO ELISABETTA RAMPELLI
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 8
Come noto il disegno di legge suscitò molte critiche e una forte reazione nel mondo della rete: a ragione, per il tentativo evidente di chi lo proponeva di mettere il bavaglio alla libera espressione dei siti autogestiti, e di tassarli.
Attenzione però a non azzerare completamente il problema. Se certi poteri forti che già controllano trasversalmente l'editoria a stampa o radiotelevisiva temono la libertà della rete, nello stesso tempo questa usano attivando a loro volta siti a sfondo minatorio e zeppi di ingiurie e diffamazioni contro il "nemico", quasi sempre espresse in modo anonimo.
Un metodo inaccettabile: ma allora il problema è semplicemente quello della trasparenza, le leggi per punire questo tipo di reati già esistono.
per il testo del disegno di legge:
http://enzoazzolini.it/files/doc/leggi_decreti/DDL_editoria_030807.pdf
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 7

Multati
i Griffin
Considerati troppo volgari e irriverenti
a cura di Nunzia Posillipo
24 novembre 2006
L'emittente Mediaset Italia uno è stata multata: i Griffin sono troppo volgari.
Creati dal disegnatore americano Seth MacFarlene nel
Chris è il secondo figlio, è quasi la fotocopia del padre, non solo per la stazza ma anche per il quoziente intellettivo. Infine c'è Stewie, bambino di circa un anno, dotato di un intelligenza fuori dal comune.
Stewie soffre di manie di persecuzione ed immagina molto spesso di trovarsi al centro di conflitti internazionali. Gioco preferito: costruire armi sofisticate e macchine per viaggiare nel tempo.
Il piccolo di famiglia odia sua madre, la dolce Lois, che insulta a sua insaputa ogni volta che lei lo accudisce. In questo bel quadretto familiare non poteva mancare una cane: Brian. Di animalesco Brian ha solo l'aspetto, in realtà è molto più intelligente del suo padrone.
I Griffin nel mondo
In Italia da tempo vengono trasmessi dopo la mezzanotte, perché non “politicamente corretti”, in altri paesi le misure prese sono state ancora più drastiche. Per via di alcuni temi trattati in modo irriverente, come la religione, il terrorismo, la pedofilia, il sesso, stai come Israele, India, Indonesia, Malayasa, Taiwan, Cina, Albania, Polonia, e Corea del Nord hanno vietato la messa in onda. Altri Paesi si sono limitati alla censura, soprattutto per la terza serie.
Voi cosa ne pensate? È giusta una tale sanzione?
riprodotto da
www.giovani.it/cinematv/televisione/griffin_multati.php - 28k -
venerdì 27 giugno 2008
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 6 (reprint)
GIURIDICO E CULTURALE
intervista
RENATO BORZONE
Segretario dell'Unione Camere Penali Italiane
D’AMBROSIO: Avvocato Borzone, lei ha maturato una conclamata esperienza di avvocatura nel campo del diritto penale, come considererebbe l’iter giuridico sinora compiuto in Italia in relazione ai diritti della libertà di stampa ed espressione, contenuti nell’art 21 della nostra Costituzione?
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 5 (reprint)
"....abbiamo bisogno di poterci fidare di ciò che gli storici ci dicono, e condizione necessaria per questa fiducia è la libertà di ricerca e di opinione. Una legge che proibisce le opinioni è in contraddizione con i principi della razionalità di cui l'Occidente è giustamente fiero...".
Un argomento poco usato nelle recenti discussioni sulla proposta direndere penalmente perseguibile la negazione del genocidio ebraico èquello che riguarda la razionalità dei nostri giudizi storici.La stragrande maggioranza degli abitanti dei paesi occidentali (e nonsolo) è convinta che il genocidio ebraico da parte nei nazisti sia unfatto accertato dagli storici con lo stesso grado di affidabilità esicurezza di qualsiasi altro fatto storico importante. Detto in parole piùsemplici, chiunque di noi non sia uno storico crede che il genocidioebraico sia un fatto storico per gli stessi motivi per i quali crede chesiano fatti storici la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Francese o leinvasioni barbariche: perché trova questi fatti descritti nei libri distoria, e sa che su di essi c'è unanimità nella comunità degli storici.Ora, possiamo porci la semplice domanda se questa fiducia sia razionale,cioè fondata su argomenti seri. Facciamo bene a fidarci della comunitàdegli storici? Non intendo iniziare qui una discussione epistemologica suifondamenti del sapere. E' però possibile, facendo riferimento al buonsenso comune, enunciare almeno una condizione sufficiente: perché lafiducia in una comunità professionale di esperti sia razionale, ènecessario essere ragionevolmente certi che tale comunità sia libera nellesue ricerche, nelle sue discussioni, nella pubblicizzazione dei suoirisultati. La libertà di un dibattito è condizione necessaria per la suarazionalità. Possiamo avere ragionevolmente fiducia nelle conclusionidegli storici soltanto perché e finché sappiamo che essi sono liberi disostenere le tesi che giudicano corrette, qualsiasi esse siano. Nelmomento in cui tale libertà viene meno, nel momento in cui l'esitopubblico del dibattito è imposto per legge, non possiamo più avere fiducianella razionalità dei suoi esiti.Cerchiamo di essere più chiari: chi scrive non può dire di conoscere laletteratura negazionista. Ho sfogliato superficialmente qualche testo, eho avuto discussioni verbali con sostenitori delle tesi negazioniste. Daqueste conoscenze assolutamente superficiali ho ricavato l'impressione chei negazionisti siano preparati, e che i loro testi, le documentazioni cheportano e le argomentazioni che producono abbiano almeno l'apparenza dicose serie. Del resto è logico che sia così: sostenendo una tesiassolutamente impopolare, devono cercare di renderla il più seria edocumentata possibile. Ora, la persona comune che non sia uno storico diprofessione, e che sia però convinto della falsità delle tesi deinegazionisti, è in grado, con argomenti razionali e circostanziati, diconfutare i loro argomenti e di distruggere l'attendibilità dei documentisu cui si basano? Penso che non ci siano dubbi sul fatto che la risposta èno, almeno per la stragrande maggioranza delle persone. E' del tuttonaturale che sia così: noi tutti abbiamo troppe cose da fare per mettercia studiare testi e documenti e farci coinvolgere in una discussione lungae minuziosa. La stragrande maggioranza delle persone, se si trovasse adiscutere con un negazionista, direbbe semplicemente "credo al fattostorico del genocidio ebraico perché così dicono gli storici. I vostridocumenti e i vostri argomenti andate a sottoporli alla comunità deglistorici. Vi prenderò in considerazione solo se riuscirete a convincerneuna parte significativa". E' razionale questa risposta, che è la rispostadel senso comune? In linea di principio, certamente sì, a meno che il negazionista non risponda "non posso portare i miei documenti e i miei argomenti all'attenzione degli storici perché la legge me lo proibisce. Del resto, se anche ci riuscissi, gli storici non mi darebbero mai ragioneperché è proibito per legge". Se il negazionista risponde in questo modo,i nostri argomenti crollano e la nostra fiducia, la fiducia del sensocomune, nelle elaborazioni della comunità degli storici appare del tuttoirrazionale. In conclusione: abbiamo bisogno di poterci fidare di ciò che gli storici ci dicono, e condizione necessaria per questa fiducia è la libertà di ricerca e di opinione. Una legge che proibisce le opinioni è in contraddizione con i principi della razionalità di cui l'Occidente è giustamente fiero.
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - DOCUMENTI 4 (reprint)
LA VERITE’ HISTORIQUE C’EST MOI
A QUANDO LA RIVOLUZIONE BORGHESE?
intervista
JEAN BRICMONT
Professore di Fisica Teorica alla Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, Jean Bricmont è anche scrittore. E’ un acceso difensore della libertà d’espressione, quali che siano le idee difese, fino a che non cadono nell’insulto o nella diffamazione. Egli ritorna sulla censura come mezzo di oppressione dei deboli e di potere per i potenti, come nel caso del dibattito sulle caricature di Maometto e cita il caso Chomsky, la legge Gayssot e il pericolo che questa rappresenta per la libertà di espressione.
LA CENSURA E’ L'ARMA DEI FORTI
“La censura è sempre l’arma dei forti contro i deboli. E’ abbastanza tragico constatare che tanta gente “di sinistra” pensa, non di meno, di poterla utilizzare.”
Silvia Cattori: lei ha consacrato diversi testi molto pertinenti alla libertà di espressione [2] Si prende cura di distinguere diritto e morale. Nota che la censura è sempre esercitata da coloro che hanno il potere – e che godono della libertà di espressione – contro coloro che non ce l’hanno. Domandandosi in nome di quali principi le persone che possono esprimersi potrebbero avere il diritto d’impedire di farlo ad altri, lei è condotto a constatare che ogni censura presenta grandi pericoli e non può alla fine essere giustificata. Può riassumere qui i principali argomenti della sua riflessione?
IL TOTALITARISMO LAICISTA E LA GOGNA PER CRISTIANI E MUSULMANI
Evidentemente, penso che se alcune persone hanno una mentalità particolarmente arretrata da questo punto di vista, come Charlie Hebdo, per esempio [5], devono essere liberi di esprimersi. Ma, come se avessero il sostegno di tutta la classe politica ed intellettuale, non c’è mai stato il minimo dubbio che le azione promosse contro di loro non arriveranno allo scopo, il che fa sì che le grida emesse in quest’occasione “per difendere la libertà d’espressione“ fossero perfettamente ipocrite. Allorché ci sono persone in Francia che si fanno tacere, che si perseguono o che si emarginano (principalmente grazie all’accusa di antisemitismo, e non penso solo ai negazionisti, ma a gente come Edgar Morin o Pascal Boniface) , in quel caso si sentono molto meno i “difensori della libertà d’espressione “ che si sono mobilitati per Charlie Hebdo [6].
CHOMSKY E THION DAL VIETNAM A FAURISSON
Silvia Cattori: nel quadro della sua riflessione sui principi ed i limiti della libertà d’espressione, si è interessato ad una controversia che ha opposto, alla fine degli anni settanta, il suo amico Noam Chomsky a Pierre Vidal-Naquet. Su cosa si incentrava la controversia, e quali punti di principio riguardanti la libertà di espressione contribuì a chiarire?Jean Bricmont: non sono sicuro si possa parlare di “controversia“, perché questo suppone posizioni ben definite e io non so bene quali posizioni avesse Vidal-Naquet. Allorché Faurisson, che era professore di letteratura a Lione, ha reso pubbliche le sue vedute sulle camere a gas (sostiene che non sono mai esistite) , è stato rapidamente sospeso dall’insegnamento e perseguitato in modi diversi. Circolava allora una petizione, che chiamava a difendere i suoi diritti, siglata da 500 persone, di cui Chomsky. Questa petizione era neutra per quanto concerneva la validità delle affermazioni di Faurisson; quello che Vidal-Naquet aveva giudicato “scandaloso“ e ciò che aveva portato Chomsky ad un lungo scambio epistolare con Vidal-Naquet era altro. Ma evidentemente, come fa notare Chomsky, allorché si difende la libertà d’espressione di qualcuno, si lascia da parte il contenuto dei testi incriminati. Difendere un’espressione d’opinione non equivale a giudicarla. Discutere del substrato renderebbe d’altro canto impossibile una tale difesa, e non sarebbe che mancanza di tempo per esaminarli, magari perché sono scritti in russo o in cinese. Chomsky ha, d’altro canto, firmato numerose petizioni per dissidenti nei paesi dell’est, sia ignorando i loro punti di vista, sia conoscendoli bene ed essendo in totale disaccordo con essi, ma senza mai, di certo, esprimere la minima opinione a riguardo. In quel caso questo non gli è mai stato rimproverato, almeno in occidente.Chomsky ha in seguito dato ad uno dei suoi amici dell’epoca Serge Thion – che conosceva a causa della loro comune opposizione alla guerra del Vietnam – uno scritto corto che riprendeva i suoi argomenti in merito alla libertà d’espressione. Gli ha detto di farne quel che voleva. Ma Thion si era, all’epoca, avvicinato a Faurisson e ha messo questo testo come “Avviso“ all’inizio di “Memorie a difesa“ pubblicato da Faurisson per rispondere alle persecuzioni giudiziarie di cui era oggetto. Ciò ha avuto per risultato che Chomsky è stato ostracizzato in Francia per lungo tempo ed in certi ambienti continua ad esserlo.Poiché Vidal-Naquet si era in principio opposto alle leggi che reprimono la libertà d’espressione, come la legge Gayssot, non si può dire che ci fosse veramente una “controversia“ tra lui e Chomsky. Semplicemente, Chomsky adottava un atteggiamento di principio, che consisteva nel difendere la libertà d’espressione anche per le persone con cui è in disaccordo, mentre Vidal-Naquet esprimeva, al contrario, la sua “indignazione“ in diversi modi, ma senza adottare una posizione ben definita (per esempio in favore della censura). Bisogna dire che questa postura è abbastanza frequente tra i “democratici“ che sono una volta contro la censura e l’altra contro e si oppongono realmente, o – cosa che faceva anche Vidal-Naquet, così come Finkielkraut – che negano che vi sia censura allorché qualcuno è perseguito davanti i tribunali per le sue opinioni.
FABIUS-GAYSSOT : LA VERITE’ HISTORIQUE C’EST MOI
Silvia Cattori: ci sono parole, come “rosso-nero”, “antisemita”, “negazionista”, “revisionista”, che ritornano sovente nel dibattito politico. E’ così che, durante gli anni di guerra e di terribili atrocità nel Medio Oriente, che hanno messo la responsabilità di Israele al centro del dibattito, abbiamo visto le associazioni moltiplicare gli appelli alla vigilanza [7] contro una pretesa avanzata dell’”antisemitismo”. Queste parole spauracchio non sono usate come armi per soffocare la voce, distruggere la carriera e la reputazione di coloro che denunciano in maniera forte la politica di apartheid e di pulizia etnica condotta dallo Stato d’Israele? Questo modo di ostracizzare, non è l’illustrazione della regressione, preoccupante, della libertà d’espressione? Si tratta di una situazione che tocca, particolarmente, la Francia?Jean Bricmont : non commenterò gli esempi che lei cita, ma l’idea generale è corretta: se si vuole eliminare qualcuno dal dibattito, lo si taccia sia di “stalinismo”, sia di “antisemita–nazi–negazionismo”; “rosso – nero” ha il vantaggio di combinare le due accuse. Si può anche veder accusare uno di aver incontrato qualcuno che è negazionista/staliniano o di aver delle simpatie per il soggetto X, eccetera. O, ancora, di “mancare di vigilanza” di fronte al “fascismo”; evidentemente, questa vigilanza si esprime con molto meno forza allorché un uomo politico israeliano – come Avigdor Lieberman [8] – mantiene propositi apertamente razzisti e raccomanda l’epurazione etnica, od allorché un uomo politico americano – come John Hagee [9] – propone di distruggere la moschea di Al–Aqsa. Le cose che si pensa suscitino maggiormente la nostra disapprovazione sono le “piccole frasi” di Le Pen, che, contrariamente alle persone succitate, è allontanato da ogni potere e, in particolare, da qualsiasi arma di distruzione di massa.
Silvia Cattori: non si è rapportati all’utilizzo dei metodi mafiosi nel quadro di questa “lotta contro l’antisemitismo” che serve, largamente, di copertura ad altri obiettivi? La posta in gioco non è forse il controllo dell’informazione? Le persone o i gruppi che gettano l’accusa sugli altri invocando la lotta contro il fascismo, non adottano, in realtà, delle metodiche fasciste?Jean Bricmont: la “lotta contro l’antisemitismo” si persegue, ai giorni nostri, un po’ come la “lotta all’anticomunismo” che si perseguiva nei paesi dell’Est, con, temo, gli stessi risultati. Voglio dire che, al posto di dibattere e di argomentare, si intimidisce, si cita avanti i Tribunali, si fanno tacere le persone, eccetera. Si gioca sulla cattiva coscienza. Tutto questo funziona perfettamente, per un po’ di tempo. Ma tutti coloro che hanno studiato almeno un po’ la storia delle monarchie assolute, delle religioni di stato o dei partiti unici avranno dei dubbi sulla permanenza dei risultati di questa strategia. Bisogna ascoltare non solo ciò che viene detto pubblicamente, ma anche ciò che si dice in privato, nelle strade e nei bar, e che nessuno può controllare. Utilizzare la “lotta contro l’antisemitismo” per proteggere Israele è doppiamente criminale: da una parte, per i Palestinesi, ma anche per le persone di origine giudaica che rischiano, a lungo andare, di essere vittime di una tale strategia.
PARLARE DI STORIA NON E’ INSULTARE
Silvia Cattori: se queste leggi sono ingiuste, allorché permettono ad una maggioranza di gettare il sospetto o la calunnia su una minoranza, perché nessun partito non si è mai opposto? Come può essere che nessun gruppo si sia mobilitato per rifiutare tali anatemi, e cambiare o eliminare queste leggi? Per aver largamente contribuito ad introdurle, la sinistra non ha una particolare responsabilità?Jean Bricmont : bella domanda. Io penso che alcuni uomini politici si siano opposti alla legge Gayssot, Toubon per esempio, se non mi sbaglio. Ma non ne conosco a sinistra. Il problema viene dalla metodologia dell’antifascismo. Sessant’anni dopo la fine della guerra, molte persone – soprattutto nell’estrema sinistra – adorano giocare agli eroi prendendo grandi posture “antifasciste”. Il che porta un buon numero di persone ad approvare metodi diciamo fascistoidi (la censura) per combattere persone deboli ed emarginate (come Faurisson) mentre i nostri antenati, che erano realmente antifascisti, dovevano affrontare avversari ugualmente potenti e feroci, e, in particolare, si scontravano, nei paesi fascisti od occupati, contro una censura permanente.Ciò detto, io penso che vi sia un partito che si è sempre opposto a queste leggi e che ne ha chiesto l’abrogazione: il Fronte Nazionale. Mi si dirà che è perché sono, segretamente, negazionisti. Ma la reazione è diversa, poco importa quali siano le loro intenzioni. Ciò che è tragico e che, per parafrasare Chomsky, torna a rendere un triste omaggio alle vittime della “soluzione finale”, è aver creato una situazione ove il monopolio della difesa della libertà di espressione è lasciata ai “fascisti”.Silvia Cattori: nel caso della guerra contro la Serbia, non vi è stata una campagna che associava i Serbi agli orrori del nazismo per poter giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, i bombardamenti della NATO e che permetteva, poi, di ostracizzare tutti coloro che contestavano questa guerra?Jean Bricmont: evidentemente, è sempre la stessa cosa. I Serbi erano deboli, isolati, si poteva dire qualsiasi cosa nei loro confronti, sempre prendendo posizioni eroiche di lotta contro questo “fascismo che ritorna” [11]. Per contro, se lei compara la politica israelo-americana a quella di Hitler – a torto, secondo me – è immediatamente accusato di banalizzare il nazismo.
LA RETORICA "ANTIFASCISTA" E LA GUERRA ALL'’IRAN
Certamente, lo studio della storia può chiarire il presente, ma bisogna evitare di voler semplicemente rivivere il passato, “combattendo contro il fascismo”, o “lottando contro il totalitarismo” [14], o ancora conducendo, in eterno, guerre coloniali. Se degli individui avessero nel loro programma politico di restaurare, nel mondo attuale, il fascismo, o lo stalinismo, o il colonialismo, così come sono esistiti in passato, allora ciò avrebbe effettivamente avuto un significato politico, ma sarebbero dei folli, e non effettivamente pericolosi.C’è una perniciosa tendenza nella psicologia umana che ci spinge a voler “risolvere” i problemi del passato e, ciò facendo, a crearne degli altri. Si può pensare al modo in cui i Tedeschi hanno imposto condizioni molto dure alla Francia dopo la sconfitta del 1870, che era, per loro, un modo per “risolvere” la minaccia che aveva rappresentato Napoleone; ma queste condizioni sono state una delle fonti della prima guerra mondiale; ciò ha condotto al Trattato di Versailles, che è stato un modo, per i Francesi, di “risolvere” il problema del nazionalismo tedesco. Invece di risolvere, il Trattato ha invece incoraggiato il nazismo. Dopo il 1945, si è “risolto” il problema delle persecuzioni antiebraiche, sparite, essenzialmente, all’epoca, creando lo Stato di Israele, il che non ha fatto che generare nuovi problemi che restano irrisolti ai giorni nostri.A proposito dell’Iran, ciò che bisogna sottolineare prima di tutto è che l’Occidente, con la sua politica dalla vista corta e la sua sete di petrolio, ha fatto rovesciare Mossadegh nel 1953 ed ha sostenuto, in quel Paese, una dittatura impopolare quale quella dello Shah, il cui rovesciamento nel 1979 ha portato al potere i Mullah che le anime candide amano tanto denunciare al giorno d’oggi. Mi sembra che questo, unito al disastro che gli Stati Uniti hanno creato in Irak, dovrebbe essere sufficiente a incitarci ad un po’ più di modestia riguardo ai nostri interventi “umanitari”. D’altro canto, mi auguro effettivamente che la scienza finisca per “vincere le tenebre” – religiose – per riprendere la bella divisa dell’Università Libera di Bruxelles, coma ha fatto da noi, dopo molti anni di lotta. Io penso che alla fine ce la farà, anche nel mondo musulmano. Ma la sola cosa che possiamo fare per avanzare in questa direzione è offrire una cooperazione sincera allo sviluppo economico e culturale nel terzo mondo, disarmare e cessare le nostre ingerenze e le nostre minacce. Ovverosia, fare più o meno l’opposto di ciò che le persone che danno prova di “vigilanza contro il fascismo” contro l’Iran propongono di fare. Il loro atteggiamento non è, per me, che un modo di darsi grandi arie di superiorità a buon mercato.
LA GENERAZIONE DEL ‘68
Silvia Cattori: la sua maniera di soffermarsi su queste questioni, che toccano i diritti fondamentali, il rispetto e la dignità delle persone, è abbastanza rara. Lei pensa che oggi la maggioranza delle persone sia in grado di percorrere la stessa direzione della sua riflessione? E’ possibile immaginare che coloro che, da tempo, fanno mestiere dell’ostracismo, della demonizzazione e della disumanizzazione dei loro avversari cambieranno la loro ottica?Jean Bricmont : io non penso affatto che la mia posizione sia “rara”. E’ rara nella “bolla” , come direbbe Jean–François Kahn, del mondo politico–mediatico, ed intellettuale. Ma l’uomo della strada è, in generale, ostile alla politica israeliana, vede molto bene le manovre dei gruppi di pressione che impediscono di discutere apertamente, ed è perfettamente d’accordo con la libertà di espressione, una volta che la distinzione fra calunnie o diffamazioni e manifestazione del pensiero sia chiarita. D’altro canto, quando io discuto di libertà di espressione con i giovani, non ho alcun problema. Ne ho con le persone della mia generazione, quelle del ’68, ma anche quelle del “dispiacere e della pietà”, una generazione che ha dapprima utilizzato gli orrori della guerra per rivoltarsi a buon mercato contro la generazione precedente e che, in seguito, ha utilizzato la mitologa dell’antifascismo per discreditare ogni politica indipendente della Francia, e giustificare il suo progressivo allineamento alla politica americana ed israeliana, politiche che rischiano davvero di tuffare nuovamente il mondo in disastri senza fine e in orrori che abbiamo giurato di non far accadere mai più.
Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a martedì, settembre 18, 2007
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO DOCUMENTI 3 (reprint)
Intervista di Giovanna Canzano
“Il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha lanciato un appello affinche' il negazionismo della Shoah diventi reato in tutti i paesi dell'Unione Europea. A Dresda per il Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari Interni europei a pochi giorni dalle commemorazioni per l'Olocausto che si terranno il prossimo 27 gennaio, il Guardasigilli, incontrando la sua omologa Brigitte Zypries, ha sottolineato l'importanza di una iniziativa comune in questa direzione. Il ministero della Giustizia rileva che si tratta di una inversione di rotta evidente rispetto alla posizione assunta nel 2003 da precedente Governo italiano”. La ricerca storica, dopo questo appello, rischia di ricevere un colpo mortale. Il principio volteriano "detesto quello che dici, ma mi batterò per permetterti di dirlo" deve rimanere il faro della nostra civiltà giuridica, almeno quanto quello weberiano della "consapevolezza della responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni". Abbiamo chiesto a Giano Accade cosa ne pensa della precedente condanna ad Irving che di sicuro è stato una condanna che ha aperto le ‘porte' a questo appello di Mastella. CANZANO - Cosa pensa della condanna in Austria dello storico britannico? ACCAME - Condannando lo storico inglese David Irving come negazionista dell'Olocausto i magistrati austriaci hanno forse voluto far dimenticare gli entusiastici bagni di folla con cui il connazionale Adolf Hitler venne accolto a Vienna ai tempi dell'Anschluss, cioè dell'annessione dell'Austria al Terzo Reich; e la crudele collaborazione di tanti austriaci alle persecuzioni antiebraiche. In realtà i carcerieri austriaci di Irving, nel loro eccesso di zelo, hanno manifestato una continuità col nazismo: li unisce il mancato rispetto della libertà.. In tedesco per definire certi comportamenti si usa l'espressione di Radfahrer, ciclista, perché chi pedala in bicicletta piega la testa verso l'alto, i poteri dominanti, e con i piedi pesta verso il basso. Per quel che ho letto di Irving nei libri pubblicati dal nostro comune editore Enzo Cipriano, non mi sembra che lo si possa definire negazionista. Basta aprire alle pagine 538/539 il suo libro su La guerra di Hitler per imbattersi in episodi dello sterminio ebraico, che non vi sono affatto negati Subito dopo leggiamo: E così via. Irving poco dopo sostiene: . Può sembrare strano e rispetto a quanto è effettivamente successo poco rilevante. Ma è vero: non si è trovato sinora alcun documento firmato da Hitler sullo sterminio. Libri recenti confermano che nel bunker di Hitler non ne sapevano niente né la sua dattilografa Junge Traudl, né un alto ufficiale della Wehrmacht a lungo attivo nel gabinetto del Führer: solo dopo la sconfitta, di fronte ai documentari della propaganda alleata, ne furono sorpresi e sconvolti. Irving ha inoltre, con curiosità discutibile, espresso dubbi sulle cifre dello sterminio, ma persino il maggiore storico dell'olocausto Raul Hillberg indica cifre variabili e al campo-museo di Auschwitz hanno ridotto il numero delle vittime sulla targa. Vi sono eventi su cui la precisione può apparire superflua, ma è assurdo condannare lo storico che intenda accertarla. In fin dei conti può essere interessante sapere che mentre Hillberg nel suo studio scientifico su La distruzione degli Ebrei d'Europa (Einaudi 1995) quantifica in le vittime a Auschwitz, al processo di Norimberga Höss, comandante tedesco del campo, venne fatto confessare (secondo Irving sotto tortura) di averne “gassato” due milioni e mezzo, in aggiunta al mezzo milione di decessi per malattia. Ripeto: di fronte all'orrore di quello che è successo queste contabilità hanno un senso molto relativo. Ma punirle col carcere è altrettanto insensato, specie se a farlo sono tedeschi e austriaci, sempre con toni da primi della classe
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO DOCUMENTI 2 (reprint)
sabato 22 settembre 2007
IL DIRETTORE DI "ART. 21". I POTERI FORTI E LA STAMPA? E' UN VECCHIO PROBLEMA, MA LA COSTITUZIONE PARLA CHIARO: NESSUNA CENSURA, SU NESSUN ARGOMENTO
Emanuela Irace
intervista
GIORGIO SANTELLI
Informazione imbavagliata. Negata. Blindata. E’ l’affresco sui media tratteggiato da Giorgio Santelli, direttore di “art. 21”, quotidiano online per la difesa della libertà di espressione che da anni si batte per una informazione trasparente e libera da censure. "Un’anomalia tutta italiana", dice Santelli, "che indebolisce l’attività dei cronisti rafforzando il potere degli editori". Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema di comunicazione zoppicante, scardinato dei suoi elementi più importanti, quali il dovere di cronaca e il diritto dei cittadini ad essere informati. Una fotografia invecchiata che non riesce più a raccontare la realtà:Cosa sta succedendo nei media Italiani e perché le condizioni in molti paesi europei sono migliori che da noi?"In Italia la professione giornalistica non rispecchia più il sistema di valori garantiti dalla Costituzione. Noi, come articolo 21, cerchiamo di riportare questo mestiere in un quadro di normalità. Ci sono troppi interessi e paure che impediscono di fare il proprio lavoro. Compito di un giornalista è informare. Avviene in Spagna, Francia, Gran Bretagna , Germania che, come servizio pubblico radio televisivo, sono molto più avanzati di noi. In Italia siamo ancora incollati alla politica, di destra o di sinistra, unico editore di riferimento. Ovvio che di alcuni argomenti non se ne possa parlare. E chi lo fa, paga sulla propria pelle".Alludi alle censure, spesso celebri, che tra i vari editti bulgari hanno colpito anche giornalisti?"Abbiamo affrontato più di 150 casi, tra censure e cosiddette “epurazioni”. Nomi celebri. Da Freccero a Santoro. Ma anche Mughini, Albertazzi. Non è una questione di colore politico. Siamo schierati su posizioni di centro sinistra ma interveniamo su tutti, indipendentemente dalla matrice di appartenenza. Gli ultimi casi sono stati quelli della libertà di espressione rispetto alla mafia. Parlo di Saviano, ma non solo, che dopo aver scritto e denunciato, oggi è costretto a viaggiare sotto scorta".Qual è la vostra posizione rispetto alle intercettazioni telefoniche e alla legge presentata da Mastella?E’un tema serio, pieno di risvolti che riguarda il diritto di cronaca. I verbali di interrogatori non sono segreti e si possono raccontare e citare testualmente. Si rischia solo una multa inferiore ai 300 euro. Grazie alle intercettazioni abbiamo scoperto i protagonisti di Tangentopoli, Calciopoli, Vallettopoli. Se passa la legge Mastella il divieto di pubblicazione si applicherà sia gli atti di indagine del Pubblico Ministero che alle investigazioni difensive. Non si potrà più pubblicare niente, neanche un riassunto fino alla fine dell’udienza preliminare, pena una sanzione tra i 10.000 a100.000 euro che nessun giornalista sarebbe disposto a pagare.E il tempo dei processi è infinito.."Già, il ché significa che per dieci anni nessun lettore potrà sapere, per esempio, le gesta dei vari Moggi, Gnutti, Consorti, Fazio, Tanzi, Berlusconi. Ma anche Vanna Marchi, il killer di turno o magari il pedofilo che ti abita sotto casa. Il paradosso è che la notizia è vera, i giornalisti la conoscono, ma non potranno pubblicarla fino alla fine dell’Appello. In questo modo l’attività del cronista si indebolirebbe fino a diventare pressocchè nulla".E’ chiaro che in questo modo i giornalisti si autocensurano, ma c’è anche la censura imposta dall’alto: editori, politica, poteri forti."E’un vecchio problema. In Italia non esiste un editore puro. Se pensi che in Umbria due editori sono proprietari dei più grossi cementifici italiani, parlare di cave, marmo e problemi ambientali connessi, diventa un controsenso. A questo si lega il problema dei giornalisti precari che non possono far altro che seguire i desiderata degli editori. Ci vuole una riforma seria per ridefinire le regole della professione. Noi di “articolo 21” appoggiamo la proposta lanciata dalla Federazione Nazionale della Stampa di istituire un Giurì per la lealtà dell’informazione, presso l’Ordine, ma con la partecipazione del garante della privacy. Sarebbe un segnale di civiltà e un modo per togliere il bavaglio all’informazione. Perché, come è scritto nella Costituzione, art. 21: “La stampa non deve essere soggetta a autorizzazioni o censure” ".
Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a sabato, settembre 22, 2007 0 commenti Link a questo post
CONVEGNO DEL 7 LUGLIO DOCUMENTI 1 (reprint)
ALCUNE PERPLESSITA’SUL DISEGNO DI LEGGE MASTELLA N. 1694
(Norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale, per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654)
Un primo sguardo al disegno di legge Mastella n. 16941.
Un Disegno di legge paradossalmente discriminatorio?
Pubblicato da Gruppo di informazione e denuncia in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana a venerdì, settembre 28, 2007 0 commenti Link a questo post
giovedì 26 giugno 2008
IL GIORNALE: QUANDO PREVALE IL BUON SENSO


Leggiamo e riproduciamo da Il Giornale di oggi due articoli utili fra l'altro per il convegno del 7 luglio prossimo, al quale sono pervenute ormai numerosissime adesioni.
giovedì 19 giugno 2008
Il Papa a La Sapienza, la conferenza sulle foibe annullata, le vicende Pallavidini e Faurisson, il sequestro di blog, i difensori bersagliati su internet come presunti complici di presunti reati d’opinione: la libertà di opinione e di insegnamento è in pericolo in Italia, anche a causa di alcuni nuovi progetti di legge di cui si parla da tempo?
Se ne parlerà il 7 luglio prossimo nel dibattito promosso dal Comitato 21 e 33 e dall’Istituto Enrico Mattei di Alti Studi in Vicino e Medio Oriente su
Editoria, web, insegnamento
LE OPINIONI IMBAVAGLIATE
I pericoli per la libertà di espressione
e per il diritto di difesa in Italia
Relazioni
avv. Vincenzo Bellucci
Divisione dei poteri e libertà di manifestazione del pensiero
Avv. Giovanni Cipollone
Consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma, rivista Temi romana
Negazionismo storico e libertà di espressione
avv. Giovanna Corrias Lucente
La libertà di opinione in internet
avv. Francesca Romana Fragale
Libertà di opinione e di insegnamento: quando il diritto di difesa è negato
Prof. avv. Claudio Moffa
Il difficile mestiere di intellettuale e di storico fra democrazia incompiuta e rischi totalitari
Prof. Avv. Augusto Sinagra
Il mandato di cattura europeo
Interventi
avv. Paolo Bargiacchi, Andrea Carancini (giornalista), avv. Elvio Fortuna, avv. Mauro Mellini, prof. Tiberio Graziani (direttore Eurasia), Fabrizio Iommi (Fermo), Emanuela Irace (giornalista, consulente ISIAO), prof. Mauro Manno (Master Enrico Mattei), prof. Alberto Marino storico, scuola IRES), amb. Antonio Napolitano, prof. Vincenzo Strika (Università L'Orientale di Napoli), avv. Antonio Franco Todaro,
Coordina
avv. Mauro Vaglio
Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma
7 luglio 2008 ore 15,30
Sala Corsi dell’Ordine degli Avvocati di Roma, via Valadier 42
(programma non definitivo, sono possibili altre adesioni)
lunedì 16 giugno 2008
DI NUOVO BLOCCATA LA NOSTRA POSTA IN USCITA
IL CONVEGNO DEL 7 LUGLIO - MATERIALE DI DISCUSSIONE - UN ARTICOLO DELL'AVV. GIOVANNI CIPOLLONE, CONSIGLIERE DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI ROMA
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il dotto articolo di Giovanni Cipollone, utile contributo al convegno del 7 luglio prossimo
Negazionismo storico e libertà di espressione
Consigliere dell'Ordine degli Avvocati di Roma
Come è noto, recentemente è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri il disegno di legge proposto da Clemente Mastella, Ministro della Giustizia, in materia di discriminazione e reati contro l’umanità. Il provvedimento prescrive che venga penalmente punito fino a quattro anni di reclusione chiunque diffonda idee xenofobe o attinenti la superiorità razziale.
Punto originario di partenza, però, era stata la iniziativa di introdurre nel codice penale un reato specifico contro il negazionismo della “Shoah” e ciò, con particolare riferimento a coloro che negavano l’Olocausto e lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti.
Infatti, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad di recente, nell’auspicare la cancellazione dello Stato d’Israele dalle carte geografiche, aveva provocatoriamente dichiarato che “gli ebrei hanno inventato il mito di essere stati massacrati, ponendo tale mito sopra Dio, le religioni e i profeti”.
Il provvedimento, così come era stato in un primo momento formulato dal ministro Mastella, rischiava di porre un limite alla libertà di opinione, creando la prospettiva di imporre una unica e ufficiale verità storica, paradossalmente come accadeva nei regimi autoritari del secolo scorso che, in base a tale principio, avevano programmato e attuato lo sterminio di intere popolazioni.
A nessuno può sfuggire la necessità che il piano su cui bisognava impegnarsi, avrebbe dovuto essere piuttosto quello etico, educativo e culturale.
Diversamente argomentando, imporre mediante corrispondente normativa una presunta verità, comporterebbe la violazione della libertà di pensiero, subordinando quest’ultima alla volontà delle maggioranze politiche in un dato periodo storico.
Nella sfera dei diritti di libertà individuale, un posto preminente spetta alla libertà di pensiero e di manifestazione dello stesso.
Sono questi due diritti che l’uomo libero rivendica sia nei confronti degli altri, sia verso lo stato che deve evitare di interferire nella autonomia individuale.
E’ anzi lo Stato che ha l’obbligo di garantire tali libertà, evitando ogni ulteriore ingerenza, attraverso il meccanismo giuridico della sanzione.
Va ricordato che al sofista Proeresio il quale aveva rifiutato all’imperatore Giuliano di diventare il suo storiografo al fine di raccontare le sue imprese, come sanzione fu drasticamente vietato di continuare l’insegnamento ai suoi discepoli.
Noi che abbiamo la ventura di sentirci uomini liberi e di poter esprimere ancora le nostre opinioni, aborriamo ogni ingiusta imposizione, eticamente e giuridicamente da riprovare.
Per la cronaca, il disegno di legge del ministro Clemente Mastella definitivamente approvato, consta di sei articoli e, non facendo riferimento al negazionismo della “Shoah”, ha per oggetto “i delitti di istigazione a commettere crimini contro l’umanità e la apologia dei crimini contro l’umanità”, al fine di combattere ogni forma di discriminazione, come ha precisato lo stesso ministro Mastella.
Il provvedimento prevede che venga punito con una pena sino a tre anni chiunque diffonda idee sulla superiorità razziale e una pena da sei mesi a quattro anni per chi commetta o inciti a commettere atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o compiuti a causa del personale orientamento sessuale o dell’identità di genere.
E’ pacifico che la libertà di pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, costituisce uno dei diritti inviolabili dell’uomo.
Il pensiero è infatti attività incoercibile dello spirito, indipendente da esterne imposizioni. Lo schiavo Epitteto, poi emancipato, filosofo stoico vissuto nel II° secolo d.C., riteneva in forza del pensiero, di essere più libero di tanti uomini liberi.
Correlativamente, la libertà di giudizio sugli accadimenti umani non può essere compressa da condizionamenti esterni.
D’altronde, il mero dissenso, sotto il profilo storico o politico su fatti o avvenimenti storici o addirittura il dubitare sulla effettività del loro svolgimento, rientra nella manifestazione di una opinione contraria o di una confutazione.
Non può disconoscersi, partendo “ex adversus” da una posizione opposta, che differente valore giuridico debba per esempio riconnettersi al reato di apologia del fascismo.
La Corte Costituzionale a suo tempo stabilì, in merito all’art. 4 della Legge 20 giugno 1952 n. 645 (la cosiddetta Legge Scelba), che l’apologia non può consistere in una “difesa elogiativa” del partito fascista, bensì in una “esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista” e, cioè, in una "istigazione a commettere un fatto rivolto alla riorganizzazione, a tal fine idoneo e efficiente”. Non è cioè sufficiente un semplice opinamento per integrare la fattispecie delittuosa, bensì è indispensabile una condotta illecita che abbia la valenza di sediziosità, caratterizzata da ribellione e ostilità nei confronti dello Stato e posta in essere per compromettere l’ordine costituzionale o l’ordine pubblico.
Si consideri, in relazione al tema in esame che, in relazione all’art. 272 c.p. (“propaganda e apologia sovversiva o antinazionale”) che prevede la finalità del sovvertimento violento dell’ordinamento statuale o una attività di propaganda per la distruzione della società, la Corte Costituzionale con sentenza n. 87 del 6 luglio 1966 dichiarò illegittimo il II° comma del predetto articolo 272 c.p. laddove veniva punita “la propaganda fatta per distruggere o deprimere il sentimento nazionale”.
La legge, come il pensiero, è espressione di libertà ma entrambi non sempre sono in sintonia con “ethos”.
Giovanni Cipollone
domenica 15 giugno 2008
L'ANSA DIFFONDE LA NOTIZIA DEL RINVIO A GIUDIZIO DI MASSIMO FRANCHI
Pubblichiamo il dispaccio dell'Agenzia ANSA che ha dato notizia del rinvio a giudizio di Massimo Franchi de L'Unità.
SHOAH:SCRISSE CONTRO MASTER CON FAURISSON, RINVIATO GIUDIZIO
(ANSA) - ROMA, 12 GIU - E' STATO RINVIATO A GIUDIZIO DAL GIP DI ROMA CLAUDIO MATTIOLI IL GIORNALISTA DE 'L'UNITA" MASSIMO FRANCHI, DENUNCIATO PER DIFFAMAZIONE PER AVER SCRITTO NEL 2007 ALCUNI ARTICOLI CONTRO L'ORGANIZZAZIONE DI UN MASTER, IDEATO DAL DOCENTE DI STORIA DEL MEDIORIENTE CLAUDIO MOFFA DELL'UNIVERSITA' DI TERAMO, A CUI PARTECIPAVA ANCHE IL PROFESSORE FRANCESE ROBERT FAURISSON, UNO DEI PIU' NOTI REVISIONISTI DELL'OLOCAUSTO. LO RENDE NOTO IL DIFENSORE DEL DOCENTE, FRANCESCA ROMANA FRAGALE. "I TITOLI DEL QUOTIDIANO CHE PRENDEVANO DI MIRA MOFFA - HA SPIEGATO L'AVVOCATO - ERANO 'TERAMO: NEGAZIONISMO IN FACOLTA" E 'MOFFA IL PROVOCATORE CHE ODIA ISRAELE"'. IL DIFENSORE DI MOFFA HA SOTTOLINEATO CHE "IL MASTER PREVEDEVA ANCHE LA PARTECIPAZIONE DEL PRESIDENTE DELL'UNIONE COMUNITA' EBRAICHE ITALIANE (UCEI) E DELL'AMBASCIATORE DI ISRAELE". "SIAMO MOLTO FELICI - HA DETTO FRAGALE IN MERITO AL RINVIO A GIUDIZIO - PERCHE' SI E' RESA GIUSTIZIA ALLE COSE: IL DIRITTO DI CRITICA NON PUO' STRIDERE CON LA LIBERTA' DI PENSIERO SANCITA DALL'ARTICOLO 21 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA".
KXS
12-GIU-08 20:33
RINVIATO A GIUDIZIO MASSIMO FRANCHI DE L'UNITA'. IL PROCESSO INIZIA IL 4 NOVEMBRE PROSSIMO. LE RESPONSABILITA’ DELL’ATENEO DI TERAMO
Il giornalista Massimo Franchi de L'Unità è stato rinviato a giudizio al termine dell'udienza preliminare, per tre articoli pubblicati su l'Unità del 15, 17, 18 maggio 2007 sulla vicenda Faurisson di Teramo. Il GIP Mattioli ha ritenuto sussistenti i capi di imputazione proposti dal pubblico ministero Colaiocco e appoggiati dal difensore della parte lesa prof. Moffa, l'avv. Francesca Romana Fragale.
Si tratta di un buon segnale per una delle pagine più vergognose del giornalismo di cronaca e dell'accademia italiana: Faurisson, ex professore universitario e studioso fra i più noti del cosiddetto Olocausto, condannato in base all'infame legge Fabius-Gayssot e già ridotto in coma da un gruppo di criminali squadristi in Francia per aver sostenuto la sua tesi - e cioè l'inesistenza delle camere a gas nei lager nazisti a fini di sterminio dei prigionieri e degli ebrei in particolare - era stato invitato dal coordinatore del master Enrico Mattei Claudio Moffa a svolgere una conferenza a Teramo, per affrontare lo specifico tema dell'Olocausto in una lezione di 2 ore, su un master di 300 ore complessive. Moffa aveva del resto invitato anche - oltre all'ambasciatore israeliano - diversi esponenti e storici della comunità ebraica, come Pisanty, Pezzetti, Dan Segre, Colombo, Gattegna e prima ancora che il master iniziasse e che si sapesse dell'invito a Faurisson, Michele Sarfatti, che aveva cortesemente rifiutato per altri motivi di partecipare al corso di studi con una sua lezione.
Una iniziativa didattica assolutamente lecita ed anzi utile, che non a caso è stata reiterata con successo e in un clima di assoluta tranquillità il 3 maggio scorso a Roma nell'ambito del nuovo master in edizione romana.
A Teramo invece non fu possibile: sobillati dal preside Pepe che, richiesto di un parere da Moffa fin dal 24 aprile precedente sull'allora ancora non deciso invito a Faurisson, mai rispose e, scavalcando il Consiglio di Facoltà cominciò invece a consegnare comunicati allarmistici alla stampa, alcuni giornali, prima in modo elegante e soft Il Centro di De Benedetti, poi L'Unità in modo violento e decisivo si scatenarono in una campagna diffamatoria pesantissima contro il master e il suo promotore.
Fra l'altro, il Franchi ebbe a scrivere sull'edizione del 18 maggio, che in quello stesso giorno "la comunità ebraica, in gran parte, si sposterà a Teramo". Istigazione a delinquere, dopo il rinvio a giudizio degli aggressori ebrei di Faurisson e Moffa?
In realtà, a Teramo sarebbero venuti in non più di dieci-venti, metà dei quali oggi rinviati a giudizio: ma tanti bastarono per creare un clima di isteria collettiva che paralizzò la stessa Questura, impedendole un normale intervento energico per rintuzzare la violenza liberticida e dare libertà di parola ai sensi dell'articolo 21 della Costituzione al professor Faurisson.
Adesso, comunque, maturano le conseguenze: un processo a Teramo contro gli aggressori, e uno a Roma contro L'Unità, il grande quotidiano del grande PCI fondato da un dei più prestigiosi intellettuali del ventesimo secolo, Antonio Gramsci (anche lui accusato di antisemitismo, da sua cognata) e affondato da Furio Colombo e Antonio Padellaro.
Nel panorama dei responsabili veri della vicenda, un solo soggetto resta assolutamente "intoccabile": l'Ateneo di Teramo, ovvero i suoi vertici, fra cui il Preside Pepe nei cui confronti pende querela presso la Procura del capoluogo abruzzese, e il rettore Mattioli, del quale si mormora di un incontro decisivo con la Questura il giorno prima della chiusura dell'Università, e che decise di chiudere due Facoltà il 17 a sera, pur di tappare la bocca a Faurisson. Interruzione di servizio pubblico?
E' difficile pensare che a Teramo passi questo capo d'accusa: a fronte di tantissime università italiane finite sotto inchiesta per magagne varie, l'Ateneo di Teramo sembra "intoccabile", nonostante lo schiaffo in faccia di Ciampi, quando il Presidente della Repubblica in visita a Teramo rifiutò di venire all'Università: le denunce della stampa locale - in particolare del coraggioso quotidiano La Città di Antonio D'Amore - contro le 'spese magnifiche' del Rettore (una vicenda ripresa anche da Gian Antonio Stella nel suo recente libro in vendita in tutte le edicole italiane); alcune interrogazioni parlamentari sulla eccessiva contiguità di alcuni magistrati locali con l'Ateneo (c'è persino chi insegna nell'Ateneo sottoposto alla circoscrizione territoriale del proprio Tribunale); una denuncia per falso in atto pubblico archiviata come "questione amministrativa e civile" senza neanche un minuto secondo di indagini; lettere con firme false per denigrare qualche dipendente scomodo; una lettera minatoria ricevuta da un docente; denunce di concorsi irregolari e quant'altro possibile e immaginabile, nulla di tutto questo ha scalfito il muro d'acciaio del "non si indaghi" della Procura di Teramo. I vertici dell'Ateneo sono evidentemente più potenti del gruppo di ebrei rinviati a giudizio per "rissa".
giovedì 12 giugno 2008
MATERIALE DI DOCUMENTAZIONE PER IL CONVEGNO DEL 7 LUGLIO.
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martedì 10 giugno 2008
UNA VERGOGNA PER L'EUROPA DEMOCRATICA
dal blog www.andreacarancini.blogspot.it
martedì 10 giugno 2008
Aggiornamento sul caso Zündel
JVA Mannheim
Herzogenriedstr. 111
68169 Mannheim
Al predetto indirizzo si possono anche inviare piccole quantità di denare (solo in contanti, però) per aiutare il prigioniero ad acquistare francobolli, a pagare le telefonate, e a fare acquisti nello spaccio della prigione.
martedì 3 giugno 2008
DEDICATO A STORICI E GIURISTI (MA NON SOLO)
Compte rendu, à titre privé, de la réunion
de l’association Liberté pour l’Histoire du 31 mai 2008
(d’après des notes manuscrites
et l’enregistrement de la séance)
La réunion de Liberté pour l’Histoire (LPH) se tient dans l’amphithéâtre Turgot de la Sorbonne. Le public commence à entrer vers 10h05. Sur l’estrade prennent place le président Pierre Nora, la vice-présidente Françoise Chandernagor et Christian Delporte, le trésorier de l’association. Il y a environ 25 personnes. Nora demande à l’assistance clairsemée de se regrouper vers l’estrade.
Nora prend la parole « après le quart d’heure académique ». Il dit que la réunion aura pour but de « faire l’état des choses sur le plan des lois dites mémorielles à l’Assemblée » et de parler de la « décision-cadre de Bruxelles d’avril 2007 », qui conduit l’association à des actions sur une plus vaste échelle.
Nora déclare avoir été reçu par Bernard Accoyer, président de l’Assemblée nationale. Ce dernier, « convaincu de la justesse de notre cause et de son intérêt », a nommé, au sujet des lois mémorielles, une « petite mission d’information » de 25 députés de toutes tendances politiques, chargée de rédiger un rapport que le président de l’Assemblée nationale remettra lui-même au président de la République en septembre prochain. Dans ce cadre, un certain nombre de personnalités ont été et seront auditionnées, comme Marc Ferro, Alain Finkielkraut ou Denis Tillinac.
Nora note que certains « députés n’y comprennent rien, visiblement ». Il a évoqué devant eux les effets négatifs de la loi Gayssot qui a entraîné les autres lois mémorielles. Un député lui a répondu que ces lois n’interdisaient rien. Un autre lui a dit que Pétré-Grenouilleau avait finalement bénéficié de ces lois, en terme de réputation. Selon lui, on s’orientait à l’Assemblée nationale vers le vote de résolutions « pour remplacer ces lois mémorielles », mais il apparaît que cela a été écarté, car c’est « inscrit dans les projets constitutionnels ».
Nora dit que LPH est allée rencontrer « pas mal de politiques », auprès de la présidence de la République, du cabinet de Rachida Dati, etc., pour faire du « lobbying ». Cela a eu « un effet », mais la « décision-cadre » (NDA : Nora ne précise pas de quoi il s’agit exactement) a été votée (« elle est maintenant sur le site de LPH ») et a « alarmé » les « partenaires », des historiens américains et européens. Des contacts ont été pris avec des historiens de Rome, d’Angleterre (un professeur de Cambridge), d’Allemagne, d’Égypte, notamment.
Nora propose qu’à l’occasion des « Rendez-vous de Blois », Jean-Noël Jeanneney, qui en est l’organisateur (il est au conseil d’administration de LPH), a eu l’initiative de ménager à LPH une matinée le 11 octobre prochain. Il s’agira d’une « table ronde internationale », en présence d’historiens français et étrangers, qui aura pour objectif de lancer un « appel international » (qui pourrait s’intituler « appel de Blois »).
Nora se demande comment coordonner une action européenne (faut-il une association unique ou non ?). Il ajoute qu’il faudra faire de la publicité pour cette réunion de Blois « auprès des journalistes en particulier ». Il existe une possibilité de faire une déclaration dans un livre, où « nous reprendrions certains des textes que nous avons publiés », quitte à en récrire certains.
Nora passe la parole à Delporte, qui fait un compte rendu financier « en deux minutes ». Le compte bancaire de l’association est à la BRED, sur un compte qui affiche un solde positif de 7634, 58 euros. Il n’y a pas de quitus à voter ce jour puisqu’il ne s’agit pas d’une véritable assemblée générale.
Françoise Chandernagor prend la parole. Elle commence par parler de Pétré-Grenouilleau, « notre ami », se réjouissant que l’association qui l’a poursuivi vienne d’être condamnée par le Tribunal d’instance de Paris pour plainte abusive. Elle espère que cela va faire réfléchir.
Elle poursuit en parlant du « problème de la réforme constitutionnelle ». Si le Parlement vote des lois mémorielles en France, c’est parce qu’il ne peut pas voter de simples textes déclaratifs, dit-elle. « Avant-hier soir », il y a eu le rejet « d’un amendement » par l’Assemblée nationale (NDA : elle ne précise pas lequel ; d’ailleurs, tout ce qu’elle dira sera confus). Elle dit que le problème des lois mémorielles a été expressément posé, mais elle trouve que l’argument des adversaires de LPH est « assez fondé » : à partir du moment où il y a des lois défendant la mémoire de certaines communautés, on s’engage en effet dans la voie de la législation pour les autres. La question des lois mémorielles a finalement été évacuée du projet de réforme.
Elle évoque (NDA : passage embrouillé ; elle parle comme si elle avait un train à prendre) la « décision-cadre européenne », qui pénalise aussi la « banalisation, terme flou », et rendrait automatiques les sanctions pénales dès lors qu’un « Parlement quelconque » aurait décrété l’existence de tel ou tel crime contre l’humanité. Malgré des tentatives, il n’a pas été possible d’y apporter des amendements. Mais elle a trouvé dans cette décision-cadre, un passage (« paragraphe 2 de l’article 1 ») qui prévoit aussi que les États-membres peuvent, par une déclaration, limiter ce texte (NDA : à nouveau, le discours est peu clair pour les non juristes), mais cela jouerait seulement pour les historiens « de l’avenir », une bonne chose d’après elle. Selon elle, c’est un « garde-fou » qui « limite la casse ». Elle espère qu’ils ne changeront pas d’avis. Elle dit que pour l’instant la déclaration française est faite, et en attente. L’intérêt serait dans le futur de ne pas être incité par l’Europe à légiférer sur les crimes contre l’humanité. Il faudrait aller en discuter à Bruxelles, mais c’est « trop lourd » pour l’association.
Pour étendre l’action de LPH, elle ajoute qu’il faudrait faire adhérer des historiens étrangers, mais cela n’aurait pas l’allure d’une association internationale. Chandernagor dit qu’il faut étendre « nos activités au niveau européen ». Les historiens belges se sentent très concernés, précise-t-elle.
En se prévalant de l’autorité de Saint-Simon, elle dit qu’il s’agit pour l’association de « cheminer par souterrains ». En effet, « nous ne pesons rien face aux Arméniens ». L’inconvénient de cette méthode, c’est que LPH reste « dans l’ombre » en agissant ainsi. Elle dit : « Je ne souhaite pas publier sur le net, car c’est à double tranchant et je crains que nous ne fassions pas le poids ». Elle donne pour exemple le « lobby arménien », qui a « quasiment assiégé le Sénat ». Elle dit qu’elle ne peut pas assumer les « menaces de mort ». Elle reconnaît qu’elle a ses « réseaux au Conseil d’État » et qu’elle peut agir de cette façon.
Nora reprend la parole. Il dit que certains historiens qui avaient hésité à adhérer à l’association « à cause de la loi Gayssot » ont finalement accepté de venir. Il cite Henry Rousso, présent dans l’assistance, « qui nous a rejoint et j’en suis heureux », ouvrant ainsi la partie questions-réponses de la réunion. Nora demande à Rousso s’il sent une « évolution » de l’association sur la loi Gayssot.
Rousso prend la parole et dit « qu’il y a des priorités ». Sa réserve tenait dans l’opportunité de supprimer ces lois. La suppression de la loi Gayssot aurait des conséquences politiques « et de toute façon, c’est impossible politiquement ». Il désire que l’association ne soit plus simplement un organe « de défense » mais devienne une association promouvant « la réflexion », par exemple sur le négationnisme.
Vers 11h, une jeune femme, qui se présente - ainsi que le lui demande Nora -, comme « attachée de presse et non historienne », demande la parole et lit une question portant sur la loi Gayssot (NDA : retranscription intégrale d’après l’enregistrement) :
Je me suis inscrite à l’Association Liberté pour l’Histoire au mois d’octobre 2007.
Il me semblait que cette association s’élevait contre toutes les lois mémorielles, à commencer par la première d’entre elles, c’est-à-dire la loi dite Gayssot du 13 juillet 1990.
Cette loi est en effet la matrice et le modèle de toutes les lois mémorielles qui ont suivi.
Elle permet, comme vous le savez, de condamner à un an de prison et à 45 000 euros d’amende toute personne qui conteste ce que notamment le Tribunal militaire de Nuremberg a conclu en 1946 sur les “crimes contre l’humanité”.
Or beaucoup de gens se sont émus qu’en 1990 des hommes politiques aient décrété non critiquable ce qu’un tel tribunal militaire a décidé, il y a aujourd’hui plus de soixante ans, sur un point d’histoire.
Aujourd’hui, certains trouvent même choquant qu’on puisse toujours et encore entraver et réprimer l'expression non seulement de nos magistrats actuels, astreints à faire application de cette loi, mais aussi des experts, des historiens et du public.
Quand je me suis inscrite, tout me donnait à penser que le président et la vice-présidente de notre association étaient pour l’abrogation de la loi Gayssot, comme ils le sont pour toutes les autres lois mémorielles.
Or, en lisant le compte rendu de l’assemblée du 6 octobre 2007, j’ai eu la surprise de constater que tous deux, loin de condamner cette loi, en prenaient la défense !
En effet, voici ce que je lis dans le compte rendu de M. Grégoire Kauffmann :
Monsieur Pierre Nora, président : L’opinion a évolué ; elle a compris qu’il était impossible de revenir sur la loi Gayssot. Sur cette question, gardons-nous d’adopter une attitude défensive ; nous devons être offensifs sur le plan intellectuel. Liberté pour l’histoire doit devenir un laboratoire de réflexion. Il importe de convaincre individuellement les historiens gênés par la loi Gayssot.
Madame Françoise Chandernagor, vice-présidente : Elle revient sur la question de la loi Gayssot, impossible à abroger car elle s’inscrit aujourd’hui pleinement dans la législation européenne, d’où la nécessité de sortir le débat sur les lois mémorielles du cadre franco-français.
Depuis le 6 octobre 2007, une série de personnes ont été condamnées ou bien sont en cours de jugement sur le fondement de la loi Gayssot. Par exemple le tribunal correctionnel de Saverne vient récemment de requérir une peine d’un an de prison ferme contre un dénommé Vincent Reynouard. Or notre association n’a pas élevé la moindre protestation contre cette condamnation.
Puis-je donc savoir quelle est exactement aujourd’hui la position de notre Association sur la loi Gayssot ?
En clair : ÊTES-VOUS POUR OU CONTRE SON ABROGATION ?»
Chandernagor lui répond que la loi Gayssot est «différente des autres lois mémorielles ». Elle s’est appuyée « au moins » sur un « jugement international », « même si vous, vous pouvez juger qu’il est mal fait », ce qui est mieux que sur une décision d’un Parlement national. D’autre part, le jugement de ce tribunal était « contemporain des faits », donc sans les anachronismes propres aux autres lois mémorielles actuelles. C’est, selon elle, « très différent de l’action d’un Parlement, soumis à un moment donné à des considérations électoralistes ». « Il est vrai que nous avons poussé à mettre en cause la loi Gayssot », dit-elle, « même Élisabeth Badinter », car cette loi a ouvert la porte aux autres lois et aux « revendications communautaristes », dit-elle, ajoutant : « Il aurait mieux valu que cette loi ne soit pas votée. (…) Contre l’antisémitisme, il y a d’autres lois. On pouvait en faire l’économie. Mais maintenant qu’on l’a, on peut vivre avec, car elle est d’une nature complètement différente de ce qui se passe depuis ».
Nora prolonge la réponse de Chandernagor. « Notre attitude (…) n’était pas le contenu de cette loi, mais le principe même. » Il fallait l’inclure sinon l’association aurait été critiquée, car « nous aurions fait une exception ». Il précise que « la loi n’a jamais servi à condamner des historiens », mais seulement de « prétendus historiens ». « Il y a un effet pervers, inévitable ». Il convient que c’est « ambigu ». Il dit : « Nous sommes parfaitement conscients que le Parlement ne la remettra pas en cause (…). Nous voulons juste qu’il limite les futures autres lois » de ce type. « Nous avons poussé un cri d’alarme », dit-il. Il insiste : « Aucune de ces lois ne sera abrogée. » Il dit que l’un des « soucis que nous avons à LPH, c’est que ce ne soit pas l’instrument dans lequel les lepeniens de toute nature s’engouffrent ».
Chandernagor ajoute que la loi Gayssot a été « beaucoup mieux préparée juridiquement » que les autres et présente beaucoup moins de risques pour les historiens (NDA : Chandernagor n’est pas elle-même historienne). D’ailleurs, pour la loi Taubira, la catégorie des descendants d’esclaves est reproductible à l’infini, alors que les résistants sont connus et ont leur « carte ». La loi Gayssot est « mieux faite » que les autres lois, « sans commune mesure ». Mais maintenant les Vendéens veulent aussi leur loi et certains groupes veulent faire des lois qui condamnent les Croisades.
Jean-Jacques Becker dit que l’association a été lancée « essentiellement » pour soutenir Pétré-Grenouilleau. « Maintenant cette affaire est réglée ». À partir de son cas, on s’en est pris aux autres lois mémorielles. « L’objectif n’était pas le détail de ces lois, mais le principe ». Mais « nous ne nous sommes jamais fait d’illusion sur le fait que nous puissions obtenir l’abrogation de ces lois (…) Nous voulions juste dire : ça suffit ! ». L’association doit maintenant permettre « aux historiens de travailler dans leur métier ». LPH doit donc devenir « un organisme de réflexion ». Il évoque la question des archives (NDA : il ne donne pas de détail sur ce point), sur laquelle embraye Nora, qui évoque aussi le problème des heures d’histoire à l’école.
Jean-Pierre Azéma dit que l’association a « des moyens » si elle s’en donne la peine (AFP, presse, etc.). Il dit : « Nous n’avons jamais demandé l’abrogation des lois mémorielles (NDA : il a pourtant signé la pétition des 19 historiens qui demandent l’abrogation de ces lois, y compris la loi Gayssot), mais seulement une « relecture ». « Mais nos adversaires ont utilisé une phrase malencontreuse de René Rémond », l’ancien président, qui a « écrit un jour » que « nous demandions l’abrogation », ce qui est « faux ». « Nous ne sommes pas des abrogationnistes ! Nous sommes des toiletteurs ! », insiste-t-il.
Jean-Pierre Le Goff, sociologue, déclare qu’il « serait pour son abrogation » (de la loi Gayssot) mais regrette que « nous ayons affaire à un rouleau-compresseur de la bien-pensance, notamment en histoire. » Il est d’accord pour « aller à l’essentiel » (NDA : qu’il ne précise pas) par la méthode de Chandernagor : le souterrain. Il s’inquiète des idées qui s’imprègnent dans la société, en particulier les « nouvelles générations », notamment par le biais des films et de la bande dessinée. « Les querelles sur la loi Gayssot sont importantes (…) mais il faut aller à l’essentiel : les lois mémorielles. » Il dit aussi qu’il faut répliquer par voie de presse, car il y de nombreux « journalistes militants ».
Nora précise que « le combat que mène LPH se détache d’un contexte général, qui le porte et le contrecarre à la fois ». Il s’agit surtout de maintenir « l’esprit critique et la distance historienne », mais le « climat général met fatalement les historiens en pointe dans un combat qui les dépasse de beaucoup ». Il revient sur la question des archives, qu’on ne peut réduire au patrimoine.
Venstein (NDA : Gilles Venstein ?) évoque longuement l’internationalisation de l’action de l’association, et les problèmes que cela peut poser : ne pas dissoudre le débat proprement national.
Dominique Barthélémy se déclare solidaire des propos entendus. « Notre mode d’action très pragmatique est le bon ». Il dit avoir bien compris que « nous ne demandons pas l’abrogation de la loi Gayssot ». Il demande des précisions sur les groupes qui veulent légiférer sur les Croisades. Nora lui répond qu’il va se renseigner (il dit que ces groupes « joueraient bien » car nous sommes là au cœur du « péché originel » de la France) et ajoute sur la loi Gayssot : « Nous demandons son abrogation sans y croire ! Sans la souhaiter ! » (NDA : ceci a été noté, mais on ne l’entend pas clairement sur la bande).
Une dame, professeur dans le secondaire, évoque la question de la Turquie en demandant si un vote du Parlement européen pourrait obliger la France à propos de la question arménienne, à quoi Chandernagor répond que non, car ledit parlement n’a pas de pouvoir législatif et ne peut prendre que des résolutions.
Une dame, retraitée et faisant du soutien scolaire en banlieue « où il y a quand même beaucoup d’immigrés », pense qu’il n’y a pas « suffisamment d’interventions sur le plan public » de l’association. Elle est choquée que certains prétendent qu’on ne parle pas de la traite négrière. Elle est scandalisée par un livre intitulé La Traite voilée (Gallimard), sur la traite arabe, qu’elle a acheté à l’Institut du monde arabe. Est alors évoqué le « vrai problème » de la collection « Continent noir » chez Gallimard. Nora se sent concerné par cette question, puisqu’il est chez Gallimard. Il dit que M. Gallimard lui-même est « conscient » de ce problème. Nora dit que réserver une collection aux auteurs noirs revient à faire de la discrimination et à les ghettoïser.
Une professeur d’histoire en lycée demande des précisions sur la décision-cadre, sur laquelle on ne sait pas grand-chose, et demande ce que veut dire « banalisation ». Chandernagor lui répond qu’elle ne sait pas et semble critiquer l’emploi de ce terme.
Nora parle d’un récent article de protestation paru dans Le Monde, qui s’en prend avec véhémence à la réduction des heures d’histoire dans le primaire. Il se demande s’il doit agir en son nom ou au nom de l’association pour se solidariser avec l’auteur de cet article. Chandernagor lui dit qu’il peut très bien prendre ce genre de position. On apprend à cette occasion que « 700 personnes ont signé » pour LPH.
Henry Rousso dit qu’il sent, au sein de LPH, une « hésitation entre une action précise » au niveau du Parlement et la réflexion. La « question du négationnisme » lui paraît « essentielle » et il faut « prendre position » dessus. Il dit que « l’opinion est versatile » et trouve que LPH a su trouver un public, ce qui est « assez étonnant ». Il évoque un « besoin de vérité et de non bien-pensance dans l’opinion ». Il déclare à ce propos : « Il y a un dedans et un dehors dans notre métier » sur ce sujet, sans préciser ce qu’il veut dire. S’ensuit une discussion confuse sur l’objectif de l’association : faut-il parler des heures d’histoire en classe ?
Nora clôt la réunion à midi passé.
Répression exercée sur le fondement de la loi Gayssot (novembre 2007-mai 2008) : huit cas en sept mois
1) 8 novembre 2007 : Vincent Reynouard, 39 ans, père de sept enfants, enseignant de mathématiques exclu de l’enseignement pour cause de révisionnisme, est condamné par le tribunal de Saverne pour la publication d’une brochure sur « l’Holocauste » à un an de prison ferme, 10 000 euros d’amende, 3 000 euros de dommages-intérêts au bénéfice de la LICRA et 300 euros de frais judiciaires. Audience d’appel prévue à Colmar.
2) 8 janvier 2008 : Georges Theil, 67 ans, retraité, avait été condamné par le tribunal de Lyon (3 janvier 2006) en particulier à six mois de prison ferme pour des propos tenus en octobre 2004 notamment sur l’impossibilité du fonctionnement des « chambres à gaz nazies », propos enregistrés et télédiffusés par une chaîne régionale. Le 8 janvier 2008, le juge d’application des peines (JAP) de Grenoble, sa ville de résidence, décide que G. Theil n’aura pas le droit au port du bracelet électronique, mais devra être effectivement détenu en prison pendant six mois ; les raisons invoquées par le JAP sont que G. Theil ne présente, à l’évidence, aucun signe de repentir et que, chez lui, le risque de récidive est important. Décision d’appel prévue pour le 27 juin 2008.
3) 15 janvier 2008 : Robert Faurisson, 78 ans, retraité, se voit notifier que la cour de cassation, laquelle n’a pas à justifier sa décision, a déclaré « non admis » son pourvoi contre un arrêt en date du 4 juillet 2007 le condamnant, pour avoir accordé une interview à une radio iranienne, à trois mois d’emprisonnement avec sursis, 7 500 euros d’amende, 10 500 euros de dommages-intérêts et divers frais judiciaires.
4) 24 janvier 2008 : le même Robert Faurisson, à la veille de ses 79 ans, est poursuivi, sur commission rogatoire du procureur de Paris, pour sa participation à la conférence de Téhéran sur « l’Holocauste » (11-12 décembre 2006) ; il subit au commissariat de police de Vichy garde à vue et fouille à corps avec remise de ses lunettes, de sa ceinture, de son portefeuille, de son porte-monnaie et de divers livres et papiers ; quatre officiers de police judiciaire, dont trois venus de Paris, procèdent à la perquisition de son domicile en présence de son épouse, gravement malade.
5) 8 février 2008 : affaire de l’hebdomadaire Rivarol. A la suite de la publication d’une interview de Jean-Marie Le Pen, qui a déclaré : « En France du moins, l’occupation allemande n’a pas été particulièrement inhumaine », le tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) condamne, sur le fondement de la loi Gayssot et de la loi réprimant l’apologie de crime, la directrice de l’hebdomadaire à 5 000 euros d’amende, J.-M. Le Pen à 10 000 euros d’amende et trois mois de prison avec sursis, et l’auteur de l’interview à 2 000 euros d’amende. Les trois condamnés devront verser solidairement 10 500 euros de dommages-intérêts et insérer à leurs frais la publication du jugement dans les journaux Le Monde, Le Figaro, Libération ainsi que dans Rivarol. Audience d’appel fixée au 29 octobre 2008.
6) 28 février 2008 : Bruno Gollnisch, 58 ans, professeur à l’Université Lyon III, est condamné par la cour d’appel de Lyon pour avoir déclaré, selon la cour, que, sur le sujet des chambres à gaz, les historiens doivent pouvoir discuter librement. Le jugement du 18 janvier 2007 est confirmé : trois mois de prison avec sursis, une amende de 5 000 euros et environ 30 000 euros de dommages-intérêts, de frais de procédure et de publications judiciaires ; son université l’a privé pour cinq ans du droit d’enseigner et a réduit son traitement de la moitié.
7) 18 mars 2008 : Eric Delcroix, 63 ans, avocat à la retraite, se voit refuser l’honorariat parce que, dans le passé, il a été condamné sur le fondement de la loi Gayssot.
8) Mai 2008 : J.-M. Le Pen , 79 ans, encourt de nouvelles poursuites en raison d’un entretien publié dans le mensuel Bretons. Pour la quatrième fois depuis 1987, il y parle des « chambres à gaz » comme d’ « un détail de l’histoire ».
NB (sans rapport direct avec la loi Gayssot) : le 11 novembre 2006, Robert Badinter s’était vanté, sur la chaîne ARTE, d’avoir, en 1981, « fait condamner Faurisson pour être un faussaire de l’histoire ». L’intéressé a porté plainte pour diffamation. Le 21 mai 2007, le tribunal correctionnel de Paris (XVIIe chambre) a conclu que R. Badinter avait « échoué en son offre de preuve » et qu’il avait diffamé R. Faurisson mais … de bonne foi. Débouté et condamné à verser 5 000 euros, R. Faurisson n’a pas interjeté appel.
pcc Robert Faurisson, le 31 mai 2008